Le Tradizioni dell'Occidente

La Qabbalah: struttura dell’Albero della Vita

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  2. Pitagora e la scienza sacra dei numeri
  3. Platone iniziato: la filosofia come percorso esoterico
  4. Il Neoplatonismo: Plotino e il ritorno all’Uno
  5. I Misteri Orfici e la liberazione dell’anima
  6. Ermete Trismegisto e la tradizione ermetica
  7. La Tabula Smaragdina
  8. Il Corpus Hermeticum: la mente di Dio e la rigenerazione
  9. La Qabbalah: struttura dell’Albero della Vita
  10. Lo Zohar e i livelli di lettura della Torah
  11. Mistica cristiana: da Meister Eckhart a Giovanni della Croce
  12. Il Sufismo: via d’amore nell’Islam
  13. Rumi, Ibn ‘Arabī e la waḥdat al-wujūd (Unità dell’Essere)

✦ Le Tradizioni dell’Occidente › Qabbalah · Articolo 28

Dieci cerchi disposti su tre colonne, uniti da ventidue linee. È forse il diagramma più riprodotto di tutto l’esoterismo occidentale: lo si trova tatuato, stampato su magliette, appeso nei centri yoga, ridotto a ornamento. Eppure quasi nessuno, fra chi lo riconosce, saprebbe dire che cosa rappresenti davvero. L’Albero della Vita non è una mappa dei chakra né un oroscopo dell’anima: è il tentativo, fra i più audaci che una tradizione monoteista abbia osato, di disegnare la vita interiore di Dio. Capire quei dieci cerchi significa entrare nel cuore della mistica ebraica — e scoprire perché la Qabbalah resista a ogni tentativo di addomesticarla.


Conviene partire dalla parola, perché contiene già un avvertimento.Qabbalahsignifica «ricezione», «ciò che è ricevuto»: indica una tradizione trasmessa, qualcosa che si accoglie da chi precede e si consegna a chi segue. Non è, in origine, il nome di una dottrina segreta o di una tecnica magica, ma di una catena di trasmissione. Già questo dovrebbe mettere in guardia dall’uso corrente del termine, che in Occidente è diventato sinonimo di «occulto» genericamente inteso, sganciato dal suo radicamento ebraico. La Qabbalah storica è invece un fenomeno preciso: la corrente teosofica e mistica dell’ebraismo che fiorisce in Provenza e in Catalogna nel XII e XIII secolo, raggiunge il suo culmine letterario con loZoharnella Spagna di fine Duecento, e si rielabora poi, dopo l’espulsione dalla Spagna del 1492, nella scuola di Safed con Isaac Luria. Ha autori, luoghi, date. Non è una sapienza atemporale fluttuante: è un pensiero ebraico storicamente situato, che pone domande radicali all’interno della fede di Israele.

E la domanda radicale è una sola, da cui tutto il resto discende. Come può un Dio assolutamente uno, infinito, inconoscibile — il Dio dellaShemà, «Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno» — essere anche il Dio vivente che crea, parla, ama, si adira, si rivela? Come si tiene insieme l’assoluta trascendenza con l’intensa relazione personale? La Qabbalah nasce per pensare questo, e la sua risposta è l’architettura delle Sefirot.

L’Ein Sof e le dieci Sefirot

All’origine, prima di ogni cosa pensabile, la Qabbalah pone l’Ein Sof: alla lettera «senza fine», l’Infinito. Non è ancora «Dio» nel senso in cui lo nominano le preghiere; è l’abisso divino assolutamente trascendente, di cui nulla si può dire — né che esista né che non esista, perché ogni predicato lo limiterebbe. È il Dio nascosto allo stato puro, il Deus absconditus portato al suo estremo. Di esso non c’è nome, non c’è immagine, non c’è rivelazione. Se la storia finisse qui, avremmo una teologia negativa perfetta e muta.

Ma non finisce qui. Dall’Ein Sof procede — la Qabbalah usa il linguaggio dell’emanazione, dell’irradiarsi, mai quello della fabbricazione — una serie di dieci potenze, gradi, qualità divine: leSefirot. Attraverso di esse l’Infinito inconoscibile si manifesta, si rende attivo, entra in relazione con il creato. Le Sefirot non sono creature intermedie fra Dio e il mondo, come gli angeli; non sono nemmeno dieci divinità, il che sarebbe politeismo e i cabalisti lo sapevano benissimo. Sono Dio stesso nel suo manifestarsi: i volti, le dimensioni, le energie attraverso cui l’Uno nascosto diventa il Dio vivente della Bibbia. È qui la tensione vertiginosa e mai del tutto risolta della Qabbalah: dire insieme che Dio è assolutamente uno e che la sua vita interiore ha una struttura, un dinamismo, quasi un dramma.

Le dieci Sefirot hanno nomi che sono altrettante qualità.Keter, la Corona, il primo impulso insondabile verso la manifestazione.Chokhmah, la Sapienza, il lampo intuitivo primordiale, eBinah, l’Intelligenza, che lo accoglie e gli dà forma — il polo maschile e quello femminile del pensiero divino. Poi le potenze morali e affettive:Chesed, l’Amore o Grazia, l’espansione senza misura, e di controGevurahoDin, il Rigore, il Giudizio, la forza che limita e contiene; il loro equilibrio èTiferet, la Bellezza, il cuore dell’albero. Più in bassoNetzach, la Vittoria o Eternità, eHod, la Gloria o Maestà; poiYesod, il Fondamento, che raccoglie e convoglia il flusso; e infineMalkhut, il Regno, chiamata ancheShekhinah, la Presenza divina che dimora nel mondo e nel popolo. Disposte secondo lo schema tradizionale, le dieci Sefirot formano l’Albero della Vita: tre colonne — quella della Grazia a destra, quella del Rigore a sinistra, quella dell’Equilibrio al centro — e un flusso che discende da Keter fino a Malkhut, dall’abisso inconoscibile fino alla presenza che abita la creazione.

Non bisogna lasciarsi ipnotizzare dal diagramma. L’Albero non è uno schema statico da memorizzare, ma la rappresentazione di un processo: il modo in cui l’Infinito si effonde nel finito senza esaurirsi, in cui l’unità si articola in molteplicità rimanendo unità. Le Sefirot sono in relazione dinamica fra loro, si bilanciano, si temperano a vicenda; l’eccesso di Rigore non temperato dalla Grazia è, per i cabalisti, la radice stessa del male. L’Albero è, in questo senso, una mappa della vita divina e insieme una mappa dell’anima e del cosmo, perché — e qui ritorna il grande tema ermetico che abbiamo incontrato con la Tavola Smeraldina — ciò che è in alto si rispecchia in ciò che è in basso. L’uomo è fatto a immagine dell’Albero; l’Adam Kadmon, l’Uomo primordiale, è la figura in cui le Sefirot si dispongono come in un corpo cosmico.

Conoscere o agire

A questo punto è facile fraintendere la Qabbalah riducendola a una dottrina da contemplare: un sistema metafisico, una teosofia da capire. Sarebbe un errore, e qui interviene una delle distinzioni più importanti che la ricerca recente ha imposto. Per gran parte del Novecento, sotto l’influsso decisivo di Gershom Scholem — il grande studioso che praticamente fondò lo studio scientifico della mistica ebraica — si è letta la Qabbalah soprattutto cometeosofia: una conoscenza della struttura interna del divino. Moshe Idel, una generazione dopo, ha spostato l’accento su una dimensione che Scholem aveva riconosciuto ma non posto al centro: la Qabbalah cometeurgia, cioè come azione che incide sul divino stesso.

La differenza è enorme e va capita bene. Nella lettura teurgica, le Sefirot non sono solo oggetto di conoscenza ma teatro di un’azione: il cabalista, attraverso l’osservanza dei comandamenti, la preghiera intenzionata, lakavvanah— la concentrazione diretta verso i mondi superiori — non si limita a contemplare l’armonia delle Sefirot, ma viinterviene. Le sue azioni rette favoriscono il flusso della grazia lungo l’Albero, l’unione delle Sefirot fra loro, in particolare l’unione di Tiferet e Malkhut, dello Sposo divino con la Shekhinah esiliata. Le sue trasgressioni, al contrario, ostacolano quel flusso, alimentano le potenze del male, accentuano l’esilio della Presenza. L’uomo, per la Qabbalah teurgica, non è uno spettatore della vita divina: ne è un attore. Compie, con la sua condotta, un’opera che ha ripercussioni nell’architettura stessa dell’essere.

È una concezione di straordinaria potenza, e marca la fisionomia propria della Qabbalah rispetto alle mistiche vicine. Lo abbiamo già intravisto parlando dell’ermetismo e della Cabala a confronto: dove la corrispondenza ermetica fra alto e basso offriva una griglia daoperare, la corrispondenza cabalistica impone una responsabilità daassumere. Qui possiamo precisare. La teurgia cabalistica non è magia nel senso di costrizione delle potenze a fini propri; è partecipazione al riequilibrio del divino, collaborazione dell’uomo all’opera di Dio. Il suo orizzonte non è il potere ma la riparazione.

Tiqqun: riparare il mondo

Quella parola — riparazione, in ebraicotiqqun— diventa il cuore della Qabbalah nella sua fase più matura, quella elaborata a Safed da Isaac Luria nel Cinquecento, dopo il trauma dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna. La Qabbalah luriana racconta un mito cosmico di rara drammaticità. Perché l’Infinito potesse fare spazio a un mondo distinto da sé, dovette anzituttoritrarsi: è la dottrina dellotzimtzum, la contrazione, l’autolimitazione di Dio che lascia un vuoto in cui la creazione possa esistere. Poi, nel processo dell’emanazione, qualcosa si spezza: i «vasi» destinati a contenere la luce divina non reggono il suo impeto e si infrangono — lashevirat ha-kelim, la rottura dei vasi. Frammenti di luce divina restano prigionieri nei cocci, dispersi nella materia, in esilio.

Il mondo, in questa visione, nasce già rotto, e con esso è in esilio la stessa Presenza divina, la Shekhinah. Ma proprio qui la dottrina rivela la sua grandezza etica: il compito dell’uomo è iltiqqun, la riparazione, il raccogliere le scintille disperse, il ricomporre ciò che si è frantumato, restituendo le luci alla loro sorgente. Ogni atto retto, ogni comandamento osservato con intenzione, ogni preghiera è un gesto di restaurazione cosmica. La storia stessa diventa il processo del tiqqun, e la redenzione non è soltanto attesa di un intervento divino, ma opera a cui l’uomo è chiamato a collaborare. È difficile non avvertire la potenza di questa idea, che ha attraversato l’ebraismo ben oltre i confini della mistica e risuona ancora — talvolta a sproposito, talvolta con frutto — nel linguaggio etico contemporaneo del «riparare il mondo».

Vale la pena fermarsi sul contrasto con le altre vie del ritorno che questa serie ha incontrato. Per il Vedānta non-dualista, la liberazione è il riconoscere che la separazione fra l’anima e l’assoluto era illusoria fin dall’inizio: nulla, in ultima analisi, si è davvero rotto. Per l’ermetismo, la risalita è il movimento del singolo che ritorna alla Mente da cui è disceso. Per la Qabbalah luriana, invece, qualcosa si è realmente spezzato nell’essere, e la riparazione è un compito storico, collettivo, che impegna l’intero popolo e l’intera creazione lungo il tempo. Non il risveglio da un sogno, non l’ascesa di un’anima, ma la ricomposizione di una frattura cosmica. La stessa intuizione di fondo — l’esilio dal divino e il ritorno — declinata in una grammatica radicalmente sua, dove la materia non è illusione da dissolvere né prigione da fuggire, ma il luogo stesso in cui le scintille vanno cercate e redente.

Le obiezioni

Una tradizione così potente attira fraintendimenti potenti, e tre meritano di essere affrontati.

Il primo è interno all’ebraismo stesso, ed è l’accusa più seria: che la dottrina delle Sefirot incrini il monoteismo. Se Dio ha dieci «potenze» distinte, con nomi, polarità, relazioni e persino una dimensione femminile, la Shekhinah, non si è forse introdotta una molteplicità nell’Uno, un’ombra di politeismo o di gnosticismo nel cuore della fede di Israele? L’obiezione fu mossa già nel Medioevo da autorità rabbiniche, e attraversa tutta la storia della Qabbalah. La risposta dei cabalisti è sottile: le Sefirot non sono dèi né parti di Dio, ma modi del suo manifestarsi, raggi di un’unica luce; l’Ein Sof resta assolutamente uno, e la struttura riguarda la rivelazione, non l’essenza. Ma sarebbe disonesto fingere che la tensione sia del tutto sciolta. La Qabbalah cammina consapevolmente sull’orlo di un precipizio teologico, e parte della sua profondità sta proprio nel non arretrare davanti alla difficoltà di dire l’Uno e il molteplice insieme.

Il secondo fraintendimento è quello, oggi dominante, della Qabbalah da supermercato spirituale: i braccialetti rossi, le celebrità, i corsi che promettono potere e prosperità, l’Albero della Vita ridotto a strumento di crescita personale o a griglia per accostamenti con tarocchi, astrologia e chakra. Qui occorre una parola netta. Questa «Kabbalah» globalizzata, sganciata dalla lingua ebraica, dallo studio della Torah e dall’osservanza che le davano senso, non è un approfondimento della Qabbalah ma la sua dissoluzione. Non perché la tradizione debba restare proprietà esclusiva di chi vi è nato — le questioni di apertura e trasmissione sono legittime e dibattute — ma perché staccare le Sefirot dal contesto che le rende intelligibili significa ridurle a un alfabeto decorativo. È lo stesso errore, di nuovo, che questa serie segnala ovunque: scambiare la circonferenza per il centro, le forme esteriori per la sostanza.

Il terzo è il fraintendimento sincretistico, ed è il più insidioso proprio perché tocca da vicino il nostro progetto. È fortissima la tentazione di sovrapporre l’Albero delle Sefirot ad altri schemi del divino — i piani dell’emanazione neoplatonica, i tattva dello Shivaismo, i mondi dell’ermetismo — e di concludere che si tratti «della stessa cosa». Le analogie sono reali: l’idea di una realtà che procede per gradi dall’Uno inconoscibile fino al molteplice è effettivamente diffusa, e ne parleremo a fondo quando affronteremo i grandi nodi comparativi. Ma le Sefirot non sono i livelli neoplatonici. L’emanazione plotiniana è un raffreddarsi impersonale dell’Uno che digrada verso la materia; le Sefirot sono la vita di un Dio personale, che ama, giudica, si esilia e attende riparazione. La struttura graduata è imparentata; la teologia che la abita — personale e drammatica nella Qabbalah, impersonale e contemplativa nel neoplatonismo — diverge profondamente. Riconoscere l’imparentamento senza cancellare la differenza è, ancora una volta, l’intera disciplina del comparativista.

L’Albero come raggio

Resta da collocare la Qabbalah nella metafora che attraversa la serie. Se l’ermetismo era un raggio che descriveva la corrispondenza fra alto e basso come legge operativa, la Qabbalah è il raggio che fa di quella corrispondenza una storia sacra: l’alto non è solo specchio del basso, è in esilio nel basso, e attende che il basso lo ricomponga. L’Albero delle Sefirot è insieme la più dettagliata cartografia del divino che una tradizione monoteista abbia prodotto e una chiamata all’azione: ogni gesto umano ha un peso nell’economia dell’essere.

È un raggio, non il centro — e va detto con la consueta fermezza. La Qabbalah offreunavisione del rapporto fra l’Infinito e il mondo: emanativa nella forma, personale e teurgica nella sostanza, radicata in una lingua, un libro e un popolo precisi. Accanto ad essa, lungo altri raggi, corrono il non-dualismo che dissolve la separazione, la risalita conoscitiva dell’ermetismo, il vuoto luminoso del buddhismo. Più ci si avvicina al centro, più queste vie rivelano di interrogare la stessa soglia — come il finito si rapporti all’Infinito, come il molteplice nasca dall’Uno — ma ciascuna risponde con una grammatica propria, e l’Albero della Vita è la risposta dell’ebraismo, non un diagramma universale travestito da ebraico.

Forse è questo che il diagramma stampato sulle magliette ha perduto e che vale la pena restituirgli: non è una mappa neutra dell’anima, ma il disegno tremante con cui alcuni uomini, dentro una fede precisa, hanno osato pensare la vita segreta di Dio e il posto dell’uomo nel ripararla. I dieci cerchi non rispondono alla domanda «chi sono io», ma a quella, ben più ardita, «come è fatto Dio» — sapendo in partenza che la risposta non potrà mai essere adeguata, e che proprio per questo va tentata.

«Con trentadue meravigliosi sentieri di Sapienza il Signore degli eserciti incise e creò il suo mondo con tre libri: con il testo, con il numero e con la parola. Dieci Sefirot del nulla e ventidue lettere di fondamento.»
Sefer Yetzirah, I, 1-2


Per leggere oltre

Un percorso che parte dal nucleo testuale più antico, attraversa le due grandi scuole interpretative del Novecento — quella di Scholem e quella di Idel — e si apre infine al linguaggio visivo dell’Albero. L’ordine va dalla fonte alla mappa, perché le Sefirot si capiscono meglio se prima se ne incontra il terreno ebraico.

La fonte

Sefer Yetzirah. Il Libro della Formazione— vari curatori, edizioni italiane con testo ebraico

Il brevissimo e antichissimo trattato (forse fra il III e il VI secolo) da cui proviene il lessico delle «dieci Sefirot» e dei «trentadue sentieri»: poche pagine enigmatiche che stanno alla radice di tutta la speculazione successiva. Non è ancora la Qabbalah classica, ma ne è il seme. Da leggere come si legge un codice cifrato, sapendo che ogni parola fu commentata per secoli.

Livello: fonte primaria

Le grandi letture

Le grandi correnti della mistica ebraica— Gershom Scholem, Einaudi

L’opera che ha fondato lo studio moderno della mistica ebraica e resta la porta d’ingresso obbligata: dalla Merkavah allo Zohar fino a Luria e al messianismo di Sabbatai Zevi. Scholem legge la Qabbalah soprattutto come teosofia, conoscenza della struttura del divino, ed è la cornice con cui ogni discorso serio deve confrontarsi. Densa, magistrale, fondativa.

Livello: avanzato

Qabbalah. Nuove prospettive— Moshe Idel, Adelphi

La grande revisione critica di Scholem: Idel riporta al centro la dimensione teurgica ed estatica della Qabbalah, l’idea che il cabalista non solo conosca ma agisca sul divino. Indispensabile per cogliere che cosa la Qabbalahfa, non solo che cosa pensa. Da leggere accanto a Scholem per misurare la più importante discussione metodologica del settore.

Livello: avanzato

La cabala e il suo simbolismo— Gershom Scholem, Einaudi

Una raccolta di saggi più accessibile dell’opera maggiore, centrata sul simbolismo: il senso delle Sefirot, della Shekhinah, della Torah come organismo vivente, dei riti. Ottimo secondo passo per chi, dopo un’introduzione, voglia entrare nei singoli simboli senza affrontare subito l’intero edificio storico. Lucido e ricco.

Livello: intermedio

Il linguaggio dell’Albero

Qabbalah visiva— Giulio Busi, Einaudi

Uno studio sul pensiero per immagini della Qabbalah: come i diagrammi, gli alberi, le ruote non siano illustrazioni accessorie ma veri strumenti di conoscenza. Prezioso proprio per capire l’Albero della Vita non come schema da memorizzare ma come dispositivo visivo del pensiero cabalistico. Colto, originale, italiano.

Livello: intermedio

Simboli del pensiero ebraico— Giulio Busi, Einaudi

Un repertorio ragionato dei grandi simboli dell’ebraismo, utile per collocare le Sefirot dentro l’universo culturale e religioso che le ha generate, evitando di trattarle come icone isolate. Funziona da contesto e da bussola: la Qabbalah non cade dal cielo, ma cresce su un terreno simbolico ebraico che questo libro rende leggibile. Ampio e affidabile.

Livello: accessibile


→ Prossimo:Lo Zohar e i livelli di lettura della Torah— dall’architettura delle Sefirot al grande libro che le mette in racconto, e alla dottrina dei quattro sensi della Scrittura: come un testo possa nascondere, sotto la lettera, l’intera vita di Dio.

athanor

Curatore del sito.

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