Le Tradizioni dell'Occidente

I Misteri Orfici e la liberazione dell’anima

  1. I Misteri di Eleusi: morte, rinascita e immortalità
  2. Pitagora e la scienza sacra dei numeri
  3. Platone iniziato: la filosofia come percorso esoterico
  4. Il Neoplatonismo: Plotino e il ritorno all’Uno
  5. I Misteri Orfici e la liberazione dell’anima
  6. Ermete Trismegisto e la tradizione ermetica
  7. La Tabula Smaragdina
  8. Il Corpus Hermeticum: la mente di Dio e la rigenerazione
  9. La Qabbalah: struttura dell’Albero della Vita
  10. Lo Zohar e i livelli di lettura della Torah
  11. Mistica cristiana: da Meister Eckhart a Giovanni della Croce
  12. Il Sufismo: via d’amore nell’Islam
  13. Rumi, Ibn ‘Arabī e la waḥdat al-wujūd (Unità dell’Essere)

✦ Sezione III › Le Tradizioni dell’Occidente · Articolo 25

I Misteri Orfici e la liberazione dell’anima

C’è una lamina d’oro, sottile come una foglia, deposta accanto a un morto in una tomba della Magna Grecia. Vi sono incise delle istruzioni: cosa dire, cosa evitare, a quale sorgente non bere. È il più antico passaporto per l’aldilà che l’Occidente conosca, e dà per scontata una dottrina precisa sulla natura dell’anima, sulla sua origine divina e sulla sua caduta. Dietro quelle poche righe c’è l’orfismo: non una Chiesa né un dogma codificato, ma una corrente sotterranea che custodisce, sotto il mito, la memoria di un’unica verità — che l’uomo è di stirpe celeste, e che la vita è il cammino per ricordarlo.


Immaginate di essere appena morti. Avete sete — la dottrina dice che i morti hanno sete — e davanti a voi, nel buio dell’Ade, si aprono due sorgenti. La prima, alla vostra sinistra, è la più ovvia: accanto a un bianco cipresso scorre un’acqua fresca e invitante, e tutte le ombre vi si accalcano per bere. Non bevetene. È l’acqua di Lethe, l’oblio: chi ne beve dimentica chi è stato, dimentica la propria origine, e torna a precipitare nel ciclo delle nascite. La seconda sorgente è più lontana e custodita: è il lago di Mnemosyne, la Memoria, e davanti ad esso stanno dei guardiani che vi chiederanno chi siete e cosa cercate. A loro dovete rispondere con parole esatte, imparate in vita: «Sono figlio della Terra e del Cielo stellato; ma la mia stirpe è celeste». Solo allora vi lasceranno bere l’acqua fredda che restituisce la memoria di sé — e con essa la liberazione.

Questa scena non è un’invenzione letteraria. È quanto sta inciso, parola più parola meno, su una serie di sottili lamine d’oro rinvenute in sepolcri della Calabria, della Tessaglia, di Creta e della Sicilia, databili tra il IV e il II secolo avanti l’era comune. Erano ripiegate e poste sul petto o tra le mani del defunto, come un foglietto di istruzioni che l’anima avrebbe dovuto ricordare nel momento decisivo. E presuppongono un intero edificio: che l’anima sia di natura divina, che sia discesa in un corpo che non è la sua patria, che la morte ordinaria conduca alla dimenticanza e al ritorno nel ciclo, e che esista una via — fatta di memoria, di purezza e diiniziazione— per ricongiungersi all’origine.

Chi ha seguito questa serie attraverso iMisteri di Eleusi,PitagoraePlatonericonoscerà subito il terreno. Ma l’orfismo non è una nota a margine di quelle vicende: ne è, in larga parte, la sorgente sommersa. È qui, prima e più che altrove nel mondo greco, che compare in modo inequivocabile l’idea di un’anima immortale e divina, contrapposta a un corpo che ne è insieme veicolo e prigione — un’idea che Platone erediterà, che Plotino raffinerà, e che, sotto altri nomi, ritroveremo in mezzo mondo. Seguirne il filo significa risalire uno dei raggi più antichi della Ruota verso il suo Centro.

Un cantore sceso agli inferi

Al centro di tutto c’è una figura che non sappiamo se sia mai esistita: Orfeo, il cantore tracio la cui voce incantava le fiere, piegava gli alberi, commuoveva le pietre. Il mito più celebre lo vuole sceso vivo nell’Ade per riportare indietro la sposa Euridice, morsa da un serpente; ottiene di ricondurla alla luce a una sola condizione — non voltarsi a guardarla finché non siano usciti — e la perde per averla infranta sulla soglia. Meno noto al grande pubblico, ma decisivo per la tradizione che porta il suo nome, è il finale: Orfeo viene fatto a pezzi dalle donne tracie, e la sua testa, staccata dal corpo, continua a cantare mentre galleggia sulle acque verso l’isola di Lesbo.

Quella testa che canta dopo lo smembramento è più di un dettaglio macabro. È il sigillo di ciò che l’orfismo afferma: che qualcosa in noi — la voce, l’anima, il principio divino — sopravvive alla dissoluzione del corpo e continua a parlare. Il mito di Orfeo intreccia così i due gesti che diventeranno il cuore della dottrina: la discesa nel mondo dei morti e il ritorno, e lo smembramento seguito da una sopravvivenza. Sono le due metà di un’unica intuizione sulla sorte dell’anima.

E la discesa di Orfeo agli inferi non è soltanto la sua: è l’archetipo di ogni iniziazione, il modello di quel viaggio attraverso la morte e il ritorno che i Misteri promettevano ai loro adepti. Chi scende e risale sa qualcosa che gli altri ignorano — e quel sapere è già, in germe, la liberazione.

C’è poi un punto che conviene tenere fermo: Orfeo, nell’antichità, non era primariamente un personaggio di cui si raccontavano storie. Era un nome d’autore. Sotto il suo patrocinio circolava un vasto corpus di poemi sacri — teogonie, inni, testi sulla discesa agli inferi, prescrizioni rituali — che si ponevano sotto l’autorità di una sapienza più antica e più che umana. «Orfico» era il marchio di una conoscenza sacra che si pretendeva originaria, prima ancora che il nome di una setta.

È un tratto che ritroveremo identico in altre Tradizioni: la sapienza più alta non si firma con un nome storico, ma si attribuisce a una figura primordiale — un Orfeo, un Ermete, un Enoch — quasi a dichiarare che non proviene da un singolo uomo, ma da quella fonte comune che la nostra ricerca insegue. Il nome del cantore è già, in questo senso, un indizio.

Il dio sbranato e il corpo-tomba

Se le lamine dicono che l’anima è di stirpe celeste, l’orfismo offre anche un racconto sul perché lo sia, e sul perché si trovi imprigionata in un corpo. È il mito di Dioniso fanciullo — chiamato in questo contesto Zagreus — figlio di Zeus e di Persefone, destinato a regnare sul cosmo. I Titani, spinti dall’invidia, lo attirano con dei giocattoli, lo afferrano, lo fanno a pezzi e lo divorano. Zeus li fulmina, riducendoli in cenere; e da quella cenere — mescolata ai resti del dio che i Titani avevano ingerito — nasce la stirpe umana.

Ne deriva un’antropologia precisa e drammatica: l’uomo è un composto di due nature. Dalla componente titanica vengono il corpo, la pesantezza, la violenza, la mortalità; dalla componente dionisiaca — il dio che i Titani avevano in sé al momento di essere fulminati — viene l’anima, la scintilla divina sepolta nella materia. Vivere significa allora portare in sé un frammento di dio sotto una crosta titanica, e il compito dell’esistenza è liberare il primo dalla seconda. La liberazione dell’anima non è un’aggiunta facoltativa alla vita: ne è l’unicaragione.

La versione sistematica di questo mito ci è trasmessa per intero solo da fonti tarde, e gli studiosi discutono quanto presto sia stata organizzata in dottrina compiuta; ma il suo nucleo — l’anima divina prigioniera di una natura inferiore — affiora già nelle testimonianze più antiche e percorre l’intera tradizione. È il modo tipico in cui un’intuizione originaria si conserva: non in un catechismo, ma in frammenti, simboli e riti che la lasciano intravedere.

Quel nucleo ha una formula che lo riassume meglio di ogni racconto, e che proprio per questo ha attraversato i secoli:sōma sēma, «il corpo è una tomba». Platone la cita più volte — nelCratilo, nelGorgia, nelFedone— e la attribuisce esplicitamente agli orfici, giocando sull’ambiguità del grecosēma, che significa insieme «tomba» e «segno». Il corpo è la tomba in cui l’anima divina è sepolta da viva; ma è anche il segno, il contrassegno della sua condizione caduta. L’anima non appartiene al mondo in cui si trova: vi è discesa, e attende di ritornare.

Da questa diagnosi discende una terapia, ed è la pratica concreta di chi conduceva una «vita orfica», l’orphikòs bíos: astinenza dalla carne — perché nutrirsi di animali significava partecipare alla violenza titanica e, data la trasmigrazione, rischiare di cibarsi di un’anima reincarnata —, rifiuto del sacrificio cruento, purezza rituale, un regime che separava l’iniziato dalla folla. La metempsicosi è il presupposto di tutto: l’anima caduta percorre una lunga catena di rinascite, e solo la purificazione progressiva può infine sottrarla al ciclo e ricondurla all’origine. È impossibile non vedere quanto questo intreccio leghi l’orfismo alpitagorismo, al punto che gli antichi stessi faticavano a distinguerli, e che Giovanni Pugliese Carratelli, massimo studioso delle lamine, ha potuto ricondurre gran parte di quelle iscrizioni proprio all’ambiente pitagorico. Quando poi Platone, nel mito di Er o nel carro alato delFedro, racconta l’anima preesistente, caduta e in cammino di ritorno, non fa che tradurre in filosofia ciò che l’orfismo aveva fissato nel mito e nel rito.

Un passaporto d’oro per i morti

Torniamo alle lamine, perché sono la cosa più concreta che ci resti, e la più sorprendente. Ne possediamo una quarantina, disseminate dall’Italia meridionale alla Tessaglia, da Creta alla Sicilia. La più antica, rinvenuta presso Hipponion — l’odierna Vibo Valentia, in Calabria — risale a circa il 400 avanti l’era comune. Non sono testi filosofici: sono istruzioni operative, scritte perché un morto le abbia con sé come un viaggiatore ha con sé i documenti per attraversare una frontiera.

Lo schema ricorrente è quello da cui siamo partiti. C’è una topografia dell’aldilà: una sorgente da evitare, presso un bianco cipresso, e un’altra a cui dirigersi, quella di Mnemosyne. C’è una parola da pronunciare davanti ai custodi — la dichiarazione della propria origine celeste, «figlio della Terra e del Cielo stellato», dove la Terra rimanda alla nascita mortale e il Cielo stellato all’origine divina. E c’è la richiesta dell’acqua della Memoria, che è la vera posta in gioco. Perché in questo sistema la salvezza coincide con il ricordo: dannarsi è dimenticare chi si è, salvarsi è ricordarlo. L’oblio rimette l’anima nel ciclo; la memoria la riconduce al principio. È qui, in questa equazione tra memoria e ritorno, l’indizio più prezioso: ricordare la propria origine è già rifare, a ritroso, la strada verso il Centro.

Alcune lamine, soprattutto quelle di Thurii, vanno oltre le istruzioni e mettono in bocca al defunto delle dichiarazioni trionfali. L’anima annuncia di essere «venuta pura dai puri», di aver pagato il prezzo delle proprie colpe, e proclama con un’immagine folgorante di aver raggiunto la meta: «un capretto, sono caduto nel latte» — espressione oscura per noi, trasparente per l’iniziato, che indica l’ingresso nella condizione beata. E la divinità che la accoglie la riconosce non più come suddita, ma come simile: «felice e beato, sarai dio invece che mortale».

Si misuri la distanza da ciò che la religione greca ufficiale offriva ai morti. Per Omero l’aldilà è una sopravvivenza grigia e svuotata, le ombre che vagano senza forza nell’Ade; Achille preferirebbe essere l’ultimo servo tra i vivi piuttosto che re tra i morti. L’orfismo rovescia tutto: la morte, per chi sa, non è impoverimento ma possibilità di liberazione, e l’iniziato può aspirare a una sorte divina. È una rivoluzione le cui conseguenze l’Occidente non ha mai finito di assorbire.

Vale la pena soffermarsi su un dettaglio che è esso stesso un indizio. Queste lamine non provengono da un unico santuario né da un’unica città: affiorano da tombe distanti centinaia di chilometri — la calabrese Hipponion, Thurii sullo Ionio, Petelia, la tessala Pharsalos, fino a Creta —, redatte nell’arco di tre secoli, eppure ripetono la stessa topografia oltremondana, le stesse parole d’ordine, la stessa promessa. Non è il segno di un culto locale, ma di una dottrina condivisa che viaggia con gli iniziati e si tramanda fedele a se stessa attraverso il Mediterraneo greco. Dietro la dispersione delle copie si intravede l’unità di un insegnamento.

Le teogonie e l’uovo del mondo

L’orfismo non si limitava all’anima: offriva anche una spiegazione dell’origine di tutte le cose, e lo faceva con teogonie che divergono nettamente da quella canonica di Esiodo. La versione più nota racconta che al principio, dal grembo della Notte e dal Tempo, si genera unuovo cosmico; e dall’uovo schiude Fanes — detto anche Protogono, il «primo nato», o identificato con Eros — una divinità luminosa, bisessuata, che racchiude in sé i semi di tutto ciò che sarà. Fanes è la prima manifestazione, la luce che rompe il guscio del non-manifestato. Da lui discendono gli dèi fino a Zeus, il quale — in un gesto vertiginoso — inghiotte Fanes, riassorbendo in sé l’intera realtà, per poi rigenerarla daccapo a partire da se stesso.

Che l’uovo primordiale ricorra qui non è un dettaglio isolato. La tradizione vedica conosce l’Hiraṇyagarbha, il «germe d’oro» che galleggia sulle acque cosmiche e da cui sorge il creatore; l’Egitto racconta dell’uovo deposto sul colle primordiale, da cui nasce il sole. E Fanes, il «primo nato» luminoso che erompe dal guscio orfico, è la medesima figura: la luce-vita che spezza l’unità racchiusa e dà avvio al molteplice. Non si tratta di affermare che l’uovo orfico «sia» quello indiano o quello egizio — i nomi e gli accenti divergono. Si tratta di riconoscere che la stessa immagine affiora in luoghi e tempi che non si toccano: ed è esattamente il tipo di convergenza che, raggio dopo raggio, riconduce a un’origine comune.

Di queste dottrine, a lungo, sapevamo solo per via indiretta. Poi, nel 1962, presso Derveni, vicino a Salonicco, una pira funebre carbonizzò senza distruggerlo un rotolo di papiro: decifrato, si rivelò un commento allegorico a un poema teogonico orfico, redatto nel IV secolo avanti l’era comune — il più antico manoscritto europeo che possediamo. Il Papiro di Derveni, insieme alla grande edizione dei frammenti curata da Alberto Bernabé, ha restituito all’orfismo una sostanza che a lungo gli era stata negata. E ha confermato un tratto rivelatore: già allora l’orfico non era una Chiesa con un dogma, ma una corrente fluida di testi, riti e iniziati, e i suoi stessi commentatori leggevano il mito non alla lettera, ma come allegoria. Quella fluidità non è debolezza: è il modo in cui una sapienza più antica delle sue forme si trasmette, assumendo volti diversi senza un’autorità centrale che la irrigidisca.

La scintilla e il ritorno al Centro

Possiamo ora avvicinarci al Centro della Ruota, là dove l’orfismo entra in consonanza con Tradizioni lontane. La struttura che esso ha fissato — un principio divino disceso e imprigionato nella materia, ignaro della propria origine, che si libera ricordando ciò che è — è una delle più diffuse e durevoli che lo spirito umano conosca. La ritroviamo, sotto altro nome, nello gnosticismo e nella sua scintilla divina prigioniera del mondo, dove la salvezza coincide ancora con una conoscenza che è in fondo un ricordo di sé. La ritroviamo nel pensiero indiano, dove l’ātmanavvolto dall’ignoranza percorre ilsaṃsāradi rinascita in rinascita finché il riconoscimento della propria vera natura non lo affranca: la metempsicosi orfica e la trasmigrazione indiana descrivono lo stesso movimento. La ritroviamo, prima ancora, in Empedocle, che si proclamavadaímōnesiliato dal cielo e costretto a errare di corpo in corpo per una colpa antica. Sono raggi distinti, ma tutti orientati verso lo stesso punto.

Le differenze, naturalmente, restano, e vanno onorate: sono le inflessioni che ogni Tradizione imprime al raggio percorrendolo. L’orfismo è radicalmente dualista — il corpo è prigione, la materia è il luogo della pena — mentrePlotino, che pure eredita l’anima caduta e il ritorno, rifiuta di disprezzare il mondo e ne difende la bellezza: stesso raggio, pendenza diversa. E dove l’orfico pone al centro un’anima-sostanza, un sé divino e permanente da ricordare, altre vie descriveranno la liberazione in termini che sembrano opposti. Ma anche le formulazioni più distanti ruotano attorno al medesimo asse: il vincolo del sé profondo alla molteplicità, e la sua via di ritorno. È l’asse, non la singola formula, ciò che indica il Centro.

In questo quadro, l’intuizione orfica più feconda è l’identità tra salvezza e memoria. Mnemosyne non è una dea fra le altre: è il nome di ciò che salva. Ricordare la propria origine divina, per l’orfico, non è un atto psicologico ma metafisico — è invertire la rotta della caduta, rifare il cammino dei raggi verso il loro punto di convergenza. La dimenticanza disperde verso la periferia; la memoria raccoglie verso il Centro. Non è un caso che tante Tradizioni descrivano la condizione caduta come un sonno, un oblio, un’ebbrezza, e la salvezza come un risveglio, un ricordo, una sobrietà ritrovata.

L’anima che dimentica e poi ricorda è la stessa che, nelle Tradizioni più diverse, dorme nel mondo e attende d’essere destata: il principe che obliò la propria origine in terra straniera, e a cui un messaggio venuto da casa ricorda chi è. Cambiano i racconti; non cambia il gesto — riconoscere, e tornare.

Anche le regole della vita orfica, che a uno sguardo esterno paiono semplici tabù — non mangiare carne, non versare sangue, custodire la purezza —, vanno lette in questa luce. Non sono divieti arbitrari, ma la faccia pratica del ritorno: un corpo disciplinato perché la scintilla sepolta possa riaffiorare, una vita ordinata in vista del distacco. È la stessa logica che ritroveremo nell’ascesi dei monaci, nelle astinenze degli yogin, nel digiuno dei mistici di ogni Tradizione — il riconoscimento che al Centro si torna non solo comprendendo, ma trasformando ciò che si è. Dottrina e disciplina sono i due versanti di un unico cammino.

È a questo livello che ha senso parlare di unaSophia Perennis: non come un’unica dottrina mascherata da molte, ma come un unico Centro da cui le Tradizioni si sono differenziate nel tempo, restando però unite ad esso dal raggio che le percorre. L’orfismo è prezioso perché ha fissato quel raggio all’alba del pensiero occidentale, in immagini di una potenza che non si è più spenta: la testa che canta sull’acqua, il capretto caduto nel latte, la sorgente da non bere, la parola da ricordare nel buio.

Non spiegava: faceva ricordare. E il suo lascito più profondo non è una teoria dell’anima, ma il sospetto — una volta acceso mai più spento — che la nostra vera patria sia altrove, e che il compito di una vita sia ritrovare la strada di casa.

«Sono figlio della Terra e del Cielo stellato; ma la mia stirpe è celeste. Questo lo sapete anche voi. Sono riarso di sete e muoio: datemi, presto, l’acqua fresca che scorre dal lago di Mnemosyne.»

Lamina aurea orfica di Hipponion (ca. 400 a.C.), trad. it. in G. Pugliese Carratelli,Le lamine d’oro orfiche


Bibliografia ragionata

L’orfismo si conosce per frammenti, e ogni ricostruzione è anche un’interpretazione. Per questo il percorso parte dalle raccolte delle fonti e dalle lamine, prima di salire agli interpreti che ne hanno illuminato il senso.

Le fonti

Alberto Bernabé,Orfeo e orfismo. Tutti i frammenti. Testo greco a fronte— Bompiani, a cura di G. Girgenti

L’edizione critica di riferimento, che raccoglie e ordina l’intero corpus orfico integrando le scoperte papiracee e archeologiche successive alla classica edizione di Kern, Papiro di Derveni compreso. Con il testo greco a fronte e l’introduzione di Girgenti, è lo strumento che ha rifondato lostudiodell’orfismo. Da consultare, non da leggere linearmente.

Livello: fonte primaria

Giovanni Pugliese Carratelli,Le lamine d’oro orfiche. Istruzioni per il viaggio oltremondano degli iniziati greci— Adelphi

Il libro da tenere accanto mentre si legge questo articolo: edizione, traduzione e commento delle lamine da parte del maggiore specialista italiano, che ne discute le interpretazioni e ne difende il legame con l’ambiente pitagorico. Breve, denso, con le iscrizioni riprodotte. Qui le parole incise sull’oro si lasciano leggere una per una.

Livello: opera di riferimento

Giorgio Colli,La sapienza greca, vol. I (Dioniso, Apollo, Eleusi, Orfeo)— Adelphi

Colli raccoglie e traduce le testimonianze sulle origini sapienziali e misteriche della Grecia, Orfeo compreso, con un’introduzione che è essa stessa un atto interpretativo di grande forza. La sua tesi — che la filosofia greca nasca da una sapienza enigmatica e misterica più antica — fa da cornice ideale a una lettura non riduttiva dell’orfismo.

Livello: fonte primaria

Gli interpreti

W. K. C. Guthrie,I Greci e i loro dèi— il Mulino

Un classico della storia della religione greca, equilibrato e leggibile, che colloca l’orfismo nel suo contesto e ne riconosce la portata. Guthrie — autore anche di uno studio monografico su Orfeo — è la guida ideale per orientarsi tra documento e interpretazione senza perdere di vista il filo.

Livello: intermedio

Eric R. Dodds,I Greci e l’irrazionale— BUR / La Nuova Italia

Uno dei libri più influenti del Novecento sulla religiosità greca. Il capitolo sulla nascita di una «psicologia» dell’anima occulta — losciamanesimogreco, la colpa, la purificazione — illumina come pochi altri il retroterra da cui emergono orfismo e pitagorismo. Imprescindibile, e splendidamente scritto.

Livello: avanzato

Mircea Eliade,Storia delle credenze e delle idee religiose— Rizzoli

Le pagine cheEliadededica a Dioniso, a Orfeo e all’orfismo collocano il fenomeno greco entro l’orizzonte comparativo proprio di questa serie, mostrandone i nessi con lo sciamanesimo e con le dottrine della trasmigrazione. Da leggere come bussola d’insieme, per riconoscere il raggio che lega l’orfismo alle altre Tradizioni.

Livello: intermedio


→ Prossimo:Ermete Trismegisto e la tradizione ermetica— dall’anima caduta degli orfici passiamo a un’altra grande corrente della sapienza tardo-antica, che pose sotto il nome di un dio-maestro egizio-greco l’arte di ricongiungere il cielo e la terra: «come in alto, così in basso».

athanor

Curatore del sito.

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