Le Tradizioni dell'Occidente

Il Corpus Hermeticum: la mente di Dio e la rigenerazione

  1. I Misteri di Eleusi: morte, rinascita e immortalità
  2. Pitagora e la scienza sacra dei numeri
  3. Platone iniziato: la filosofia come percorso esoterico
  4. Il Neoplatonismo: Plotino e il ritorno all’Uno
  5. I Misteri Orfici e la liberazione dell’anima
  6. Ermete Trismegisto e la tradizione ermetica
  7. La Tabula Smaragdina
  8. IlCorpus Hermeticum: la mente di Dio e la rigenerazione
  9. La Qabbalah: struttura dell’Albero della Vita
  10. Lo Zohar e i livelli di lettura della Torah
  11. Mistica cristiana: da Meister Eckhart a Giovanni della Croce
  12. Il Sufismo: via d’amore nell’Islam
  13. Rumi, Ibn ‘Arabī e la waḥdat al-wujūd (Unità dell’Essere)

✦ Le Tradizioni dell’Occidente ›Ermetismo· Articolo 28

«Una volta, mentre il mio pensiero si era levato a meditare sugli esseri, e la mia mente si era sollevata in alto, mentre i sensi del corpo erano trattenuti come accade a chi è oppresso dal sonno…» Così comincia il primo trattato del Corpus Hermeticum, e in quel dormiveglia un essere immenso pronuncia un nome che diventerà programma: Poimandres, la Mente della sovranità assoluta. Non un dio da pregare, ma una mente che si rivela a un’altra mente. Capire cosa accade in quella scena significa capire perché l’ermetismo greco non è alchimia, non è magia, ed è qualcosa di più sottile di entrambe.


Nell’articolo precedente abbiamo lasciato la Tavola Smeraldina con una promessa: che dietro la sua formula operativa — «ciò che è in basso è come ciò che è in alto» — esistesse un corpo dottrinale più ampio e più antico, di cui la Tavola è quasi un epigramma. Quel corpo dottrinale è ilCorpus Hermeticum: una raccolta di diciassette trattati greci, scritti probabilmente fra il I e il III secolo dopo Cristo nell’Egitto ellenizzato, ai quali la tradizione aggiunge l’Asclepiuslatino e i frammenti raccolti da Giovanni Stobeo. Non un libro, dunque, ma una biblioteca: testi di mani diverse, di tono diverso, talvolta in contraddizione fra loro, accomunati dall’attribuzione fittizia a un unico maestro leggendario, Ermete tre volte grande. È da qui che bisogna partire, perché il fraintendimento più diffuso sull’ermetismo nasce proprio dal trattarlo come un sistema unitario quando è, alla lettera, una conversazione a più voci.

La domanda che guida questo articolo non è «cosa dice Ermete», come se ci fosse un Ermete a dirlo, ma: quale visione del rapporto fra Dio, il cosmo e l’uomo emerge da questi testi, e in che cosa essa converge — e in che cosa diverge — dalle altre grandi vie della conoscenza interiore che il mondo tardo-antico produceva nello stesso momento? Perché il Corpus Hermeticum non nasce isolato. Nasce accanto allo gnosticismo, accanto al medioplatonismo, a ridosso del cristianesimo nascente, nello stesso crogiolo alessandrino. Distinguere la sua voce dalle voci vicine è il lavoro più istruttivo che si possa fare su questi testi.

Conviene fissare subito i contorni storici, perché l’ermetismo vive da secoli avvolto in una doppia leggenda: quella antica, che ne fa la rivelazione di un sacerdote egizio anteriore a Mosè, e quella moderna, che lo riduce a curiosità per occultisti. Entrambe ostacolano la lettura. La verità filologica è più sobria e più affascinante. I trattati del Corpus appartengono a quella che gli studiosi chiamano l’ermetica «dotta» o «filosofica», per distinguerla dall’ermetica «tecnica» — i testi di astrologia, alchimia e magia che circolavano anch’essi sotto il nome di Ermete, e a cui la Tavola Smeraldina propriamente appartiene. Sono due famiglie diverse, e l’errore di chi cerca nel Corpus ricette alchemiche è lo stesso di chi cerca nella Tavola una teologia della rinascita: si chiede a un testo ciò che appartiene all’altro.

Per gran parte della storia europea questa distinzione fu invisibile, e per unaragioneclamorosa. Quando nel 1463 Cosimo de’ Medici fece pervenire a Marsilio Ficino un manoscritto greco del Corpus, gli ordinò di interrompere la traduzione di Platone — di Platone! — per voltare prima Ermete in latino. Ficino lo fece, e nella sua prefazione collocò Trismegisto all’inizio di una catena di «antichi teologi» che culminava in Platone e preannunciava il cristianesimo. Per oltre un secolo l’Europa colta lesse il Corpus come un documento di sapienza egizia precristiana, prova che i pagani più antichi avevano già intuito il Verbo. Fu Isaac Casaubon, nel 1614, con un’analisi linguistica che resta un modello di filologia, a dimostrare che quel greco era greco tardo, pieno di echi neotestamentari e platonici: i testi non precedevano Cristo, lo seguivano. La datazione alta crollò. E con essa crollò, agli occhi dei dotti, il prestigio dell’ermetismo — ingiustamente, perché un testo non vale per la sua antichità ma per ciò che pensa.

Tenere a mente questa vicenda non è erudizione fine a sé stessa. Ci insegna che l’autorità di un testo sacro e la sua verità sono cose separabili, e che l’intera fortuna rinascimentale dell’ermetismo poggiò su un errore di datazione che però liberò energie filosofiche reali. La Firenze di Ficino e di Pico non sbagliava nel sentire la potenza del Corpus; sbagliava nel datarlo. È una lezione che vale per tutto il nostro percorso: la genesi storica e la fecondità spirituale di un testo seguono leggi diverse.

La discesa dell’Uomo: il Poimandres

Il primo trattato, ilPoimandres, è il più celebre e il più denso, e merita di essere seguito da vicino, perché contiene in germe quasi tutta la dottrina. La scena, l’abbiamo vista, è una visione: a un veggente non nominato appare un essere sterminato che si presenta come Poimandres, ilNous, la Mente della sovranità assoluta. Alla domanda del veggente — voglio conoscere gli esseri, comprendere la loro natura, conoscere Dio — la Mente risponde mostrandogli la genesi del tutto. È una cosmogonia, ma in forma di rivelazione interiore: ciò che il veggente vede non è un mito raccontato, è una realtà mostrata.

Dalla luce originaria, che è Mente e Dio, procede un Verbo luminoso; dalla Mente nasce una seconda Mente, demiurgica, che plasma i sette governatori — le sfere planetarie — il cui giro avvolge il mondo sensibile. Fin qui un platonismo riconoscibile. Ma poi il Poimandres introduce la sua immagine più sorprendente, quella dell’Anthropos, l’Uomo. Dio genera un Uomo a sua immagine, bellissimo, e lo ama come proprio figlio. Questo Uomo celeste, contemplando la creazione attraverso le sfere, desidera a sua volta creare; si china verso la natura inferiore; e la natura, vedendo riflessa nell’acqua e nelle ombre la sua forma meravigliosa, se ne innamora. L’Uomo, specularmente, si innamora della propria immagine riflessa nella natura e vi discende. Da questo abbraccio nasce la condizione umana: l’uomo terreno è duplice, mortale nel corpo perché legato alle sfere e al destino, immortale nell’essenza perché figlio della Mente.

Si misuri la distanza fra questo racconto e la narrazione biblica della caduta, e insieme la loro inquietante parentela strutturale. In entrambi c’è un Uomo originario, una discesa, una perdita. Ma la caduta ermetica non è una colpa, è un atto d’amore e di creazione: l’Anthropos discende perché ama, perché vuole generare a sua volta, in imitazione del Padre. Non c’è disobbedienza, non c’è serpente, non c’è divieto trasgredito. C’è un movimento ontologico, quasi necessario, dello spirito che si specchia nella materia e vi resta preso. Questa è una delle differenze decisive che separano l’ermetismo dalla teologia del peccato — e, come vedremo, anche dalla gnosi più cupa. L’uomo ermetico non è caduto per una colpa da espiare; è disceso per una vocazione da invertire.

Perché la struttura della discesa contiene già la mappa del ritorno. Se l’uomo è precipitato attraversando verso il basso le sette sfere, caricandosi a ciascuna di una passione — l’avidità, l’inganno, la concupiscenza, l’arroganza, e così via, secondo l’elenco che il Poimandres scandisce con precisione quasi liturgica — allora la salvezza consiste nel percorso inverso: risalire le sfere restituendo a ciascuna la passione che ne proveniva, finché l’uomo, spogliato di tutto ciò che le sfere gli avevano imposto, raggiunge l’ottava regione, l’Ogdoade, e infine si fonde con Dio. «Questo è il fine buono per coloro che hanno raggiunto la conoscenza: diventare Dio.» La frase è enorme, e va capita con esattezza. Non significa che l’uomo sia già Dio, come in certo monismo; significa che lagnosis, la conoscenza, è il movimento reale attraverso cui l’uomo si trasforma e ritorna alla sorgente da cui è venuto.

Qui sta il cuore propriamente ermetico, e qui occorre la massima precisione comparativa per non confonderlo con ciò che gli somiglia. La conoscenza di cui parla il Corpus non è informazione né speculazione astratta. È un sapere che trasforma chi lo riceve, un sapere che è, insieme, un atto e un evento. Il tredicesimo trattato, quello sulla rinascita, lo mette in scena come un dialogo iniziatico fra Ermete e suo figlio Tat: il figlio chiede di essere «rigenerato», e il padre gli spiega che la rinascita non si insegna come una nozione, ma avviene quando le potenze di Dio scacciano dall’anima i «tormenti della materia». Al termine, Tat dichiara: «Padre, vedo il tutto e vedo me stesso nella Mente.» È la descrizione di un’esperienza, non di una teoria. L’ermetismo è, in questo senso, una via — e i suoi trattati sono meno trattati di quanto sembrino: sono trascrizioni di un cammino.

Vale la pena soffermarsi sulla parolanous, perché è la chiave dell’intero edificio. Nel Corpus il nous è insieme la facoltà più alta dell’uomo e la realtà più alta del cosmo: Dio è Mente, e l’uomo possiede una scintilla di quella Mente. Conoscere Dio, allora, non è raggiungere un oggetto esterno, ma far sì che la mente nell’uomo si riconosca come partecipe della Mente che è Dio. Il dodicesimo trattato afferma che il nous non è separato dall’essenza di Dio ma ne è come l’irradiazione, e che negli uomini esso «è Dio». Si avverte la vertigine: l’ermetismo cammina sul filo fra una distinzione (l’uomo non è Dio) e un’identità (la sua parte più alta è divina), e non sempre tiene fermo il filo. È proprio questa oscillazione a renderlo un caso prezioso per la nostra indagine.

Il confronto più urgente è quello con lo gnosticismo, perché Corpus Hermeticum e testi gnostici condividono il lessico —gnosis, sfere, governatori, risalita dell’anima, scintilla divina prigioniera — al punto che a lungo si è parlato dell’ermetismo come di una «gnosi pagana». La somiglianza è reale e va riconosciuta; ma fermarsi ad essa significa mancare la differenza che più conta. Hans Jonas, nel suostudioclassico sullo spirito gnostico, ha colto il tratto distintivo della gnosi nel suo radicale rifiuto del mondo: per il gnostico il cosmo è una prigione, opera di un demiurgo ignorante o malvagio, e la materia è il male da cui fuggire. Il dio vero è straniero al mondo, e l’uomo è gettato in un universo ostile da cui la conoscenza lo strappa.

L’ermetismo, in maggioranza, non dice questo — e qui la sua biblioteca rivela la sua natura polifonica. Esistono trattati ermetici dal tono cupo, quasi gnostico, come parti del settimo, che parla del corpo come «tunica dell’ignoranza» e del mondo come ostacolo. Ma il filone dominante, quello che culmina nell’Asclepius, esprime una stupefatta ammirazione per il cosmo. Il mondo non è una prigione: è «il secondo dio», un dio visibile, immagine bellissima del dio invisibile. L’uomo non è uno straniero gettato in un universo nemico: è il «grande miracolo», l’essere che tiene insieme cielo e terra, capace di contemplare il divino e di prendersi cura del mondo. L’Asclepius arriva a una definizione che nessun gnostico avrebbe mai pronunciato: l’uomo èmagnum miraculum, un grande prodigio, perché partecipa della natura divina e insieme governa quella terrestre. Dove la gnosi fugge il cosmo, l’ermetismo lo abbraccia come teofania.

È una divergenza che cambia tutto. Due vie possono usare le stesse parole — conoscenza, risalita, divino in noi — e configurare due atteggiamenti opposti di fronte all’esistenza: il disgusto e la meraviglia, la fuga e la cura, il mondo-prigione e il mondo-tempio. Dirle «la stessa cosa» perché condividono il vocabolario sarebbe l’errore esatto contro cui questa serie mette in guardia. La struttura — anima divina caduta nel corpo che risale attraverso la conoscenza — è comune. Il senso che ciascuna dà al mondo è incompatibile. Ed è il senso, non la struttura nuda, a definire una via spirituale.

Ampliamo ora lo sguardo, con la cautela che il metodo impone. Il tema della rigenerazione — del «nascere di nuovo» a una vita superiore tramite una conoscenza che trasforma — è uno dei grandi nodi che attraversano le tradizioni, e l’ermetismo ne offre una versione tra le più articolate. Ma versioni simili nella forma poggiano su fondazioni diverse, e onorare le differenze è parte del rispetto dovuto a ciascuna.

Si pensi al cristianesimo nascente, contemporaneo e contiguo. Il dialogo di Gesù con Nicodemo nel Vangelo di Giovanni — «se uno non nasce di nuovo, non può vedere il regno di Dio» — usa un linguaggio che risuona con il tredicesimo trattato ermetico sulla rigenerazione. La prossimità storica è tale che gli studiosi discutono da un secolo le possibili influenze reciproche nell’ambiente alessandrino. Eppure la differenza dottrinale è netta: la rinascita cristiana è opera della grazia e dello Spirito, dono che viene dall’alto e che culmina nella relazione con un Dio personale e nell’incarnazione storica del Verbo; la rigenerazione ermetica è un processo conoscitivo per cui l’uomo, riconoscendo la propria origine divina, risale a essa. L’una è incontro con un Tu; l’altra è risveglio a un Sé. La grammatica della rinascita è condivisa; la teologia che la fonda diverge profondamente.

E si pensi, sull’altro versante, al Vedānta che abbiamo incontrato con la Tavola Smeraldina. La «moksha», la liberazione, è anch’essa un risveglio a una realtà già presente, un riconoscere ciò che si è sempre stati. La frase ermetica «diventare Dio» sembra avvicinarsi pericolosamente altat tvam asi, «tu sei quello». Ma anche qui la distinzione regge solo se la si mantiene. L’ermetismo conserva quasi sempre una struttura di relazione: c’è Dio, c’è il nous, c’è l’uomo che risale e si unisce, e l’unione non sempre cancella ladualità— il tredicesimo trattato si chiude con un inno di lodeaDio, e si loda un altro, non sé stessi. L’Advaita, invece, dissolve ogni relazione nell’identità senza secondo. L’ermetismo oscilla, lo abbiamo detto, fra distinzione e identità; il non-dualismo di Śaṅkara ha scelto, con rigore implacabile, l’identità. Chiamarli uguali significherebbe spegnere la tensione che fa dell’ermetismo proprio quello che è: una via che vuole insieme l’unione con Dio e la lode di Dio, e non rinuncia a nessuna delle due.

Le obiezioni, e cosa insegnano

Come per ogni testo che pretende di trasmettere sapienza, le voci critiche sono necessarie, e le più serie vanno accolte. La prima è quella dello storico delle religioni, e ha un nome e una posizione precisi. André-Jean Festugière, il più grande studioso novecentesco dell’ermetismo, nella sua monumentale ricostruzione tendeva a vedere nel Corpus non l’eco di una sapienza egizia perenne ma un prodotto della koinè filosofica ellenistica: platonismo popolare, stoicismo diffuso, qualche elemento giudaico, il tutto rivestito di una scenografia egiziana di facciata. Per Festugière l’«egizianità» dell’ermetismo era in gran parte una finzione letteraria, e la sua «mistica» un fenomeno tardo e derivato. È una tesi formidabile, sostenuta da una conoscenza dei testi che nessuno ha eguagliato, e va presa sul serio: ridimensiona ogni pretesa di vedere nel Corpus la voce diretta dei sacerdoti dei faraoni.

Eppure la storiografia successiva ha in parte corretto Festugière, e il modo in cui lo ha fatto è istruttivo per il nostro metodo. Studiosi più attenti al contesto egiziano hanno mostrato che dietro la patina greca affiorano elementi religiosi egizi reali — concezioni del cosmo, pratiche sacerdotali, una continuità con i templi del tardo paganesimo che non è solo decorativa. La verità sta probabilmente in mezzo: l’ermetismo è greco nella lingua e nei concetti, ma cresce su un terreno egiziano vivo, ed è precisamente questo incontro a produrne l’originalità. Ne ricaviamo una lezione che vale ben oltre il caso: la domanda «è autentica sapienza antica o costruzione tarda?» è spesso mal posta, perché le tradizioni vive sono sempre, al tempo stesso, eredità e reinvenzione. L’ermetismo non è meno serio per essere sincretistico; lo è, semmai, di più, perché mostra una sapienza che si forma nel contatto, non nella purezza.

La seconda obiezione viene dalla parte opposta, dall’entusiasmo perennialista che vorrebbe fare del Corpus la prova diretta di una rivelazione primordiale unica, identica sotto Egitto, India e Grecia. È la tentazione, contro cui questa serie è costruita, di leggere le convergenze come identità e di cancellare le differenze come accidenti esterni. Abbiamo visto quanto sia infondata: l’ermetismo non dice ciò che dice la gnosi, né ciò che dice il Vangelo, né ciò che dice il Vedānta, anche quando ne condivide il lessico. Chi lo arruola in una sintesi indistinta gli toglie la voce. Il comparativismo serio fa l’opposto: ascolta ogni voce nella sua precisione, e solo allora riconosce la grammatica che le accomuna. La meraviglia non sta nel trovare ovunque la stessa frase, ma nel trovare lingue diverse capaci di dire, ciascuna a modo suo, che l’uomo porta in sé qualcosa di più grande di sé.

C’è infine una terza obiezione, più filosofica, che riguarda l’oscillazione di cui abbiamo parlato. Si può rimproverare all’ermetismo una certa incoerenza: ora l’uomo è figlio amato del Dio buono, ora prigioniero delle sfere; ora il cosmo è tempio, ora carcere; ora la salvezza è unione, ora è lode dall’esterno. È vero, e non serve nasconderlo dietro un’armonia posticcia. Ma questa incoerenza è anche la firma della sua onestà: il Corpus non è il sistema di un filosofo, è la sedimentazione di un’esperienza collettiva che non ha voluto livellare le proprie tensioni. Forse l’uomoèdavvero, nell’esperienza vissuta, insieme figlio e prigioniero, e una sapienza che lo dicesse senza contraddizioni mentirebbe sulla condizione che descrive.

Torniamo, per chiudere il cerchio, alla metafora che attraversa l’intera serie. Se la Tavola Smeraldina era un raggio — la formulazione operativa della corrispondenza fra alto e basso — il Corpus Hermeticum è il tratto dello stesso raggio più vicino al centro: non più solo la legge che lega macrocosmo e microcosmo, ma la via che, percorrendo quella legge, riconduce il microcosmo alla sorgente. La corrispondenza della Tavola diventa, nel Corpus, itinerario: l’uomo che «è come» Dio scopre di poter risalire fino a Dio. È lo stesso pensiero, portato dal piano dell’analogia cosmologica a quello dell’esperienza trasformativa.

Ma — ed è il punto su cui questa serie non transige — è un raggio, non il centro. L’ermetismo offreunadeclinazione del ritorno: conoscitiva, intellettuale nel senso alto del nous, sospesa fra unione e relazione, innamorata del cosmo come teofania. Accanto ad essa, lungo altri raggi, corrono la via della grazia cristiana, l’identità senza secondo dell’Advaita, la fuga gnostica dal mondo, la responsabilità teurgica della Cabala. Più ci si avvicina al centro, più queste vie rivelano di guardare verso la stessa sorgente — l’intuizione che l’uomo non sia esaurito dalla sua condizione mortale; ma ciascuna vi guarda da una posizione propria, con occhi che vedono cose reali e diverse. Appiattirle sarebbe spegnere la luce che le distingue.

Resta, alla fine, l’immagine con cui abbiamo cominciato: una mente che si rivela a un’altra mente nel dormiveglia. Forse è questa la cifra più durevole dell’ermetismo, ciò che gli ha permesso di attraversare il greco perduto, il latino di Ficino, le carte di chi ancora lo legge: l’idea che la verità ultima non si imponga dall’esterno come un comando, ma si riconosca dall’interno come un risveglio. «Vedo me stesso nella Mente», dice Tat al padre. Non è una conclusione che si dimostra. È un riconoscimento che, leggendo, si è invitati a tentare.

«Grande miracolo è l’uomo, o Asclepio: un essere degno di riverenza e di onore. Egli infatti passa nella natura divina come se fosse esso stesso divino; conosce la stirpe dei dèmoni, sapendo di essere della loro stessa origine; disprezza la parte di sé che è soltanto umana, avendo riposto la sua fiducia nella divinità dell’altra parte.»
Asclepius, 6


Per leggere oltre

Un percorso che muove dalle fonti — il testo greco e latino dell’ermetismo dotto — per attraversare poi la grande ricostruzione storico-filologica e infine collocare il Corpus nel suo vicinato spirituale, fra gnosi e Rinascimento. L’ordine va dal testo al contesto, e dal contesto alla famiglia di idee a cui il testo appartiene.

Le fonti

Corpus Hermeticum— Bompiani, «Il pensiero occidentale» (testo greco, latino e copto a fronte)

L’edizione italiana di riferimento, fondata sul testo critico di Nock e Festugière e curata con ampio apparato da Ilaria Ramelli. Contiene i diciassette trattati greci, l’Asclepius latino e i frammenti di Stobeo: tutto ciò di cui si parla in questo articolo è qui, nelle parole originali. È il punto di partenza obbligato, l’unico modo per incontrare il Poimandres e la rinascita di Tat senza intermediari. Da tenere accanto durante tutta la lettura.

Livello: fonte primaria

La ricostruzione storica

La rivelazione di Ermete Trismegisto— André-Jean Festugière, Mimesis (4 voll.)

L’opera monumentale che ha fondato lo studio scientifico dell’ermetismo: dall’astrologia e le scienze occulte fino al Dio cosmico, alle dottrine dell’anima e alla gnosi. Festugière legge il Corpus come prodotto della koinè filosofica ellenistica, e la sua tesi — per quanto oggi parzialmente corretta — resta la cornice imprescindibile entro cui ogni discorso serio sull’ermetismo deve collocarsi. Imponente, esigente, decisiva.

Livello: opera di riferimento

Ermetismo del Rinascimento— Eugenio Garin

La ricostruzione della fortuna rinascimentale dell’ermetismo: come Ficino tradusse il Corpus prima di Platone, come l’errore di datazione liberò energie filosofiche reali, come Trismegisto entrò nella cultura europea. Indispensabile per capire perché Casaubon, smentendo l’antichità dei testi, ne minò anche ingiustamente il prestigio. Misurato, filologico, italiano nel suo equilibrio critico.

Livello: intermedio

Giordano Bruno e la tradizione ermetica— Frances A. Yates, Laterza

Lo studio che ha restituito all’ermetismo un posto centrale nella storia della cultura europea, ricostruendo come la datazione «alta» del Corpus abbia plasmato l’immaginazione filosofica da Ficino a Bruno. Da leggere accanto a Garin, di cui è il contrappunto più audace e a tratti più sbilanciato: i due insieme insegnano a soppesare lo stesso fenomeno con bilance diverse.

Livello: avanzato

Il vicinato spirituale

Lo gnosticismo— Hans Jonas, SEI

La grande interpretazione filosofica dello spirito gnostico come radicale rifiuto del mondo: il cosmo-prigione, il dio straniero, l’uomo gettato in un universo ostile. È il libro che permette di misurare con precisione la distanza fra gnosi ed ermetismo — vicini nel lessico, opposti nell’atteggiamento verso il cosmo. Per capire perché l’Asclepius poteva dire «grande miracolo è l’uomo» dove il gnostico vedeva una prigione.

Livello: avanzato

Asclepius— nelle edizioni dell’ermetismo latino

Il grande trattato ermetico conservato in latino, dove la visione del cosmo come «secondo dio» e dell’uomo comemagnum miraculumraggiunge la sua formulazione più alta, accanto al celebre e malinconico «lamento» sulla fine del culto egizio. Da leggere come contrappeso luminoso ai trattati più cupi del Corpus: la prova che l’ermetismo, nella sua voce dominante, ama il mondo invece di fuggirlo.

Livello: fonte primaria


→ Prossimo:Asclepius e il lamento sull’Egitto: la morte degli dèi e la nostalgia del sacro— dal cuore dottrinale del Corpus al testo che piange la fine di un mondo, dove l’ermetismo si fa profezia della perdita e diagnosi del disincanto.

athanor

Curatore del sito.

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