Studi Tradizionali

Lo spirito tradizionale e l’occidente

LO SPIRITO TRADIZIONALE E L’OCCIDENTE

Centro Studi Metafisici di Milano

Una delle caratteristiche degli occidentali che li rende sempre più impermeabili alla penetrazione delle influenze spirituali è rappresentata da una facoltà immaginativa fortemente sviluppata e facilmente impressionabile.  Lo stesso maestro occidentale, René Guénon, ha dovuto chiarire quanto poco interesse questi aspetti di carattere “psichico” potessero rivestire nei confronti della realizzazione d’ordine spirituale o iniziatico, invitando chi fosse interessato a tale realizzazione ad “evitarli spietatamente come ostacoli capaci di sviarlo dallo scopo unico cui tende[1]. Tuttavia lo sviluppo indefinito e inutile degli aspetti orizzontali dell’essere umano non si manifesta solo in quei poteri “fenomenici”, che da sempre rappresentano uno degli ambiti che attraggono la maggior parte degli occidentali.  L’instabilità mentale, infatti, si riflette in forma ormai generalizzata, nella proiezione di un mondo “immaginato”, quasi parallelo alla realtà.  Naturalmente conosciamo bene l’esistenza di un “mondo immaginario”, espressione con la quale vengono tradotti nelle lingue occidentali i termini dell’esoterismo islamico ‘âlam al khayâl e ‘âlam al mithâl, anche se sarebbe più opportuno riferirsi in questo caso al “mondo delle apparizioni” in riferimento al luogo in cui, in stato di veglia o di sonno, i profeti e i santi ricevono l’“immagine” delle realtà intellettuali relative ai mondi superiori.  Nel caso in questione, invece, ci riferiamo semplicemente all’immaginazione intesa nel suo senso corrente, poiché si tratta propriamente di una facoltà comune e niente affatto spirituale.  D’altronde, si nota spesso un’analoga confusione tra gli “stati spirituali” e quelli che possono essere considerati solo degli “stati d’animo”; tale confusione tra psichico e spirituale rappresenta in effetti uno degli errori ricorrenti degli occidentali in genere.

Nell’ambito religioso questa tendenza si riflette in una esagerata considerazione che hanno via via assunto gli aspetti più propriamente “mistici”, al punto da costituire una vera e propria “religiosità illusoria” in cui i contenuti intellettuali presenti nella dottrina, prima ignorati, vengono sempre più “rispolverati” in forma ridotta e distorta, quando non nettamente invertita[2].  Simili prospettive si sono “infiltrate” profondamente nella mentalità occidentale.  Esse infatti inducono sottili condizionamenti, molto prossimi a ciò che gli incantesimi rappresentano per la magia: d’altra parte Guénon ha chiarito con la consueta efficacia come l’ambito magico e quello mistico siano molto più prossimi tra loro di quanto si possa immaginare[3]. Non deve sorprendere quindi che anche quando gli occidentali cominciano a interessarsi alla dimensione spirituale, per mancanza di discriminazione, sono in realtà portati a trasporre in questo dominio ciò che è proprio invece del misticismo: Solo una effettiva consapevolezza spirituale può in questo caso fornire gli strumenti intellettuali necessari: purtroppo, come ha affermato il maestro, “il deposito della conoscenza iniziatica non è più custodito realmente da nessuna organizzazione occidentale”[4]. Questo spiega ai nostri occhi come abbiano potuto svilupparsi tendenze misticheggianti anche all’interno degli ambiti iniziatici, che, per definizione, dovrebbero essere i più estranei a tutto ciò che pertiene alla “mistica” e all’ambito “psichico” in genere. In particolare, ci vorremmo soffermare sulla sempre più marcata propensione ad assumere un atteggiamento “solitario”, nel quale si ricercherebbe la base per un eventuale raddrizzamento tradizionale e per una ipotetica realizzazione spirituale. Così come i mistici sono generalmente in disaccordo con le organizzazioni religiose alle quali dovrebbero appartenere e nelle quali stigmatizzano, spesso con ragione, i segni di una evidente degenerazione, così si vorrebbe inquadrare sotto questa stessa prospettiva il difficile legame con organizzazioni iniziatiche nelle quali sono evidenti le diminuzioni e persino le “deviazioni”, legame che si è fatto, lo comprendiamo, sempre più difficile da sostenere soprattutto per chi abbia conoscenza degli insegnamenti ritrasmessi da René Guénon: “Gli esempi di simili deviazioni sono fin troppo numerosi; quante associazioni, che avrebbero potuto svolgere una funzione molto elevata (se non puramente intellettuale, perlomeno confinante con l’intellettualità) se avessero seguito l’indirizzo originario, sono invece andate rapidamente degenerando in questa guisa, fino a ritrovarsi a procedere in senso opposto alla primitiva direzione, di cui tuttavia continuano a portare i segni, ancora ben visibili per chi sa capirli! In questo modo è andato totalmente perduto, fin dal XVI secolo, tutto ciò che era stato possibile salvare dell’eredità lasciata dal Medioevo; per non parlare poi di tutti gli inconvenienti secondari: ambizioni meschine, rivalità personali e tutte quelle altre cause di dissidio che fatalmente sorgono all’interno di gruppi così costituiti, soprattutto se si considera che bisogna per necessità tenere conto dell’individualismo occidentale”.[5]

La prospettiva dei “solitari” è estremamente ambigua. Essi non si considerano effettivamente “dentro” le comunità iniziatiche e non partecipano veramente, qualora fosse ancora possibile, alla messa in pratica del metodo spirituale. D’altra parte, essi non si pongono nemmeno “fuori” dalle organizzazioni, con le quali mantengono un legame che, non potendo essere spirituale, necessariamente è psichico e sottile. Spesso tale atteggiamento è così radicato che nemmeno l’inserimento in una organizzazione regolare e completa riesce a scalfire il mondo illusorio che l’individuo si è creato. Queste ambiguità alla lunga proiettano un’ombra sulle stesse concezioni dottrinali che vengono anch’esse diminuite in una prospettiva individuale e sentimentale. È noto che il mistico rifugge la vita del mondo ed anche quella comunitaria poiché entrambe lo “distraggono” dallo stato di passività e di abbandono che caratterizza propriamente il misticismo. In una prospettiva iniziatica, il punto di vista profano appare effettivamente come illusorio, ma non per questo viene ricercato il “distacco” dalla realtà; lo stesso principio della “realizzazione spirituale” indica piuttosto la rottura del velo dell’illusorietà e la presa di coscienza della Realtà. Le lingue sacre esprimono con maggiore chiarezza questa prospettiva: in arabo ad esempio il nome di Dio al Haqq indica contemporaneamente “la Verità” e “la Realtà”: la realizzazione, tahqiq, è effettivamente una “verificazione”, nel senso della conoscenza della Verità della Realtà. Così, se “quasi sempre il mistico è troppo facilmente ingannato dalla sua immaginazione”[6], nell’esoterismo autentico il rigoroso metodo spirituale conduce normalmente a un sempre maggiore “Realismo”. È evidente a questo punto che i “solitari” occidentali costituiscono purtroppo una vera e propria parodia di coloro che nella tradizione islamica sono chiamati gli afrad, vale a dire i “singolari”. Conoscendo il fascino che questa realtà poteva esercitare sugli occidentali, Guénon più volte è intervenuto per chiarire che la loro funzione è assolutamente eccezionale, in quanto si rende necessaria soltanto “in circostanze che rendono impossibile la trasmissione normale, per esempio in mancanza di qualsiasi organizzazione iniziatica regolarmente costituita”[7], circostanze che nel mondo attuale sono a dir poco improbabili. La realtà spirituale degli afrad, termine che viene tradotto con “singolarità” per mancanza di espressioni migliori, rappresenta in effetti una stazione particolare di “prossimità” a Dio, in cui particolari esseri possono essere elevati ad uno stato di compenetrazione nella Presenza divina, l’Unica, l’Assoluta, e per questo essere considerati veramente “singolari”. È Dio che ha eletto Se stesso alla “singolarità” e alla “disparità”, mentre appare veramente “titanica” la pretesa di chi volesse eleggersi “solitario” da solo.

Un simile atteggiamento costituisce un ulteriore impedimento a cogliere il contributo autentico che possa venire da parte di coloro che detengono effettivamente un’autorità, certo non di carattere personale, bensì realmente spirituale e intellettuale. La naturalezza con cui un orientale è portato a riconoscere l’autorità spirituale rappresenta ciò per cui maggiormente egli differisce da un occidentale, anche se le “rivoluzioni etniche”, di cui Guénon poteva avere solo intuizione, ne stanno offuscando l’evidenza. La maestria, in effetti, costituisce un elemento imprescindibile dell’ambito iniziatico e si manifesta su di un piano assolutamente intellettuale, quindi impersonale e universale; la sfrenata ricerca della “singolarità”, da una parte, o del “culto personale”, dall’altra, costituiscono uno dei maggiori impedimenti al riconoscimento di tale funzione. Questa attenzione invertita per gli aspetti individuali è anche alla base di molte deviazioni che avvengono in seno anche alle organizzazioni di origine orientale, nelle quali le tecniche propriamente iniziatiche, come l’invocazione dei nomi divini, vengono messe in secondo piano rispetto a particolari elementi secondari, come l’influenza che possa derivare dalla contemplazione del volto del maestro. Se questa, in principio, si fonda su di una base tradizionale, quantunque simbolicamente molto più elevata di quella che generalmente viene espressa, è evidente che l’utilizzo che ne viene fatto oggi sia perfettamente in linea con la generale tendenza moderna all’individualizzazione.

Lo stesso atteggiamento nei confronti di Guénon è emblematico: a volte lo si vuole considerare un semplice “autore letterario”, a volte un modello “personale” da imitare superficialmente e illusoriamente. In tal modo si trascura da una parte l’impersonalità della dottrina espressa dal maestro, dall’altra il fatto che egli, fin da giovane e fino alla fine della vita, si sia inserito come musulmano in una confraternita contemplativa, abbia seguito un regolare maestro, ed abbia partecipato ad una comunità tradizionale per raggiungere la quale, in mancanza di analoghe realtà tradizionali in Occidente, dovette trasferirsi al Cairo. Il fatto che nelle organizzazioni di mestiere in genere la figura dell’autorità spirituale non sia immediatamente visibile[8], ha forse permesso che si arrivasse ad infiltrare la mentalità tradizionale con concezioni “democratiche” in realtà contrarie ad ogni vera gerarchia spirituale ed al principio stesso di ogni organizzazione iniziatica. Proprio in questo spirito “democratico”, con tutto quello che rappresenta, potrebbe risiedere in definitiva il favore che tali organizzazioni rivestono ancora agli occhi degli occidentali. Anche in questo caso si assiste allo sviluppo indiscriminato di illusioni che ribaltano completamente il significato della realtà tradizionale. Mettendo in discussione la stessa funzione delle gerarchie spirituali, l’atteggiamento di ricerca spirituale “solitaria” raggiunge purtroppo un ultimo nefasto risultato, quello cioè di rendere addirittura inoperanti le influenze spirituali, poiché chi si “isola” viene meno a quella realtà comunitaria che, in questi tempi ultimi, è l’unica garanzia tanto di una possibile “unione” quanto di una effettiva “forza” spirituale operante. A questo può essere accostato il significato delle parole del Cristo: “Quando due o tre saranno riuniti in nome mio, io sarò in mezzo ad essi”. In una via regolare, infatti, il lavoro iniziatico di una comunità riunita attorno ad un Maestro è in grado di “richiamare” la “presenza” di influenze spirituali che rappresentano effettivamente la “Maestria” nel senso veramente universale del termine.

Si può affermare che questa “presenza” si manifesta in qualunque modo all’intersezione delle “linee di forza” che vanno dall’uno all’altro di coloro che vi partecipano, quasi la “discesa” di essa venisse sollecitata dalla risultante collettiva che si produce in questo punto determinato e che le fornisce un adeguato supporto”[9].

Stupisce particolarmente, quindi, che un atteggiamento radicalmente negativo nei confronti delle autorità e delle comunità spirituali stia prendendo piede anche all’interno di alcuni ambienti islamici presenti in Occidente. Sembra quasi che, invece di costituire quel necessario apporto dall’Oriente, ci si preoccupi di “occidentalizzarsi” nel senso deteriore del termine. Eppure lo stesso Guénon aveva richiamato che “solo in Oriente si possono trovare gli esempi a cui converrà ispirarsi”[10][. Se “una rigenerazione dell’Occidente s impone”[11], i ripetuti accenni di Guénon all’“influenza della civiltà islamica in Occidente”[12], sono chiare indicazioni per chi voglia intendere, anche perché la civiltà islamica è ciò che v’è di più simile a quel che sarebbe una civiltà tradizionale occidentale”[13]. E’ quindi nell’Oriente spirituale, non certo in quello geografico, che si potrebbe ritrovare il senso autentico della dottrina, della metodologia magistrale e della funzione comunitaria, cui i “solitari” vorrebbero contrapporre un’azione dissolutrice.

“Il risultato della pratica del dhikr [14] è quindi inseparabile dalla perfetta fratellanza degli iniziati, e chi si dedica all’“incantazione” perviene al grado della Futuwwa (la nobiltà spirituale), poiché egli si occupa sempre degli altri (confratelli). (…) Procuratevi, o fratelli, la comprensione di una scienza che è la salvaguardia vostra e di tutti noi: non provocate scissioni tra i gruppi di iniziati, anche se fossero essi stessi a fomentarle!”[15].

Come ci ha riportato Guénon, affinché determinate possibilità si manifestino in Occidente, è necessario che coloro che partecipano al dominio iniziatico, “prendano coscienza della loro qualificazione”[16], ossia rendano operative in loro stessi le influenze spirituali ricevute con l’iniziazione, arrivando a costituire effettivamente una “élite spirituale”, tramite la quale si dovrà effettuare il necessario “raddrizzamento”. Molte sono le mistificazioni che mirano specificamente a creare confusioni e ad impedire questo processo di “raddrizzamento” e, tra queste, svolgono un ruolo preminente le “correnti psichiche”, a cui partecipano i “solitari” i “mistici” e gli “anonimi”. Ad esse è da attribuire anche quel particolare mondo illusorio che impedisce agli occidentali, pur nella consapevolezza di una crisi evidente, di riconoscere nella realtà gli strumenti e le organizzazioni tramite le quali potere uscire da tale dimensione illusoria. Tre anni prima di morire, Guénon aveva pubblicamente segnalato le particolari e difficili condizioni in cui si trovavano gli occidentali.

“Le probabilità di una reazione che provenga dall’Occidente in quanto tale sembrano diminuire ogni giorno di più, giacché quel che di tradizionale rimane in Occidente è sempre più contaminato dalla mentalità moderna, e di conseguenza sempre meno atto a costituire un solido fondamento per una tale restaurazione; cosicché, senza escludere nessuna delle possibilità che ancora possono esistere, pare più che mai verosimile che l’Oriente[17] debba intervenire più o meno direttamente, nel modo da noi esposto”[18].

Queste considerazioni che costituiscono l’“Aggiunta del 1948” al volume “Oriente e Occidente”, si richiamano espressamente all’ultima delle possibilità indicate precedentemente dal maestro, l’unica in cui è giustificabile un intervento “diretto” dell’Oriente.

“È solo nel caso in cui l’Occidente si mostrasse definitivamente impotente a ritornare ad una civiltà normale che potrebbe essergli imposta una tradizione estranea (…) per giungere a tale estremo occorrerebbe che l’Occidente avesse perduto anche le ultime vestigia di spirito tradizionale, ad eccezione di una piccola élite, senza la quale, non essendo neppur più in grado di accogliere la tradizione estranea, esso precipiterebbe inevitabilmente nella peggior barbarie”[19].

Tuttavia, tale “piccola élite” dovrebbe avere una relativa autonomia, poiché occorrerebbe tener presente alcune considerazioni in merito alla difficoltà di relazioni tra organizzazioni orientali e l’Occidente. Una volta cambiate però le condizioni, tramite questa élite appartenente ad una tradizione “estranea”, le regolari relazioni possono riprendere.

“Possiamo affermar questo: mai nessuna organizzazione orientale costituirà delle “filiali” in Occidente; né, almeno finché le condizioni non saranno completamente cambiate, alcuna organizzazione orientale potrà avere relazioni con qualche organizzazione occidentale, qualunque essa sia, giacché essa potrebbe averne soltanto con un’élite costituita conformemente ai veri principi”.[20]

Non potendo contare su di una “reazione che provenga dall’Occidente” e nemmeno su di semplici “filiali” di organizzazioni orientali, viene così lasciata aperta la possibilità che una comunità iniziatica composta da occidentali possa costituire in Occidente un centro iniziatico, se Dio vuole, aderendo ad una tradizione “estranea”. La questione è delicata. Infatti, René Guénon, dieci anni prima di stabilirsi definitivamente al Cairo, era portato ad affermare, come abbiamo già citato, che, quantunque la civiltà islamica sia “ciò che v’è di più simile a quel che sarebbe una civiltà tradizionale occidentale (…) certamente nella massa degli occidentali esiste molto più odio per tutto ciò che è islamico che per quanto concerne il resto dell’Oriente”[21]. Oggi è più che mai evidente che si sono realizzate quelle “nuove condizioni” e le “rivoluzioni etniche”, indicate da Guénon, che hanno portato alla presenza di una comunità islamica in Occidente che è, e sarà, per quanto illusorie possano essere le proiezioni statistiche, sempre più significativa. La presenza di una comunità islamica, pur se in buona parte composta da immigrati, costituisce il naturale contesto all’interno del quale poter operare in Occidente una effettiva “azione generalizzata”[22] di natura spirituale, che è una delle condizioni per poter sperare in un “raddrizzamento” tradizionale. Sono questi “fatti nuovi” a costituire il presupposto per l’adesione da parte di una “piccola élite occidentale” ad una tradizione, come quella islamica, che è “estranea”, non tanto ad una specifica geografia sacra, quanto piuttosto alla mentalità occidentale sempre più “moderna” e quindi inadatta “a costituire il fondamento per una restaurazione” tradizionale. Guénon, infatti, all’inizio del secolo e nella speranza di una “iniziativa” dell’Occidente, aveva distinto la funzione degli “intermediari orientali” e quella di una élite inserita in una forma tradizionale “occidentale”:

“Coloro che hanno assimilato direttamente l’intellettualità orientale non possono pretendere di avere un compito diverso da quello di intermediari (e non possono) prendere l’iniziativa di un’organizzazione, iniziativa che, se venisse da loro, non sarebbe veramente occidentale”[23]

Da allora gli eventi sono precipitati ad un ritmo sempre più incalzante. È così che già nel 1948, al maestro risultava evidente, e lo sarebbe ancor più adesso, la necessità di un intervento più o meno “diretto” dell’Oriente, vale a dire la necessità che le due differenti funzioni, quelle di “intermediari” che hanno aderito a una tradizione orientale e di rappresentanti dell’“élite intellettuale occidentale” sia pur distinte, si risolvessero in un certo senso nel loro principio superiore. Solo in questo senso si può concepire la riunione di queste due funzioni, cosa che ricorda la riunione di Autorità spirituale e Potere temporale prevista per i tempi ultimi e non, invece, in artificiose doppie appartenenze ad organizzazioni considerate le depositarie in esclusiva del dominio exoterico l’una ed esoterico l’altra che vengono individuate come collocate rispettivamente ed esclusivamente in Oriente e in Occidente. La presenza di una comunità islamica in Occidente, impensabile solo fino a qualche decennio fa, costituisce una evidenza di fatto, in un certo senso già anticipata dalle ultime parole dell’“Aggiunta” ad “Oriente e Occidente”:

“Approfitteremo infine di quest’occasione per aggiungere che siamo più che mai inclini a considerare lo spirito tradizionale, in quanto ancora vivente, come rimasto intatto unicamente nelle sue forme orientali. Se l’Occidente possiede ancora in se stesso i mezzi per ritornare alla propria tradizione e restaurarla pienamente, sta ad esso provarlo. Nell’attesa, siamo obbligati a dichiarare che finora non abbiamo rilevato il minimo indizio che ci autorizzi a supporre che l’Occidente, abbandonato a se stesso, sia realmente in grado di portare a termine questo compito, qualunque sia la forza con cui si imponga ad esso l’idea della sua necessità.”[24]

Gli aderenti a questa tradizione “estranea”, quindi, potrebbero oggi trascendere il ruolo che René Guénon indicava come quello di “intermediari” fra organizzazioni iniziatiche dell’Oriente e dell’Occidente, per costituire essi stessi l’auspicata élite intellettuale fondata sull’appartenenza ad una comunità mediatrice, con un carattere universale. Ogni cambiamento di condizione contingente infatti è necessario ma non sarebbe sufficiente ad avere riflessi generali se non fosse sostenuto da una condizione interiore che costituisca un reale ricollegamento con l’Universale né orientale, né occidentale – trascendendo i limiti stessi della condizione formale.

Una semplice “filiale” di un’organizzazione iniziatica islamica orientale non raggiungerebbe effettivamente l’obiettivo, come d’altronde risulta evidente se si considera il fallimento dei molti tentativi in tal senso che si sono succeduti dalla morte di René Guénon a oggi. Ancora meno possono essere considerate efficaci le presunte “relazioni” tra l’Oriente e l’Occidente, condotte sulla base di un sincretismo o di quella che abbiamo chiamato una “doppia appartenenza”. Al contrario, determinati “adattamenti” devono essere condotti dall’alto, come è regola nelle organizzazioni tradizionali, ed è particolarmente significativo che essi abbiamo potuto prendere appoggio sulla rivivificazione e sul sostegno di specifiche influenze spirituali, le quali, non a caso, sono le stesse che hanno avuto un ruolo determinante nell’ispirazione della stessa opera dello Shaykh `Abd al Wahid Yahya, René Guénon. Inoltre, gli adattamenti necessari per una tale opera di “raddrizzamento” non possono che appoggiarsi sullo stesso “rinverdimento” spirituale che ha condotto all’espressione guenoniana delle dottrine tradizionali in un Occidente in cui, da secoli, “il deposito della conoscenza iniziatica non è più custodito realmente da nessuna organizzazione”. In effetti, l’Islam, in quanto “forma ultima dell’ortodossia tradizionale per il ciclo attuale”[25], svolge una funzione escatologica che Guénon collega a quella dell’“arca”, tanto più che l’Islam non è veramente “estraneo” all’Occidente, non solo in quanto storicamente per molti secoli la Spagna e la Sicilia sono state islamiche, ma soprattutto in virtù del fatto che, ultima tradizione del ciclo, l’Islam è realmente “universale”, quindi non è né orientale, né occidentale, conformemente alla parola di Dio:

“A Dio appartiene l’Oriente e l’Occidente. Egli guida chi vuole sulla retta via. Per questo vi abbiamo istituito quale comunità mediatrice affinché voi siate testimoni dì fronte agli uomini e il Messaggero di Dio sia testimone di fronte a voi”.[26]

Comincerebbe così a manifestarsi la realtà indicata dall’hadith profetico: “La gente dell’ovest (gharb) continuerà a dedicarsi al Vero fino all’Ora estrema”. Finché in Occidente quei pochi che possono essere richiamati ai principi dello Spirito tradizionale, non si sveglieranno dalle illusioni, si rischierà di mettere costantemente a repentaglio la presenza delle realtà spirituali che sono state provvidenzialmente preposte a fornire gli elementi essenziali per la costituzione di quell’“arca” destinata a resistere agli eventi dei tempi ultimi e a varcare la soglia del mondo venturo. Anche se tutto quanto concerne l’escatologia deve rimanere custodito dal velo del “mistero”, non di meno dovrà essere necessariamente la conseguenza dei principi metafisici che anzi dovranno manifestarsi in tutta la loro immediatezza. Ecco quanto dice in proposito René Guénon: “Questo raddrizzamento dovrà d’altronde essere preparato, anche visibilmente, prima della fine del ciclo attuale; ma non potrà esserlo che da colui che, unendo in sé le potenze del Cielo e della Terra, quelle dell’Oriente e dell’Occidente, manifesterà al di fuori, in pari tempo nel dominio della conoscenza e in quello dell’azione, il doppio potere sacerdotale e regale conservato attraverso le epoche, nell’integrità del suo principio unico, dai detentori nascosti della Tradizione primordiale. (…) I “misteri del Polo” (el asrâr el-qutbaniyah) sono sicuramente ben custoditi.”.[27]


[1] René Guénon; Considerazioni sulla via iniziatica, Capitolo XXII, Basaia, Roma, 1988, p. 204.

[2] Non sapremmo come altrimenti definire la sempre maggiore commistione tra rappresentanti cattolici e vecchie e nuove eresie orientaleggianti.

[3] Cfr. ibidem, cap. I e II.

[4] René Guénon, Il Re del Mondo, Adelphi, Milano, 1977, p. 83.

[5] René Guénon, Oriente e Occidente, Cap. “Costituzione e compito dell’élite”, Torino, 1965, p. 191.

[6] René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, cap. II, cit. p. 36.

[7] René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, Torino, p. 286-7.

[8] Cfr. René Guéno/n, Iniziazione e realizzazione spirituale, Cap. “Lavoro collettivo e presenza spirituale” Cit.

[9] Ibidem, p. 195.

[10] René Guénon, Oriente e Occidente, cit. p. 193.

[11] Ibidem, p. 179.

[12] Il saggio, che porta lo stesso titolo, presente nella raccolta di scritti sull’esoterismo islamico, non fa che riferirsi a considerazioni che si sviluppano in tutta l’opera di Guénon.

[13] René Guénon, Oriente e Occidente, cit., p. 223.

[14] Il dhikr, “ricordo” o “menzione” dei nomi divini, costituisce l’elemento centrale della pratica esoterica islamica. La ripetizione di formule rituali, lo japa-yoga degli indù, è considerato in tutte le tradizioni il metodo più adatto per gli ultimi tempi. La frase, ricorrente nel Corano, wa la dhikru-Llahi akbar, “e certamente il ricordo di Dio è il più grande”, va intesa, infatti, in tutti i suoi significati.

[15] Shaykh Muhammad at-Tâdilî, ad-dînu-n-nasîha, La vita tradizionale è la sincerità, II.

[16] René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, cit. p. 358.

[17] Più avanti lo stesso maestro chiarisce di intendere Oriente e Occidente come l’opposizione di “due punti di vista e non semplicemente quella di due termini geografici”.

[18] René Guénon, “Aggiunta del 1948”, alla fine del volume Oriente e Occidente, cit., p. 250.

[19] Ibidem,p. 218.

[20] Ibidem, p. 195.

[21] Ibidem, p. 223.

[22] Ibidem, p. 195.

[23] Ibidem, p. 197.

[24] Ibidem, p. 251.

[25] René Guénon, “I misteri della lettera Nûn”, in Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano, 1975, 145.

[26] Corano, II, 142-143.

[27] René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, cit. XL, 337.

René Guénon

« Tutto ciò che è, sotto qualsiasi modalità si trovi, avendo il suo principio nell'Intelletto divino, traduce o rappresenta questo principio secondo la sua maniera e secondo il suo ordine d'esistenza; e, così, da un ordine all'altro, tutte le cose si concatenano e si corrispondono per concorrere all'armonia universale e totale, che è come un riflesso dell'Unità divina stessa. » (René Guénon, Il Verbo e il Simbolo, gennaio 1926, ora in Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1975, p. 22)

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