Le Tradizioni dell'Occidente

Platone iniziato: la filosofia come percorso esoterico

  1. I Misteri di Eleusi: morte, rinascita e immortalità
  2. Pitagora e la scienza sacra dei numeri
  3. Platone iniziato: la filosofia come percorso esoterico
  4. Il Neoplatonismo: Plotino e il ritorno all’Uno
  5. I Misteri Orfici e la liberazione dell’anima
  6. Ermete Trismegisto e la tradizione ermetica
  7. La Tabula Smaragdina
  8. Il Corpus Hermeticum: la mente di Dio e la rigenerazione
  9. La Qabbalah: struttura dell’Albero della Vita
  10. Lo Zohar e i livelli di lettura della Torah
  11. Mistica cristiana: da Meister Eckhart a Giovanni della Croce
  12. Il Sufismo: via d’amore nell’Islam
  13. Rumi, Ibn ‘Arabī e la waḥdat al-wujūd (Unità dell’Essere)

✦ Sezione III › Le Tradizioni dell’Occidente · Articolo 23

Platone iniziato: la filosofia come percorso esoterico

Alfred North Whitehead scrisse che tutta la filosofia occidentale è una serie di note a piè di pagina di Platone. È una boutade celebre e, come tutte le boutade celebri, contiene una verità e una menzogna. La verità: Platone è così presente nelle strutture del pensiero occidentale che è quasi impossibile pensare fuori di lui senza accorgersene. La menzogna: che Platone sia principalmente un filosofo nel senso in cui lo siamo oggi — un accademico che costruisce sistemi argomentativi. Platone era qualcosa di più specifico e di più strano: era un iniziato che usava la scrittura filosofica come strumento di guida spirituale, sapendo perfettamente che i segreti più alti non si trasmettono per via scritta, e dicendolo esplicitamente in almeno due occasioni. Questo articolo è una lettura di Platone a partire da questa consapevolezza.


Il filosofo che diffidava della scrittura

NelFedro, Platone mette in bocca a Socrate un mito sull’invenzione della scrittura: il dio Theuth la presenta al re Thamus come un rimedio per la memoria, ma Thamus risponde che è invece il contrario — la scrittura produrrà oblio, perché chi scrive non esercita più la memoria, e produrrà falsa sapienza, perché chi legge crederà di sapere ciò che ha letto senza aver attraversato il processo che produce la vera conoscenza. La scrittura non risponde alle domande: ripete sempre la stessa cosa, non sa a chi rivolgersi e non sa difendersi da chi la usa male.

Il paradosso è evidente: questo argomento contro la scrittura è scritto. Platone lo sapeva, naturalmente. Non era ingenuità — era una scelta deliberata di comunicazione a più livelli. Chi legge ilFedrosuperficialmente apprende la critica della scrittura come contenuto dottrinale. Chi lo legge con attenzione si accorge che la critica della scrittura è essa stessa un invito a non fermarsi alla lettura, a cercare il maestro vivo, a entrare in quel dialogo filosofico che Platone chiama «il discorso scritto nell’anima» — il solo che sia davvero vivo e davvero capace di insegnare.

La Settima Lettera — la cui autenticità è dibattuta ma generalmente accettata dagli studiosi più autorevoli — rende questo punto ancora più esplicito: Platone afferma che sui temi più alti della sua filosofia non ha scritto nulla, e non lo farà mai, perché quelle cose non si comunicano come si comunicano le altre conoscenze. Richiedono una lunga familiarità con il problema, una lunga vita in comune con esso, e poi — «come da una scintilla che salta» — la comprensione si accende nell’anima da sola. Non è una trasmissione di informazioni: è un’accensione.

Questa concezione della conoscenza filosofica come evento trasformativo — non acquisizione di dati ma trasformazione di chi conosce — è la chiave per leggere Platone come iniziato piuttosto che come professore. E apre la domanda su ciò che si nasconde dietro i dialoghi scritti: le cosiddette «dottrine non scritte», l’agrapha dogmata, di cui parlano Aristotele e altri testimoni antichi.

Le dottrine non scritte e l’Accademia come scuola iniziatica

La questione delle dottrine non scritte di Platone è uno dei capitoli più affascinanti e più controversi della filologia classica del Novecento. La «Scuola di Tubinga» — Hans Joachim Krämer, Konrad Gaiser, Thomas Alexander Szlezák — ha ricostruito, a partire da testimonianze indirette (soprattutto aristoteliche), un sistema metafisico platonico che andrebbe al di là di ciò che i dialoghi esprimono esplicitamente: un sistema fondato sui due principi supremi dell’Uno e della Diade indefinita, da cui si generano i numeri ideali, e da questi le Forme, e dalle Forme le cose sensibili.

La tesi è controversa — altri studiosi, come Harold Cherniss e Gregory Vlastos, hanno sostenuto che i dialoghi contengono tutto ciò che Platone aveva da dire, e che le «dottrine non scritte» testimoniate da Aristotele sono interpretazioni aristoteliche della dottrina platonica, non un corpus separato di insegnamenti orali. Il dibattito è ancora aperto e probabilmente non si chiuderà mai definitivamente.

Ciò che interessa dal nostro punto di vista non è stabilire chi abbia ragione in questa controversia filologica, ma notare cosa essa rivela sulla struttura dell’Accademia come istituzione. Che vi fossero gradi di accesso all’insegnamento platonico — un livello essoterico, accessibile a tutti attraverso i dialoghi, e un livello esoterico, riservato ai membri più avanzati della scuola — è attestato con sufficiente chiarezza da fonti diverse. L’Accademia non era solo una scuola di filosofia nel senso moderno: era, almeno per certi versi, una comunità iniziatica che modulava l’accesso alla dottrina in funzione della preparazione spirituale e intellettuale del discepolo.

Szlezák, nel suoPlatone e la scrittura della filosofia, ha mostrato con precisione come i dialoghi stessi contengano segnali deliberati di reticenza — punti in cui Platone fa dire a Socrate che la questione richiederebbe un trattamento più lungo, o che qui non è il momento di approfondire, o che certe cose si capiranno solo «più avanti». Questi segnali non sono evasioni: sono indicatori che i dialoghi hanno una funzione propedeutica, non esauriente. Sono la mappa, non il territorio.

Il mito della caverna: ontologia, epistemologia e itinerario iniziatico

Nessun testo filosofico dell’antichità è stato più commentato, più frainteso e più banalizzato del mito della caverna nel settimo libro dellaRepubblica. Vale la pena rileggerlo come ciò che è: non un’allegoria della conoscenza sensibile contrapposta a quella intellettuale, ma una mappa precisa di un itinerario iniziatico a quattro stadi.

I prigionieri della caverna sono incatenati in modo da non poter girare il capo: vedono solo le ombre proiettate sul fondo dalla luce di un fuoco posto alle loro spalle. Credono che quelle ombre siano la realtà. Il primo movimento è la liberazione dai ceppi: il prigioniero si volta, vede il fuoco, viene abbagliato. Non capisce ancora cosa vede, ma qualcosa si è rotto nell’identificazione con le ombre. Il secondo movimento è l’uscita dalla caverna: il prigioniero viene condotto all’esterno, viene abbagliato dalla luce del sole, non riesce a vedere nulla. A poco a poco i suoi occhi si adattano: prima vede i riflessi delle cose nell’acqua, poi le cose stesse, poi il cielo notturno, infine il sole stesso. Il terzo momento è la visione del sole — il Bene in sé — che è fonte di tutto ciò che esiste e può essere conosciuto. Il quarto movimento è la discesa: il filosofo illuminato deve tornare nella caverna, guidare gli altri prigionieri, accettare di essere incompreso e deriso — e, come Socrate, forse di essere ucciso.

Questa struttura quadripartita non è casuale. Rispecchia la tripartizione dello stato dell’anima (eikasia, congettura sulle ombre;pistis, credenza sulle cose sensibili;dianoia, ragionamento matematico;noesis, intellezione pura delle Forme) e il percorso delladialektikecome ascesa progressiva verso il Principio. Ma è anche la struttura di un’iniziazione: la rottura dell’identificazione con il livello ordinario di esperienza, il disorientamento del passaggio, l’adattamento progressivo a una luce più intensa, la visione del Principio, il ritorno trasformato al mondo.

Che Platone stesse descrivendo un percorso che aveva personalmente attraversato — almeno in parte — sembra suggerito dalla intensità esperienziale della narrazione. Il buio iniziale, l’abbagliamento, la graduale adattazione alla luce, la difficoltà del ritorno: sono dettagli che non si inventano per via puramente concettuale. Sono la fenomenologia di un’esperienza. Quale esperienza? I Misteri di Eleusi — che Platone aveva certamente frequentato — offrivano un contesto rituale in cui una struttura analoga veniva vissuta nel corpo, nel buio, nella notte. Il mito della caverna è, tra le altre cose, la trascrizione filosofica di un’esperienza misterica.

Eros come forza iniziatica: il Simposio e il Fedro

Nessuna delle grandi categorie platoniche è più fraintesa di Eros. La vulgata — l’«amore platonico» come amore puro, spirituale, privo di dimensione corporea — è una banalizzazione che rovescia il senso originario. Per Platone, Eros è precisamente il punto di contatto tra il corporeo e lo spirituale: è la forza che, partendo dall’attrazione per la bellezza fisica, può condurre — se correttamente orientata — fino alla visione del Bello in sé.

NelSimposio, il discorso di Diotima — la sacerdotessa di Mantinea che ha insegnato a Socrate la filosofia dell’amore — descrive questo percorso come una scala ascendente: dalla bellezza di un corpo alla bellezza di tutti i corpi, dalla bellezza dei corpi alla bellezza delle anime, dalla bellezza delle anime alla bellezza delle attività e delle conoscenze, e infine — «all’improvviso» (exaiphnēs), non per progressione graduale ma per salto qualitativo — alla visione del Bello in sé, eterno, immutabile, che non dipende da nessuna cosa bella particolare.

La parolaexaiphnēs— all’improvviso — è rivelatrice. Il culmine del percorso non è il risultato prevedibile di una progressione lineare: è un evento, una grazia, qualcosa che accade quando le condizioni sono mature ma che non può essere prodotto dalla sola volontà. È la stessa struttura della «scintilla» di cui parla la Settima Lettera: la conoscenza del Principio non si conquista, si riceve. Il ruolo della preparazione — la scala dell’Eros, la disciplina filosofica, la purificazione — è creare le condizioni per la ricezione, non produrre la ricezione stessa.

NelFedro, Platone sviluppa la dimensione cosmica di Eros attraverso il mito del carro alato: l’anima è un auriga che guida due cavalli, uno nobile e uno ribelle, nell’ascesa verso la pianura della verità dove le anime vedono le Forme prima di discendere nei corpi. L’anima che ha visto più a lungo le Forme prima dell’incarnazione conserva il ricordo più vivo, e quando incontra un bello sulla terra, è colta da quello che Platone chiama — con una parola deliberatamente religiosa —enthousiasmos: il dio entra in lei, la sovrasta, la conduce a ricordare ciò che ha visto nell’iperuranio. L’innamoramento non è un disturbo dell’equilibrio psichico: è il veicolo della reminiscenza, il meccanismo attraverso cui l’anima viene ricondotta verso la propria patria originaria.

L’anamnesi: conoscere è ricordare

La dottrina della reminiscenza — l’anamnesis— è uno dei contributi più originali e più discussi del pensiero platonico. La sua formulazione più drammatica si trova nelMenone: Socrate, attraverso domande successive, conduce un giovane schiavo privo di istruzione matematica a «scoprire» da solo il teorema di Pitagora. La dimostrazione è che lo schiavo non ha appreso nulla di nuovo — ha ricordato ciò che già sapeva, in una vita precedente o in uno stato dell’anima anteriore all’incarnazione.

La dottrina dell’anamnesis ha una struttura epistemologica precisa: la conoscenza delle realtà intelligibili (i numeri, le Forme, i principi etici) non si acquista per via empirica, dall’esterno verso l’interno, attraverso l’esperienza sensoriale. Si ri-trova attraverso un processo che va dall’interno verso l’esterno — un ritorno a ciò che l’anima già possiede per natura, ma che l’incarnazione ha oscurato. Il ruolo del maestro — Socrate come maieutikos, come ostetrico dell’anima — non è trasmettere contenuti ma rimuovere gli ostacoli che impediscono alla conoscenza di emergere.

La risonanza con tradizioni orientali è qui particolarmente significativa. La dottrina vedantica delsvarupa— la natura propria del Sé, che non si acquista ma si ri-conosce attraverso la rimozione dell’avidya, l’ignoranza che la vela — ha una struttura epistemologica analoga all’anamnesis platonica. In entrambi i casi, la conoscenza del Principio non è un’acquisizione ma un ri-conoscimento: l’anima non impara ciò che non sa, si ricorda di ciò che è. Il Buddhismo Chan-Zen esprime la stessa struttura con l’immagine del risveglio (satori) come scoperta di ciò che era sempre già presente, non come conquista di qualcosa di nuovo. I contenuti dottrinali sono molto diversi; la struttura epistemologica converge.

La dialettica come via ascetica

Ladialektikeplatonica — la dialettica — è spesso fraintesa comemetododi discussione, arte del ragionamento per domande e risposte. È questo, certo. Ma nella sua dimensione più profonda è qualcosa d’altro: è una via ascetica, una pratica di purificazione dell’intelletto che mira non a vincere un argomento ma a trasformare chi argomenta.

Nel settimo libro dellaRepubblica, dopo il mito della caverna, Platone descrive il curriculum dell’educazione filosofica: aritmetica, geometria piana, geometria solida, astronomia, armonia — le cinque scienze matematiche che distolgono l’anima dalle cose sensibili e la orientano verso le realtà intelligibili. E dopo di esse, la dialettica: la capacità di risalire dai principi ipotetico-matematici verso i principi non ipotetico-assoluti, e poi di discendere di nuovo verso le conclusioni. La dialettica è il movimento dell’anima che non si ferma alle ipotesi ma le usa come gradini per salire verso il Principio che le fonda.

Questa descrizione della dialettica come ascesa e discesa è strutturalmente identica al percorso del mito della caverna: uscita (ascesa verso il Principio) e rientro (discesa verso le applicazioni). E ha un’implicazione che Platone sottolinea con forza: la dialettica non si può insegnare a chi non è preparato, perché chi non è pronto — chi non ha disciplinato le passioni, chi non ha sviluppato le scienze propedeutiche, chi non ha la natura filosófica — userà la dialettica come strumento di confutazione retorica anziché come via verso la verità. La dialettica mal usata produce i sofisti: persone che sanno smontare ogni argomento ma non sanno costruire nulla, che confondono la capacità di contraddire con la conoscenza del vero.

Qui il parallelo iniziatico è più stretto di quanto sembri: anche nelle tradizioni iniziatiche più rigorose, gli strumenti di trasformazione più potenti vengono trasmessi solo dopo una preparazione adeguata, precisamente perché senza quella preparazione lo stesso strumento produce effetti opposti a quelli voluti. Lashaktipattantrica, ilkoanzen, la pratica del Nome nel sufismo: in tutti questi casi, la trasmissione prematura o a un discepolo inadatto è considerata dannosa non solo inutile.

Il filo rosso: Platone e le tradizioni sapienziali

Le convergenze tra il pensiero platonico e le grandi tradizioni sapienziali dell’Asia non sono sfuggite né ai filosofi antichi né agli studiosi moderni, e hanno prodotto interpretazioni molto diverse — dall’ipotesi di dipendenze storiche dirette (Platone avrebbe appreso dall’Egitto, dall’India, dalla Persia) alla tesi della convergenza indipendente come argomento per laSophia Perennis.

Sul piano storico, la questione dei «viaggi di Platone» — che le fonti antiche attestano in Egitto e in Magna Grecia, e che alcune tradizioni tardive estendono a Babilonia e all’India — non è risolvibile con certezza. Ciò che è certo è che Platone conosceva il pitagorismo profondamente, e che attraverso il pitagorismo aveva accesso a una sintesi già sincreticamente ricca di elementi orientali. La mediazione non doveva necessariamente essere diretta.

Sul piano strutturale, le convergenze più significative sono tre. La prima è con ilVedantanon-dualista: la distinzione platonica tra il mondo sensibile (mutevole, impermanente, conoscibile solo per opinione) e il mondo intelligibile (eterno, immutabile, conoscibile per intellezione) rispecchia la distinzione vedantica travyavaharika(il piano della realtà convenzionale) eparamarthika(il piano della realtà assoluta). In entrambi i casi, il piano inferiore non è falso in senso assoluto — è reale a suo modo — ma non è la realtà ultima. E in entrambi i casi, la liberazione consiste nel riconoscere la propria identità con il piano superiore.

La seconda convergenza è con il Buddhismo Mahayana, in particolare con la dottrina dellasunyata— la vacuità come assenza di natura propria dei fenomeni — e con la sua elaborazione nella logica tetralemmatica di Nagarjuna. La dialettica negativa platonica — che mostra come ogni affermazione sulla realtà assoluta sia inadeguata, che il Bene è «al di là dell’essere» — ha una struttura analoga all’apofatismo buddhista. Il Bene platonico, come la vacuità nagarjuniana, non è un ente tra gli altri: è il Principio che fonda la possibilità di ogni ente senza essere esso stesso un ente.

La terza convergenza è con la tradizione neoplatonica araba e persiana, che ha trasmesso Platone all’Islam attraverso la mediazione di Plotino (il cuiEnneadicircolava nel mondo arabo comeTeologia di Aristotele). Ibn Sina, Al-Farabi, Suhrawardi e la tradizione dell’ishraq— la filosofia dell’illuminazione — sono platonismi islamici che dimostrano quanto la struttura fondamentale del pensiero platonico sia trasponibile in contesti dottrinali molto diversi senza perdere la propria coerenza. Suhrawardi, in particolare, costruisce una cosmologia della luce che è platonica nella struttura e suficamente islamica nel contenuto: un esempio perfetto di come laTradizione Perennenon sia un minimo comune denominatore tra le tradizioni, ma una struttura profonda che ciascuna tradizione declina con la propria voce irriducibile.

Platone e il problema della trasmissione

C’è un ultimo aspetto del Platone iniziato che merita attenzione: il suo rapporto con il problema della trasmissione, che è il problema centrale di ogni tradizione esoterica.

Platone sa che la conoscenza vera non si trasmette per scrittura. Sa che richiede un maestro vivo, una comunità, un lungo percorso di preparazione. Sa che il contatto diretto con il Principio non si può produrre per volontà né insegnare per via discorsiva. E tuttavia scrive — molto, e con straordinaria cura letteraria. Perché?

La risposta più convincente è quella di Szlezák: i dialoghi non sono il veicolo della trasmissione della conoscenza più alta, ma il veicolo dellaprotreptika— l’esortazione alla filosofia, l’invito a intraprendere il percorso. I dialoghi non danno la conoscenza: indicano che la conoscenza esiste, mostrano come si entra nel cammino che vi conduce, e producono nel lettore laaporia— il turbamento, la perdita della falsa certezza — che è la condizione iniziale di ogni autentico percorso filosofico.

In questo senso, i dialoghi platonici sono iniziazioni di carta: non trasmettono l’esperienza, ma preparano all’esperienza. Come i testi degli Upanishad nel Vedanta, come i koan nella tradizione zen, come i testi alchemici nella tradizione ermetica — sono strumenti che funzionano non quando vengono capiti nel senso ordinario del termine, ma quando producono nel lettore una trasformazione della relazione con la propria mente. Non quando risolvono il problema, ma quando rendono il problema così vivo e urgente che il lettore non può più ignorarlo.

Platone è morto nell’Accademia intorno al 348 avanti l’era comune, dopo cinquanta anni di insegnamento. La catena che da lui discende — attraverso il Neoplatonismo, attraverso la Scolastica cristiana, attraverso il Rinascimento, attraversoMarsilio Ficinoe Pico della Mirandola, fino a pensatori contemporanei come Simone Weil e Iris Murdoch — è una delle più lunghe e delle più ramificate della storia del pensiero occidentale. Ma la sua eredità più preziosa non è un sistema dottrinale: è la domanda. La domanda su ciò che è realmente reale, su ciò che la mente conosce veramente quando conosce, su ciò che l’anima desidera quando desidera oltre ogni cosa particolare. Quella domanda, per chi la riceve davvero, non dà pace. Ed è precisamente in questo che consiste il suo valore iniziatico.

«Sulle cose più serie non ho scritto nulla, né mai scriverò. Non esiste, per tali cose, un mio scritto, né mai ne esisterà uno. Esse non si possono comunicare come le altre conoscenze: soltanto dopo lunga familiarità con il problema, e dopo averci vissuto a stretto contatto, all’improvviso, come da una scintilla che salta, si accende nell’anima una luce e poi si alimenta da sola.»
Platone, Lettera VII, 341c–d


Leggere Platone seriamente richiede di muoversi tra almeno tre livelli di letteratura: i dialoghi stessi (in buone traduzioni commentate), gli studi filologici sulla trasmissione e la struttura della sua opera, e gli studi comparativi che collocano il suo pensiero nel contesto della Tradizione Perenne. Il percorso che proponiamo cerca di coprire tutti e tre, privilegiando l’accessibilità senza sacrificare il rigore.

I dialoghi: dove cominciare

Simposio

Platone; ed. Mondadori (Bompiani), trad. e commento di Giovanni Reale

Il dialogo sull’Eros è il punto di ingresso più efficace nella dimensione iniziatica del pensiero platonico: la struttura a scale ascendenti del discorso di Diotima, il momento dell’exaiphnēs, la funzione dell’amore come via verso la visione del Bello in sé. L’edizione Reale, con testo greco a fronte e commento esteso, permette di seguire ogni sfumatura. Da leggere prima delFedroe poi dellaRepubblica.

Livello: fonte primaria / accessibile

Fedro

Platone; ed. Bompiani, trad. e commento di Giovanni Reale

Il dialogo sull’amore, sull’anima e sulla scrittura — tre temi che si rivelano, nel corso della lettura, come un unico tema. Il mito del carro alato e la critica della scrittura sono i due poli di un testo che parla, con due diversi linguaggi, della stessa cosa: la natura dell’anima e il suo rapporto con la verità. Indispensabile per capire perché Platone scrivesse sapendo che la scrittura era inadeguata.

Livello: fonte primaria / intermedio

Repubblica

Platone; ed. BUR, trad. e cura di Mario Vegetti (7 voll.); oppure ed. Laterza in volume unico

L’opera più vasta di Platone richiede un investimento serio. Per chi vuole concentrarsi sulla dimensione iniziatica, il libro VI (la metafora della linea divisa) e il libro VII (il mito della caverna e il curriculum filosofico) sono il nucleo. L’edizione Vegetti è la più rigorosa disponibile in italiano, con un apparato critico che non ha equivalenti.

Livello: fonte primaria / avanzato

Le dottrine non scritte e la struttura dell’Accademia

Platone e la scrittura della filosofia

Thomas Alexander Szlezák; ed. Vita e Pensiero

Il testo più accessibile della scuola di Tubinga per il lettore italiano. Szlezák dimostra con analisi puntuale dei testi come i dialoghi contengano sistematici segnali di reticenza — indicatori che ciò che viene detto per iscritto non è tutto ciò che Platone aveva da dire. Un’opera che cambia il modo di leggere i dialoghi. Consigliata dopo aver letto almeno ilSimposioe ilFedro.

Livello: intermedio

Per una nuova interpretazione di Platone

Giovanni Reale; ed. Vita e Pensiero

La sistematizzazione italiana della tesi delle dottrine non scritte. Reale presenta con chiarezza e ricchezza documentaria il sistema dei due principi supremi (Uno e Diade indefinita) ricostruito a partire dalle testimonianze indirette. Opera di riferimento per chi voglia approfondire la questione senza leggere Krämer e Gaiser in tedesco.

Livello: avanzato

Per la dimensione comparativa e tradizionalista

Platonismo e tradizione esoterica

Pierre Hadot; ed. varie (saggi raccolti inEsercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi)

Hadot ha restituito alla filosofia antica la sua dimensione di pratica spirituale — non sistema dottrinale ma modo di vita, esercizio di trasformazione interiore. I saggi su Platone, il Neoplatonismo e la filosofia come esercizio spirituale sono fondamentali per comprendere cosa significasse «fare filosofia» nell’antichità. Una lettura che trasforma il modo di rapportarsi non solo a Platone ma all’intera tradizione filosofica occidentale.

Livello: intermedio

La filosofia come modo di vivere

Pierre Hadot; ed. Einaudi

La versione più accessibile del pensiero di Hadot, ricavata da una serie di conversazioni. Qui la tesi della filosofia antica come esercizio spirituale è presentata in modo diretto e senza apparato tecnico. Un libro che si legge in un pomeriggio ma che continua a lavorare per mesi.

Livello: accessibile

Neoplatonism

R.T. Wallis; ed. Duckworth (in inglese); introduzione disponibile in italiano comeIl Neoplatonismo, ed. Laterza

La migliore introduzione al Neoplatonismo come sviluppo sistematico dell’intuizione platonica. Wallis copre Plotino, Porfirio, Giamblico e Proclo con chiarezza e rigore, mostrando come il Neoplatonismo non sia un tradimento del platonismo originale ma il suo dispiegamento più conseguente. Indispensabile per capire come la tradizione platonica ha attraversato la tarda antichità e alimentato sia il pensiero cristiano sia quello islamico.

Livello: avanzato


→ Prossimo:Plotino e il ritorno all’Uno: la mistica neoplatonica· Articolo 24

athanor

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