Infinito e Possibilità
Per capire la dottrina della molteplicità degli stati dell’essere, è necessario risalire, prima di ogni altra considerazione, alla più primordiale delle nozioni, quella dell’Infinito metafisico, considerato in rapporto alla Possibilità universale. L’Infinito, secondo il significato etimologico del termine, è ciò che non ha limiti: e per conservare il suo reale significato bisogna riservarne rigorosamente l’impiego a tutto ciò che non ha assolutamente alcun limite, escludendo quanto può sottrarsi a certi limiti particolari, pur essendo soggetto ad altri, essenzialmente inerenti alla sua stessa natura, come ad esempio è il caso, da un punto di vista logico (che in fondo è il riflesso di quello che potremmo chiamare un punto di vista «ontologico»), di quegli elementi che intervengono nella definizione stessa di ciò di cui si tratta. Quest’ultimo caso, che già altre volte abbiamo preso in considerazione, è in particolare quello del numero, dello spazio e del tempo, e vale anche quando questi elementi vengono concepiti nel modo più generale ed esteso, cosa del resto assai rara[1]; esso non sfugge, in realtà, al dominio dell’indefinito. È a questo indefinito che taluni, quando è di ordine quantitativo come negli esempi citati, danno abusivamente il nome di «infinito matematico», come se l’aggiunta di un epiteto o di una qualificazione determinativa al termine «infinito» non implicasse già di per sé una contraddizione[2]. In realtà quest’indefinito, procedendo dal finito di cui non è che un’estensione o uno sviluppo, è sempre riducibile al finito, e non è commensurabile al vero Infinito: proprio come l’individualità, umana o non umana, anche considerata nell’integralità dei prolungamenti indefiniti di cui è suscettibile, non è commensurabile all’essere totale[3]. La formazione dell’indefinito dal finito, di cui abbiamo dato ora un esempio, è di fatto possibile solo a condizione che il finito contenga già in potenza l’indefinito; quand’anche i limiti si allontanassero fino ad essere persi di vista (e cioè fino a sfuggire ai nostri normali mezzi di misura), non per questo verrebbero soppressi: è più che evidente, per la natura stessa della relazione causale, che il «più» non può provenire dal «meno», né l’Infinito dal finito.
E non può essere altrimenti quando si tratta, come nel caso attuale, di certi ordini di possibilità particolari, evidentemente limitati dalla coesistenza di altri ordini di possibilità, e quindi dalla loro stessa natura, che prevede determinate possibilità, e non «tutte» le possibilità, senza alcuna restrizione. Se così non fosse, questa coesistenza di un’indefinità di altre possibilità non comprese fra quelle considerate, ed ognuna delle quali ancora suscettibile di sviluppo indefinito, sarebbe un’impossibilità, cioè un’assurdità nel senso logico della parola[4]. L’Infinito, invece, per essere veramente tale, non può ammettere alcuna restrizione, e cioè deve essere assolutamente incondizionato e indeterminato, poiché ogni determinazione, per il fatto stesso che lascia qualcosa fuori di sé (e cioè tutte le altre determinazioni ugualmente possibili) è evidentemente un limite. Il limite, d’altronde, ha in sé tutti i caratteri di una vera e propria negazione: imporre un limite significa negare, a tutto ciò che vi è compreso, ciò che resta fuori; la negazione di un limite è dunque in realtà la negazione di una negazione, e cioè, logicamente e matematicamente, un’affermazione: potremo quindi concludere che la negazione di ogni limite equivale in realtà all’affermazione totale ed assoluta. Ciò che non ha limiti non ha in sé nulla che possa essere negato, contiene dunque ogni cosa, e nulla esiste al di fuori di esso; questa idea dell’infinito, che è la più affermativa di tutte le idee possibili poiché comprende tutte le affermazioni particolari, di qualunque ordine, deve quindi esprimersi con un termine di forma negativa proprio a causa della sua assoluta indeterminazione. Ogni osservazione diretta è, infatti, necessariamente una affermazione particolare e determinata, e rappresenta l’affermazione di qualcosa; l’affermazione totale ed assoluta invece non è una affermazione particolare che ne esclude altre, bensì le implica tutte. Il rapporto fra quanto abbiamo detto e la Possibilità universale, che comprende in sé ogni possibilità particolare, è evidente[5].
L’idea dell’Infinito che risulta da quanto abbiamo esposto[6] non è minimamente discutibile o contestabile sul piano metafisico poiché non comporta alcuna contraddizione, non contenendo alcunché di negativo; ed è inoltre necessaria, nel senso logico della parola[7], perché sarebbe piuttosto la sua negazione ad essere contraddittoria[8]. Infatti, se consideriamo il «Tutto» in senso universale ed assoluto, è chiaro che esso non può essere in alcun modo limitato, poiché ciò che potrebbe limitarlo dovrebbe essere esteriore ad esso, e se questo accadesse, non si tratterebbe allora del «Tutto». È necessario anche osservare che il «Tutto», in questo senso, non dovrà mai essere assimilato ad un tutto particolare e determinato, e cioè ad un insieme costituito da parti legate ad esso da un rapporto definito; esso, in realtà, è «senza parti», poiché queste sono necessariamente relative e finite, e non possono dunque avere una comune misura od un qualsiasi rapporto con il «Tutto», per il quale, quindi, in definitiva non esistono [9]; e questo basti a sconsigliare chiunque dal volersene formare un’immagine particolare [10].
Quanto abbiamo detto circa il Tutto universale, nella sua indeterminazione più assoluta, è ancora applicabile quando lo si consideri sotto l’aspetto della Possibilità: e in realtà questa non è una determinazione, o quanto meno è il minimo di determinazione possibile per rendercelo attualmente concepibile, e soprattutto esprimibile. Come abbiamo già osservato[11], un limite alla Possibilità totale è un’impossibilità nel vero senso della parola, poiché, dovendo comprendere la Possibilità per limitarla, non può essere compreso in essa, e ciò che è al di fuori di essa è evidentemente l’impossibile; ma un’impossibilità, e cioè una pura e semplice negazione, non è altro che il nulla, che non può evidentemente rappresentare un limite; se ne conclude perciò che la Possibilità universale è necessariamente illimitata. Non dimentichiamo d’altronde che questo è applicabile solo alla Possibilità universale e totale, che è quindi un aspetto dell’Infinito, dal quale non si distingue in alcun modo; d’altra parte nulla può esservi fuori dell’Infinito, poiché ne costituirebbe un limite, ed allora non si tratterebbe più dell’Infinito. L’idea di una «pluralità di infiniti» è un’assurdità, dal momento che essi si limiterebbero l’un l’altro, e nessuno di essi sarebbe allora infinito[12]; se dunque diciamo che la Possibilità universale è infinita o illimitata, intendiamo con ciò che essa non è altro che l’Infinito considerato sotto un suo aspetto, ammesso che si possa parlare di «aspetti» dell’Infinito. Dal momento che l’Infinito è «senza parti» non dovrebbe esservi, a rigore, una molteplicità di aspetti esistenti realmente e «distintivamente» in esso; e infatti siamo noi che lo concepiamo sotto un aspetto particolare, perché non possiamo fare altrimenti, ed anche se la nostra concezione non fosse essenzialmente limitata dal fatto che apparteniamo ad uno stato individuale, dovrebbe per forza limitarsi per diventare esprimibile, poiché per questo le è necessario rivestirsi di una forma determinata. Ciò che conta però è che si abbia sempre presente quale è la causa di questo limite, e quale ne é la natura, in modo da attribuirla alla nostra imperfezione, o piuttosto a quella degli strumenti interiori ed esteriori di cui disponiamo attualmente, in quanto esseri individuali, dotati effettivamente di un’esistenza definita e condizionata, ed evitare di ascrivere quest’imperfezione, contingente e transitoria come le condizioni a cui si riferisce e dalle quali risulta, al dominio illimitato della Possibilità universale.
Aggiungiamo un’ultima osservazione: parlando correlativamente dell’Infinito e della Possibilità non intendiamo certo stabilire fra questi due termini una distinzione che in realtà non esiste; si tratta piuttosto di considerare in questo caso l’Infinito sotto un aspetto attivo, mentre la Possibilità ne é l’aspetto passivo[13]; ma che lo si immagini attivo o passivo, si tratta pur sempre dell’Infinito, che non viene certo infirmato da questi punti di vista contingenti, e le determinazioni, qualunque sia il principio che le attualizza, esistono solo in rapporto al nostro modo di concepire. Si tratta, in fondo, di ciò che abbiamo chiamato, utilizzando la terminologia estremo-orientale, la «perfezione attiva» (Khien) e la «perfezione passiva» (Khuen), essendo la Perfezione, in senso assoluto, identica all’Infinito inteso in tutta la sua indeterminazione; e tutto questo, come abbiamo già detto, è analogo, ma ad un grado differente e sotto un aspetto ben più universale, a quelle che sono l’«essenza» e la «sostanza» nell’Essere [14]. Sia ben chiaro, sin d’ora, che l’Essere non racchiude in sé tutta la Possibilità, e non è quindi per nulla identificabile all’Infinito; per questo diciamo che il punto di vista dal quale ora ci poniamo è molto più universale di quello che riguarda l’Essere; su ciò insistiamo appunto per evitare ogni confusione, pur riservandoci di ritornare in seguito sull’argomento.
[1] È importante osservare che diciamo «generali», e non «universali», trattandosi di condizioni speciali di certi stati di esistenza; ciò è sufficiente a far comprendere che in tal caso non si può parlare di infinità, essendo queste condizioni evidentemente limitate, come gli stati a cui si applicano e che concorrono a definire
[2] Se talvolta può accaderci di parlare di «Infinito metafisico», proprio per mettere in risalto in modo esplicito che non si tratta del cosiddetto «infinito matematico» o di altre «contraffazioni» dell’Infinito, se così è lecito esprimerci, desideriamo tuttavia far notare che questa espressione non è soggetta all’obiezione testé formulata, essendo l’ordine metafisico realmente illimitato, e quindi privo di ogni determinazione, e contenendo anzi in sé l’affermazione di ciò che va al di là di ogni determinazione; mentre il termine «matematico» restringe invece il concetto ad un dominio particolare e limitato, quello della quantità
[3] v. «Il Simbolismo della Croce», capp. XXVI e XXX
[4] L’assurdo, in senso logico, è ciò che implica contraddizione; si assimila dunque all’impossibile, dal momento che è proprio l’assenza di contraddizione interna che definisce la possibilità, sia logicamente che ontologicamente
[5] Sull’uso dei termini in forma negativa, ma il cui significato reale è essenzialmente affermativo, v. l’«Introduzione generale allo studio delle dottrine indù», 2° parte, cap VIII e «L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta», cap XV
[6] Diciamo «esposta», e non «definita», poiché sarebbe evidentemente contraddittorio voler dare una definizione dell’Infinito; e abbiamo altronde dimostrato che neppure il punto di vista metafisico, in virtù del suo carattere universale e illimitato, è suscettibile di definizione («Introduzione generale allo studio delle dottrine indù», 2° parte, cap. V)
[7] Bisogna distinguere la necessità logica costituita dall’impossibilità che una cosa non sia ciò che è, o che sia qualcosa di diverso da ciò che è (indipendentemente da qualsiasi condizione particolare), dalla necessità «fisica», o di fatto, che rappresenta solo l’impossibilità per le cose o gli esseri di non conformarsi alle leggi del mondo al quale appartengono, e che è evidentemente subordinata alle condizioni che definiscono questo mondo e valida solo all’interno di questo dominio particolare
[8] Alcuni filosofi, che molto giustamente hanno criticato il concetto del cosiddetto «infinito matematico», mostrando tutte le contraddizioni implicite in quest’idea (è che d’altronde scompaiono non appena ci si renda conto che si tratta in realtà di indefinito), ritengono con ciò di aver provato anche l’impossibilità dell’Infinito metafisico; in realtà, con questa confusione, essi dimostrano solo di ignorare completamente di cosa si tratta in quest’ultimo caso
[9] In altri termini il finito, anche se è suscettibile di estensione indefinita, è pur sempre rigorosamente nullo di fronte all’Infinito; ne deriva che alcuna cosa o essere, potranno mai venire considerati come una «parte dell’Infinito»: questo concetto, del tutto sbagliato, è caratteristicamente panteistico, poiché l’uso stesso della parola «parte» presuppone l’esistenza di un rapporto definito con il tutto
[10] Ciò che soprattutto bisogna evitare è di concepire il Tutto universale come una somma aritmetica, ottenuta con l’addizione delle sue parti prese una ad una e successivamente. D’altra parte, anche quando si tratta di un tutto particolare, è necessario distinguere fra due casi: un tutto, nel vero senso della parola, il quale è logicamente anteriore alle sue parti e ne è indipendente, e un tutto concepito come logicamente posteriore alle sue parti e come la somma di queste, il quale rappresenta in realtà ciò che veniva chiamato dai filosofi scolastici un «ens rationis», e la cui esistenza è subordinata, in quanto «tutto», alla condizione di essere effettivamente pensato come tale; il primo ha in sé un principio di unità reale, superiore alla molteplicità delle sue parti, mentre il secondo non ha altra unità che quella che gli attribuiamo con il pensiero
[11] v. Il Simbolismo della Croce, cap. XXIV
[12] v. ibid., cap XXIV
[13] Si tratta di Brahma e della sua Shakti nella dottrina indù (v. L’Uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, cap. V e X)
[14] v. Il Simbolismo della Croce, cap. XXIV