Il centro vitale dell’essere umano, dimora di Brahma
Il «Sé», come già l’abbiamo visto in ciò che precede, non deve essere distinto da Atma, e, d’altra parte, Atma è identificato a Brahma stesso: possiamo chiamare ciò l’«Identità Suprema», da un’espressione dell’esoterismo islamico, la cui dottrina, su questo e su molti altri punti, malgrado le grandi differenze di forma, è in fondo la stessa di quella della tradizione indù. La realizzazione di quest’identità si opera per mezzo dello Yoga, vale a dire l’unione divina ed essenziale dell’essere col Principio Divino o piuttosto, se si preferisce, con l’Universale; il senso proprio della parola Yoga è, infatti, «unione» e non altro[1], malgrado le interpretazioni multiple, queste più fantastiche di quelle, proposte dagli orientalisti e dai teosofisti. È necessario notare che questa realizzazione non deve essere considerata propriamente come una «effettuazione», o come «la produzione di un risultato non preesistente», secondo l’espressione di Shankaracharya, poiché l’unione di cui si tratta, anche se non realizzata attualmente, nel senso che noi qui intendiamo, esiste pur sempre potenzialmente o piuttosto virtualmente; si tratta dunque soltanto, per l’essere individuale (poiché non può parlarsi di «realizzazione» che in rapporto all’individuo), di prendere effettivamente coscienza di ciò che è realmente e dall’eternità.
Perciò è detto che Brahma risiede nel centro vitale dell’essere umano, per qualsiasi essere umano, non soltanto per colui che è attualmente «unito» o «liberato»; queste due parole esprimono in fondo la stessa cosa vista da due differenti aspetti, il primo in rapporto al Principio, il secondo in rapporto alla manifestazione o all’esistenza condizionata. Questo centro vitale è considerato come corrispondente analogicamente al più piccolo ventricolo (guha) del cuore (hridaya), ma non deve essere tuttavia confuso col cuore nel senso ordinario della parola, vale a dire con l’organo fisiologico che ha appunto questo nome, poiché è in realtà non solamente il centro dell’individualità corporea, ma dell’individualità integrale, suscettibile di un’estensione indefinita nel suo dominio (che è d’altronde un semplice grado dell’Esistenza), e di cui la modalità corporea non costituisce che una parte ed anche molto limitata, come già abbiamo visto. Il cuore, considerato il centro della vita, lo è effettivamente dal punto di vista fisiologico, per la circolazione del sangue, al quale la vitalità stessa è essenzialmente legata in modo particolarissimo, come tutte le tradizioni lo riconoscono; ma è anche altresì considerato come tale, in un ordine superiore, ed in qualche modo simbolicamente, per l’Intelligenza universale (questo è il senso della parola araba El-Aqlu) nelle sue relazioni con l’individuo. A questo proposito, i Greci stessi, ed Aristotele fra gli altri, attribuivano al cuore la stessa funzione e lo consideravano anche come la dimora dell’intelligenza, se può essere usato questo modo di esprimerci, non del sentimento alla maniera ordinaria dei moderni; il cervello, infatti, non è veramente che lo strumento del «mentale», vale a dire del pensiero discorsivo e riflessivo; così, seguendo un simbolismo già indicato precedentemente, il cuore corrisponde al sole ed il cervello alla luna. Si capisce, del resto, che, quando si considera il cuore centro dell’individualità integrale, non bisogna reputare un’assimilazione ciò che è un’analogia, poiché si tratta propriamente di una corrispondenza, del resto per nulla arbitraria, ma perfettamente fondata, quantunque i nostri contemporanei siano abituati a disconoscerne le ragioni profonde.
«In questa dimora di Brahma (Brahma-pura)», vale a dire nel centro vitale di cui abbiamo parlato, «vi è un piccolo loto, una dimora nella quale vi è una piccola cavità (dahara), occupata dall’Etere (Akasha); se si ricerca Ciò che risiede in questo luogo, Lo si conoscerà»[2]. In questo centro dell’individualità, non vi è soltanto, infatti, l’elemento etereo, principio degli altri quattro elementi sensibili, come potettero crederlo quelli che si fermarono al senso più esteriore, vale a dire a quello che si riferisce unicamente al mondo corporeo, nel quale questo elemento rappresenta infatti la parte del principio, ma in un’accezione molto relativa, come questo stesso mondo è eminentemente relativo, ed è proprio questa accezione che bisogna trasporre analogicamente. Come «appoggio» per questa trasposizione è designato l’Etere, e la fine stessa del testo l’indica espressamente, poiché, se non si trattasse di altra cosa in realtà, evidentemente niente vi sarebbe da ricercare; aggiungeremo ancora che il loto e la cavità di cui si tratta debbono essere anche rilevati simbolicamente, non dovendosi intendere letteralmente una tale «localizzazione», quando si oltrepassa il punto di vista dell’individualità corporea, poiché le altre modalità non sono più sottomesse alla condizione spaziale.
Non si tratta veramente neanche soltanto dell’«anima vivente» (jivatma), vale a dire della manifestazione particolare del «Sé» nella vita (jiva), e dunque nell’individuo umano, considerato più specialmente nell’aspetto vitale che esprime una delle condizioni di esistenza che propriamente definiscono il suo stato, e che, d’altronde, si riferisce all’insieme delle sue modalità. Infatti, metafisicamente, questa manifestazione non deve essere considerata separatamente dal suo principio, vale dire dal «Sé»; se questo, nell’esistenza individuale, e dunque in modo illusorio, appare come jiva, esso è Atma nella realtà suprema. «Questo Atma, che sta nel cuore, è più piccolo di un chicco di riso, più piccolo di un chicco d’orzo, più piccolo di un chicco di mostarda, più piccolo di un chicco di miglio; più piccolo del germe racchiuso in un chicco di miglio; questo Atma, che sta nel cuore, è anche più grande della terra (il dominio della manifestazione grossolana), più grande dell’atmosfera (il dominio della manifestazione sottile), più grande del cielo (il dominio della manifestazione informale), più grande di tutti questi mondi insieme (vale dire oltre tutta la manifestazione, essendo l’incondizionato)»[3]. L’analogia, infatti, come precedentemente abbiamo visto, dovendo applicarsi in senso inverso, come l’immagine di un oggetto in uno specchio è invertita per l’oggetto, quello che è il primo o il più grande nell’ordine principiale è, per lo meno apparentemente, l’ultimo od il più piccolo nell’ordine della manifestazione [4]. Per rendere la cosa più chiara, prenderemo dei termini di paragone nelle matematiche: il punto geometrico è nulla quantitativamente, né occupa spazio, quantunque sia il principio per cui è prodotto tutto lo spazio, che è lo sviluppo delle sue proprie virtualità [5]; così parimenti l’unità aritmetica è il più piccolo dei numeri se la si considera come posta nella loro molteplicità, ma è il più grande in principio, poiché li contiene tutti virtualmente e produce l’intera serie con la sola ripetizione indefinita di se stessa. Il «Sé» sta potenzialmente nell’individuo, finché non è realizzata l’«Unione» [6], perciò è paragonabile ad un grano o ad un germe; ma l’individuo e l’intera manifestazione esistono soltanto per esso ed hanno realtà solo perché partecipano alla sua essenza, mentre esso oltrepassa immensamente l’intera manifestazione, essendo il Principio unico delle cose.
Se diciamo che il «Sé» è potenzialmente nell’individuo e che l’«Unione» esiste solo virtualmente prima della realizzazione, si capisce che questo deve intendersi dal punto di vista dell’individuo stesso. Infatti, il «Sé» non è pregiudicato da contingenze, perché è essenzialmente incondizionato; è immutabile nella sua «permanente attualità», perciò non è affatto potenziale. Così è bene avere cura di distinguere «potenzialità» e «possibilità»: la prima indica l’attitudine per un certo sviluppo e presuppone una possibile «attualizzazione», può dunque riferirsi solamente al «divenire» od alla manifestazione; invece, le possibilità, considerate nello stato principiale e non-manifestato, che esclude ogni «divenire», non potrebbero affatto essere riguardate come potenziali. Soltanto per l’individuo, le possibilità che l’oltrepassano appaiono potenziali, appunto perché, fin quando si considera in modo «separativo», come se avesse in sé il suo proprio essere, ciò che può raggiungere è propriamente un riflesso (abhasa), e non queste possibilità stesse; quantunque ciò sia soltanto un’illusione, possiamo comunque affermare che queste possibilità restano sempre potenziali per l’individuo; finché si è tale, infatti, non le si può raggiungere, e, quando esse sono realizzate, non vi è più veramente l’individualità, come spiegheremo più completamente parlando della «Liberazione». Ma è bene ormai porci di là dal punto di vista individuale, al quale, anche considerandolo illusorio, non disconosciamo la realtà di cui è suscettibile nel suo ordine; quand’anche noi consideriamo l’individuo, è sempre per scorgerlo essenzialmente dipendente dal Principio, unico fondamento di questa realtà, ed in quanto si integra, virtualmente od effettivamente, all’essere totale; metafisicamente, tutto deve in definitiva riferirsi al Principio, che è il «Sé».
Così, al punto di vista fisico, quello che risiede nel centro vitale è l’Etere; al punto di vista psichico, è l’«anima vivente»; fin qui non oltrepassiamo il dominio della possibilità individuali; ma anche e soprattutto, al punto di vista metafisico, quel che risiede nel centro vitale è il «Sé» principiale ed incondizionato. È dunque veramente lo «Spirito Universale» (Atma), che è in realtà Brahma stesso, il «Supremo Ordinatore»; così è pienamente giustificato di qualificare questo centro come Brahma-pura. Ora Brahma, inteso in tal modo nell’uomo (e lo si potrebbe considerare similmente in rapporto ad ogni stato dell’essere), è chiamato Purusha, perché riposa o risiede nell’individualità (si tratta, lo ripetiamo ancora, dell’individualità integrale, non semplicemente dell’individualità ristretta alla sua modalità corporea) come in una città (puri-shaya), poiché «pura», nel senso proprio letterale, significa «città» [7].
Nel centro vitale, residenza di Purusha, «il sole non brilla e nemmeno la luna e le stelle ed i lampi; meno ancora questo fuoco visibile (l’elemento igneo sensibile, o Tejas, di cui la visibilità è la qualità propria); tutto brilla dopo l’irraggiamento di Purusha (riflettendo la sua chiarezza); e questo tutto (l’individualità integrale, considerata come «microcosmo») è illuminato dal suo splendore» [8]. Parimenti si legge nella Bhagavad-Gita[9]: «Bisogna ricercare il luogo (simbolizzante uno stato) da cui non è più possibile un ritorno (alla manifestazione), e rifugiarsi nel Purusha primordiale donde è venuto l’impulso originale (della manifestazione universale)… Questo luogo, né il sole, né la luna, né il fuoco lo rischiara; là è il mio soggiorno supremo» [10]. Purusha è rappresentato con una luce (jyotis), perché la luce simbolizza la Conoscenza, ed esso è la sorgente di ogni altra luce, che in fondo è il suo riflesso, poiché la conoscenza relativa non può esistere che per partecipazione, sia pure indiretta e lontana, all’essenza della Conoscenza suprema. Nella luce di questa Conoscenza, tutte le cose sono in perfetta simultaneità, poiché, principialmente, non può esservi che un «eterno presente», l’immutabilità escludendo ogni successione; i rapporti delle possibilità che, in sé, sono eternamente contenute nel Principio non si traducono in modo successivo (ciò che non significa necessariamente temporale) che nell’ordine del manifestato. «Questo Purusha, della grandezza di un pollice (angushtha-matra, espressione che non deve intendersi letteralmente, come una dimensione spaziale, ma che si riferisce alla stessa idea del paragone con un chicco) [11], è d’una luminosità chiara come un fuoco senza fumo (senza alcun miscuglio d’oscurità o di ignoranza); è il maestro del passato e del futuro (essendo eterno, dunque onnipresente, in modo che contiene attualmente tutto ciò che appare come passato e futuro, per un qualunque momento della manifestazione; questo, d’altronde, si può trasporre al di fuori del modo speciale di successione che è propriamente il tempo); esso è oggi (nello stato attuale che costituisce l’individualità umana) e sarà domani (ed in tutti i cicli o stati d’esistenza) tale quale è (in sé, principialmente da ogni eternità)» [12].
(Tratto da “L’Uomo e il suo divenire secondo il Vedanta“, di René Guénon)
[1] La radice di questa parola si ritrova, appena alterata, nel latino «jungere» e nei suoi derivati
[2] Chhandogya Upanishad, 8° Prapathaka, 1° Khanda, shruti 1
[3] Chhandogya Upanishad, 3° Prapathaka, 14° khanda, shruti 3. – E’ d’uopo ricordare a questo proposito la parabola del Vangelo: «il Regno dei Cieli è simile ad un granello di senapa che un uomo prende e semina nel suo campo; esso è il più piccolo di tutti semi; ma quando è cresciuto, è maggiore di tutti gli altri legumi e diviene albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a riposarsi sui suoi rami» (San Matteo, XIII, 31 e 32) quantunque il punto di vista sia sicuramente differente, facilmente si capirà come la concezione del «Regno dei Cieli» possa trasporsi metafisicamente: la crescita dell’albero è lo sviluppo delle possibilità; gli «uccelli del cielo», che rappresentano gli stati superiori dell’essere, ricordano un simbolismo simile usato in un altro testo delle Upanishad: «Due uccelli, compagni inseparabili, stanno sullo stesso albero; l’uno mangia il frutto dell’albero, l’altro guarda ma non mangia» (Mundaka Upanishad, 3° Mundaka, 1° khanda, shruti 1 ; Shwetashwatara Upanishad, 4° Adhyaya, shruti 6). Il primo di questi uccelli è jivatma, implicato nel dominio dell’azione e delle sue conseguenze; il secondo è Atma incondizionato, cioè pura Conoscenza; essi sono inseparabilmente uniti, poiché entrambi non si distinguono che in modo illusorio
[4] Ritroviamo la stessa cosa nettissimamente espressa nel Vangelo: «Gli ultimi saranno i primi ed i primi saranno gli ultimi» (San Matteo, XX, 16)
[5] Ad un certo punto di vista più esteriore, quello della geometria ordinaria ed elementare, notiamo che, per spostamento continuo, il punto produce la linea, la linea la superficie, questa produce il volume; ma, in senso inverso, la superficie è l’intersezione di due volumi, la linea è l’intersezione di due superficie, il punto è l’intersezione di due linee
[6] In realtà, d’altronde, è l’individuo che è nel «Sé», e l’essere ne prende effettivamente coscienza quando l’«Unione» è realizzata; ma questa presa di coscienza implica la liberazione dalle limitazioni che costituiscono l’individualità come tale, e che, più generalmente, condizionano l’intera manifestazione. Quando parliamo del «Sé» come in un certo modo nell’individuo, il nostro punto di vista è quello della manifestazione; anche qui si tratta dunque di un’applicazione del senso inverso
[7] Questa spiegazione della parola Purusha non deve essere indubbiamente considerata una derivazione etimologica; essa rileva del Nirukta, vale a dire d’una interpretazione che principalmente si basa sul valore simbolico degli elementi di cui sono composte le parole; questo genere di interpretazione, perlopiù incompreso dagli orientalisti, è abbastanza paragonabile con quello che si riscontra nella Qabbalah ebraica; non era nemmeno interamente sconosciuto dai Greci, e ve ne sono esempi nel Cratilo di Platone. – Quanto al significato di Purusha, facciamo notare che «puru» esprime un’idea di «pienezza»
[8] Katha Upanishad, 2° Adhyaya, 5° Valli, shruti 15; Mundaka Upanishad, 2° Mundaka, 2° Khanda, shruti 10; Shwetashwatara Upanishad, 6° Adhyaya, shruti 14
[9] È noto che la Bhagavad-Gita è un episodio del Mahabharata, ed a questo proposito ricorderemo che gli Itihasa, vale a dire il Ramayana ed il Mahabharata, che fanno parte della Smriti, non sono punto veramente semplici «poemi epici» nel senso «profano» degli Occidentali
[10] Bhagavad-Gita, XV, 4 e 6. – Si può scorgere in questi testi una interessante similitudine con questo passo della descrizione della «Gerusalemme Celeste» nell’Apocalisse, XXI, 23: «E questa città non ha bisogno di essere rischiarata dal sole né dalla luna, poiché l’illumina la gloria di Dio e l’Agnello è il suo luminare». Si può scorgere da ciò che la «Gerusalemme Celeste» non è poi senza rapporto con la «città di Brahma»; per chi non ignori la relazione che unisce l’«Agnello» del simbolismo cristiano all’Agni vedico, il riavvicinamento è ancora più significativo. – Senza poter insistere su quest’ultimo punto, diremo, per evitare ogni falsa interpretazione, che non pretendiamo affatto stabilire una relazione etimologica fra Agnus e Ignis (l’equivalente latino di Agni); ma siffatti riavvicinamenti, come quello che esiste fra queste due parole, rappresentano spesso una parte importante nel simbolismo; del resto, per noi, a questo proposito, niente vi è di fortuito: ciò che è deve avere la sua ragione d’essere anche per le forme del linguaggio. Conviene ancora notare, nello stesso riguardo, che il veicolo d’Agni è un ariete
[11] Si potrebbe anche, a questo proposito, stabilire un paragone con l’«endogenia dell’Immortale» della tradizione taoista
[12] Katha Upanishad, 2° Adhyaya, 4° Valli, shruti 12 e 13: – Nell’esoterismo islamico, la stessa idee è espressa in termini quasi identici da Mohyddin Ibn-Arabi nel suo Trattato dell’Unità (Risalatu-l-Ahadiyah): «Egli (Allah) è ora tale com’era (da tutta l’eternità), tutti i giorni nello stato di Creatore Sublime». La sola differenza verte sull’idea di «creazione», propria alle dottrine tradizionali che, almeno parzialmente, si riattaccano al Giudaismo; ciò non è d’altronde in fondo che un modo speciale di esprimere ciò che si riferisce alla manifestazione universale ed alla sua relazione col Principio.
Una traduzione del Trattato dell’Unità (Risalatu-l-Ahadiyah) è stata pubblicata nei fascicoli 7 e 8 della Rivista di Studi Tradizionali (N.d.Ed.)