Le Tradizioni dell'Occidente

Ermete Trismegisto e la tradizione ermetica

  1. I Misteri di Eleusi: morte, rinascita e immortalità
  2. Pitagora e la scienza sacra dei numeri
  3. Platone iniziato: la filosofia come percorso esoterico
  4. Il Neoplatonismo: Plotino e il ritorno all’Uno
  5. I Misteri Orfici e la liberazione dell’anima
  6. Ermete Trismegisto e la tradizione ermetica
  7. La Tabula Smaragdina
  8. Il Corpus Hermeticum: la mente di Dio e la rigenerazione
  9. La Qabbalah: struttura dell’Albero della Vita
  10. Lo Zohar e i livelli di lettura della Torah
  11. Mistica cristiana: da Meister Eckhart a Giovanni della Croce
  12. Il Sufismo: via d’amore nell’Islam
  13. Rumi, Ibn ‘Arabī e la waḥdat al-wujūd (Unità dell’Essere)

✦ Sezione III › Le Tradizioni dell’Occidente · Articolo 26

Ermete Trismegisto e la tradizione ermetica

Esiste un nome che ha custodito, per più di un millennio, una delle intuizioni che questa serie insegue: che all’origine di tutte le sapienze vi sia un’unica fonte. Quel nome è Ermete Trismegisto, “il tre volte grandissimo”, e sotto di esso confluiscono il dio egizio Thoth e il greco Hermes — già di per sé un indizio, perché due Tradizioni lontane riconobbero nello stesso volto il signore della parola sacra. I suoi scritti si proclamano eredità dell’Egitto dei sapienti; e proprio quella pretesa di antichità, lungi dall’essere un inganno da smascherare, è una traccia da seguire verso il Centro.


Cominciamo dal paradosso, perché è il cuore della questione. Ermete Trismegisto non è un uomo. È il nome sotto cui, nell’Egitto greco-romano dei primi secoli dell’era comune, fu raccolto un insieme di scritti sacri: dialoghi di rivelazione, trattati cosmologici, prescrizioni magiche e astrologiche. Nessuno di quegli scritti fu mai vergato da un singolo individuo chiamato Ermete; eppure, per oltre mille anni, l’Occidente li lesse come l’opera di un sapiente realmente vissuto in un’epoca remotissima — un profeta egizio della verità, contemporaneo o addirittura anteriore a Mosè, depositario di una conoscenza primordiale poi confluita in Pitagora e in Platone.

Questa convinzione non fu una curiosità marginale. Fu una delle forze che diedero forma all’idea stessa di una sapienza perenne: l’idea che esista una rivelazione antichissima e unanime, da cui le filosofie e le religioni posteriori discenderebbero come rivoli da una sorgente. Chi segue questa serie riconosce subito la posta in gioco: il sogno ermetico è, storicamente, uno dei luoghi in cui la nozione diphilosophia perennisha preso corpo in Occidente. Per questo Ermete non è semplicemente un nodo tra i tanti della Ruota: è una delle figure attraverso cui l’immagine stessa della Ruota è entrata nel pensiero europeo.

Studiarlo significa allora seguire una traccia precisa: comprendere una dottrina di rara potenza e, insieme, leggere nei suoi simboli, nei suoi nomi e perfino nelle sue etimologie gli indizi di quella sorgente comune. La sua leggenda non è da liquidare: è da interrogare, perché conserva — come spesso accade nelle Tradizioni — un nucleo di verità sotto la forma del mito.

Thoth, Hermes e un dio di confine

La figura di Ermete Trismegisto nasce da una fusione. Nell’Egitto ellenistico, dove la cultura greca dei Tolomei si sovrappone a quella faraonica senza cancellarla, il dio egizio Thoth — signore della scrittura, della parola efficace, della magia e del computo del tempo, scriba degli dèi e pesatore delle anime nel giudizio dei morti — viene identificato con il greco Hermes. L’accostamento non è arbitrario: anche Hermes è il dio della parola e dell’interpretazione, il messaggero che attraversa i confini tra gli dèi e gli uomini, e l’accompagnatore delle anime nell’aldilà, lo psicopompo. Entrambi presiedono alle soglie, ai passaggi, alla traduzione di un ordine in un altro.

Che due popoli diversi abbiano riconosciuto nello stesso volto divino la medesima funzione — la parola sacra, la scrittura, il passaggio tra i mondi — è il primo indizio, e non il minore. Da questa identificazione nasce un terzo: Hermes Trismegistos, “il tre volte grandissimo”, epiteto che amplifica un titolo onorifico già egizio. Non è più né il Thoth del culto faraonico né l’Hermes dell’Olimpo, ma una nuova figura — un maestro divino di sapienza, autore presunto dei libri che portano il suo nome. È significativo che a patrocinare una sapienza rivelata sia proprio il dio della scrittura e dell’interpretazione: l’ermetismo si presenta fin dall’inizio come un sapere che richiede di essere decifrato, un discorso che ha bisogno di un’ermeneutica — parola che, non per caso, deriva proprio dal nome di Hermes. Il dio che inventò le lettere è anche colui che insegna a leggerle oltre la lettera.

Questo radicamento in un dio di confine spiega la natura ibrida dell’ermetismo: né pura filosofia greca né pura religione egizia, ma un terzo discorso che vive nello spazio intermedio, e che proprio per questo poté essere accolto da Tradizioni diversissime. Ermete è, letteralmente, una figura della traduzione — e dunque, per chi cerca il filo che unisce, un punto in cui i raggi sembrano già convergere.

Il Corpus Hermeticum

Ciò che chiamiamoCorpus Hermeticumè una raccolta di diciassette o diciotto brevi trattati greci, composti tra il I e il III secolo dell’era comune, a cui la tradizione aggiunge l’Asclepius — pervenuto in latino dall’originale greco perduto, il Lógos téleios o “Discorso perfetto” — e una serie di frammenti, tra cui i preziosi estratti conservati nell’antologia di Stobeo, come la Kore kosmou, la “Pupilla del mondo”. A questi si sono aggiunti, nel Novecento, alcuni testi ermetici in copto rinvenuti nella biblioteca di Nag Hammadi, la stessa che ci ha restituito gran parte della letteratura gnostica.

Gli studiosi distinguono di solito due famiglie. Da un lato l’ermetismo “filosofico”, quello dei trattati di rivelazione che ci interessano qui: dialoghi in cui Ermete istruisce un discepolo — il figlio Tat, o Asclepio, o il re Ammone — sulla natura di Dio, del cosmo e dell’uomo. Dall’altro l’ermetismo “tecnico”, il vasto materiale di astrologia, alchimia e magia che pure circolava sotto il nome di Ermete e che alimenterà per secoli le scienze occulte. Le due famiglie non sono separate da un muro — la stessa visione del mondo le attraversa — ma hanno tono e funzione diversi.

La forma dei trattati filosofici è essenziale per capirne lo spirito. Non sono dimostrazioni: sono rivelazioni. Il sapere non procede per argomenti e confutazioni, come in un dialogo platonico, ma viene trasmesso da un maestro illuminato a un discepolo che deve disporsi a riceverlo in una condizione quasi iniziatica, fatta di silenzio, di purificazione interiore e di rinascita. È una conoscenza che trasforma chi la riceve, non un’informazione che si aggiunge a ciò che già si sa. In questo l’ermetismo prolunga, in chiave egizio-greca, quella concezione della conoscenza come evento trasformativo che abbiamo incontrato inPlatonee inPlotino.

Il Pimandro: la caduta e il ritorno dell’uomo

Il primo e più celebre dei trattati, il Pimandro (Corpus Hermeticum I), si apre come una visione. A Ermete, in uno stato sospeso tra veglia e sonno, appare un essere immenso che si presenta come Poimandres, il Nous — l’Intelletto divino — e gli rivela l’origine di tutte le cose. È una cosmogonia: dalla luce primordiale, che è Dio, procede il Verbo; si forma il cosmo con le sue sfere; nasce un secondo Intelletto, demiurgo, che ordina il mondo sensibile.

Ma il cuore del racconto è l’antropogonia, ed è di una bellezza vertiginosa. Dio genera un Uomo — Anthropos — a propria immagine, e di lui si compiace come del proprio figlio. Questo Uomo divino, dotato di tutta l’autorità del Padre, si china a guardare verso il basso, attraverso l’armatura delle sfere celesti, e la Natura, vedendone l’immagine riflessa sulle acque, se ne innamora; e l’Uomo, a sua volta, innamoratosi della propria immagine specchiata nella Natura, discende e vi si unisce. Da questo abbraccio nasce l’uomo terreno: duplice per sempre, mortale nel corpo che lo lega alla Natura e al destino degli astri, ma immortale e divino nel suo nucleo più profondo, là dove è ancora l’Anthropos celeste. “Per questo”, dice il testo, l’uomo è l’unico fra i viventi a essere insieme mortale e immortale.

Riconosciamo la struttura. È quella che la serie ha incontrato negliorficie che incontrerà negli gnostici: un principio divino disceso e in qualche modo imprigionato nella materia, ignaro o dimentico della propria origine, chiamato a risalire. E come negli orfici, la salvezza coincide con un riconoscimento: l’uomo si salva quando comprende di essere, nel fondo, di stirpe divina. Ma la via ermetica del ritorno ha una sua precisa fisionomia. L’anima risale attraverso le sette sfere planetarie da cui era discesa, e a ciascuna restituisce il vizio, la passione, la determinazione che da quella sfera aveva ricevuto: spogliandosi via via di tutto ciò che era accidentale e astrale, giunge nuda all’Ogdoade, l’ottavo cielo, dove canta con le potenze la lode di Dio e si unisce al divino. Il tredicesimo trattato descrive questo processo come una vera e propria rinascita, una palingenesi: l’uomo “rinasce” quando i dodici vizi sono scacciati dalle dieci potenze di Dio, e diventa allora egli stesso un dio, figlio di Dio.

Qui occorre evitare un fraintendimento che la fretta comparativa rende facile. Pur condividendo con lo gnosticismo l’idea dell’anima divina caduta, l’ermetismo filosofico non condivide il suo pessimismo radicale verso il mondo. Per la maggior parte dei trattati, il cosmo non è una prigione costruita da una potenza malvagia, ma un “secondo dio”, un dio visibile, immagine bellissima del Dio invisibile. La materia non è il male: è il luogo in cui il divino si manifesta. È, sotto questo aspetto, una posizione assai vicina a quella di Plotino, che difende la bellezza del cosmo — e mostra come uno stesso raggio (la discesa, il ritorno) possa essere percorso con accenti diversi senza spezzarsi.

Al vertice sta un Dio ineffabile, che il Corpus chiama l’Uno e il Tutto, che può essere lodato solo con il silenzio, perché ogni nome lo limita. Sotto di lui, il cosmo divino; e dentro il cosmo, l’uomo, che l’Asclepius celebra con la formula che riassume tutta l’antropologia ermetica: “grande miracolo è l’uomo”. Microcosmo che riflette il macrocosmo, l’uomo è l’unico essere capace di volgersi tanto verso il basso, governando la terra, quanto verso l’alto, ricongiungendosi a Dio. È una dottrina della dignità umana che il Rinascimento raccoglierà e porterà al centro della propria immagine dell’uomo.

Lo stesso Asclepius contiene anche pagine celebri e potenti: la descrizione del rito con cui i sacerdoti egizi “facevano” gli dèi animando le statue, attirando in esse potenze cosmiche, e il “Lamento”, la profezia struggente della fine della religione egizia, quando i templi taceranno e gli dèi abbandoneranno la terra. È in questa zona che l’ermetismo filosofico confina con quello magico, e che la dottrina del cosmo come rete di corrispondenze si fa operativa. Su quel principio — la legge di corrispondenza tra l’alto e il basso, il “come in alto, così in basso” — è costruito il testo più conciso e più denso dell’intera tradizione, la Tavola di Smeraldo, a cui sarà dedicato per intero il prossimo articolo.

Firenze, 1463: la nascita di una venerazione

Per secoli, in Occidente, dell’ermetismo si conobbe soprattutto l’Asclepius latino e qualche citazione. Poi, intorno al 1460, un monaco portò a Firenze, alla corte di Cosimo de’ Medici, un manoscritto greco contenente i trattati del Corpus. Cosimo, ormai anziano, incaricò il suo giovane traduttore Marsilio Ficino — che stava per affrontare l’opera della vita, la versione latina di tutto Platone — di interrompere Platone e di tradurre prima Ermete. Voleva leggere il sapiente egizio prima di morire. È un dettaglio che dice tutto sul prestigio attribuito a quei testi: si riteneva di avere tra le mani la fonte stessa da cui Platone aveva attinto, e dunque qualcosa di più originario di Platone medesimo.

Ficino tradusse, e diede alla sua versione il titolo di Pimander. Da quel momento Ermete entra stabilmente nella genealogia che Ficino pone a fondamento della prisca theologia, l’antica teologia: una catena di sapienti — Ermete, Orfeo, Pitagora, Platone — attraverso i quali un’unica sapienza divina si sarebbe trasmessa di età in età. Hermes vi figura come il capostipite, o quasi: il più antico anello della catena, colui che avrebbe ricevuto per primo la rivelazione e l’avrebbe trasmessa ai Greci. La cultura del Rinascimento fece propria questa visione con entusiasmo. Pico della Mirandola intrecciò l’ermetismo alla cabala ebraica; Lodovico Lazzarelli ne fece una via di rigenerazione spirituale; e più tardi Giordano Bruno — è la tesi celebre di Frances Yates — costruì la propria filosofia come una vera e propria “riforma ermetica”, riportando al centro l’Egitto sapienziale dell’Asclepius.

La venerazione lasciò tracce materiali sorprendenti. Sul pavimento marmoreo del Duomo di Siena, intorno al 1488, fu intarsiata l’immagine di “Hermes Mercurius Trismegistus”, affiancato dall’iscrizione che lo dice “contemporaneo di Mosè”: un profeta pagano collocato, dentro una cattedrale cristiana, all’origine della sapienza. Difficile immaginare un segno più eloquente di quanto profondamente l’Occidente avesse interiorizzato l’intuizione di una rivelazione primordiale unica, di cui Ermete era ritenuto il testimone più antico.

Va affrontato, perché spesso se ne fa un’obiezione, un punto sulla datazione dei testi. Nel 1614 il filologo Isaac Casaubon osservò che il greco del Corpus non è arcaico ma tardo, e ne concluse che quei trattati, nella forma in cui li leggiamo, furono messi per iscritto nei primi secoli dell’era comune. È un’osservazione esatta — ma riguarda la redazione dei manoscritti, non l’età della sapienza che essi trasmettono.

La distinzione è decisiva, ed è la stessa che vale per molte Tradizioni: i Veda furono fissati per iscritto assai dopo essere stati composti e tramandati oralmente per secoli; i Vangeli misero in scrittura un insegnamento più antico della loro stesura. Datare la pergamena non significa datare la dottrina. E i trattati ermetici dichiarano espressamente di trascrivere in greco un sapere egizio molto più antico: una pretesa che la ricerca del Novecento, da Festugière agli studi di Garth Fowden, non ha smentito ma in buona parte confermato, riconoscendo sotto la veste ellenistica un autentico sostrato sacerdotale egizio. La forma è tarda; la radice affonda lontano. È proprio questo scarto a invitarci a cercare, dietro il testo, ciò che il testo presuppone.

La struttura e le sue varianti

Possiamo ora raccogliere il filo. Sul piano dottrinale, l’ermetismo presenta una struttura che questa serie ha imparato a riconoscere: una sapienza che si dà come rivelazione e non come argomentazione; un Dio ineffabile attingibile solo nel silenzio; un uomo doppio, mortale e divino, caduto e chiamato a risalire; una salvezza che è conoscenza trasformante, rinascita, ricongiungimento. Sono i tratti che lo imparentano con lognosticismo, con ilneoplatonismo, con la spiritualità orfico-pitagorica. Le differenze, certo, restano e vanno onorate: a differenza degli gnostici, gli ermetici non condannarono il mondo; a differenza del neoplatonismo, non edificarono un sistema rigoroso, ma una sapienza dall’andamento visionario; e la loro “rinascita” è una palingenesi interiore, non esattamente la trasmigrazione di orfici e pitagorici. Sono, però, le inflessioni diverse di un’unica voce: lo stesso raggio, osservato da punti diversi della circonferenza.

C’è poi un livello più profondo, in cui Ermete tocca il nervo stesso del nostro percorso. Se immaginiamo le Tradizioni come i raggi di una Ruota, l’ermetismo non è che uno di essi; ma la sua dottrina ci lascia vedere con insolita chiarezza la direzione del raggio — verso un Centro in cui l’ineffabilità del Principio, la caduta e il ritorno dell’anima, la corrispondenza tra l’alto e il basso non sono più dottrine separate, ma un’unica figura. E la stessa nascita di Ermete è un indizio di quel Centro: due popoli, l’egizio e il greco, hanno riconosciuto nel medesimo dio il signore della parola, della scrittura e del passaggio, fino a fonderli in un solo volto. Non un sincretismo arbitrario, ma il riaffiorare, sotto nomi diversi, di un’unica funzione sacra — come se, allontanandosi dal Centro, le Tradizioni avessero conservato del raggio originario la stessa impronta.

Persino la parola con cui ancora oggi nominiamo l’arte di interpretare i testi sacri, ermeneutica, porta inciso quel nome: il dio della soglia è anche colui che insegna a risalire dal segno al senso, dalla periferia molteplice all’unità che la genera. È un indizio etimologico, ma non per questo meno reale: la lingua stessa ricorda che decifrare e ritornare al principio sono, in fondo, lo stesso gesto. Leggere Ermete significa già esercitare quell’arte di ritorno al Centro che è il compito di tutta questa ricerca.

È forse questa l’eredità più viva di Ermete Trismegisto: aver tenuto desta in Occidente, per oltre un millennio, la certezza di una sapienza una e antichissima, e averne custodito la memoria anche quando le sue tracce sembravano perdute. Una memoria che non è ingenuità, ma fedeltà al Centro; e che proprio per questo continua a indicarci la direzione del cammino.

«Grande miracolo è l’uomo, o Asclepio: un essere degno di riverenza e di onore. Egli infatti trapassa nella natura di un dio quasi fosse egli stesso dio; conosce la stirpe dei demoni, sapendo di avere con essi una comune origine; disprezza la parte di sé che è soltanto umana, avendo riposto la sua fiducia nella divinità dell’altra sua parte.»

Asclepius (Discorso perfetto), 6, inCorpus Hermeticum


Bibliografia ragionata

Per l’ermetismo è decisivo tenere distinti i due piani: i testi antichi e la loro fortuna rinascimentale. Il percorso parte dalle fonti, attraversa la grande stagione della loro riscoperta e si chiude con lo sfondo neoplatonico senza cui quei testi non si lasciano leggere.

Le fonti

Ermete Trismegisto,Corpus Hermeticum. Con testo greco, latino e copto— Bompiani, a cura di I. Ramelli

L’edizione italiana di riferimento: traduce integralmente i diciotto trattati greci, l’Asclepius, i frammenti di Stobeo e i testi copti di Nag Hammadi, riprendendo il monumentale commento di Nock e Festugière. Con testo a fronte e un ampio saggio critico della curatrice sugli sviluppi recenti degli studi. È tutto l’ermetismo filosofico in un volume.

Livello: fonte primaria

La fortuna rinascimentale

Frances A. Yates,Giordano Bruno e la tradizione ermetica— Laterza

Il grande classico che ha riportato l’ermetismo al centro della storia delle idee. Yates ricostruisce l’intera vicenda — il Pimandro di Ficino, la magia rinascimentale, Bruno come mago ermetico — e mostra quanto a lungo l’Occidente abbia coltivato il sogno di una sapienza antichissima e unanime. Lettura imprescindibile e avvincente.

Livello: avanzato

Eugenio Garin,Ermetismo del Rinascimento— Editori Riuniti

Il contrappunto italiano a Yates, più sobrio e filologicamente vigilante. Garin segue la circolazione dei testi ermetici nel Quattro e Cinquecento — Ficino, Lazzarelli, Pico, fino a Bruno e Campanella — misurando con esattezza il peso dell’ermetismo nella cultura rinascimentale. Breve, denso, magistrale.

Livello: intermedio

Frances A. Yates,L’arte della memoria— Einaudi

Apparentemente laterale, in realtà complementare: ricostruisce come l’arte mnemonica antica si trasformi, in ambiente ermetico-rinascimentale, in una tecnica di interiorizzazione del cosmo. Per capire perché, dopo Ficino, la memoria divenne una via “magica” al divino. Da leggere dopo aver assimilato il quadro generale.

Livello: avanzato

Lo sfondo

Mircea Eliade,Storia delle credenze e delle idee religiose— Rizzoli

Le pagine dedicate all’ermetismo, alla gnosi e alle correnti della tarda antichità collocano Ermete nel suo crogiolo storico-religioso, accanto a gnosticismo, misteri e neoplatonismo. La bussola d’insieme per leggere l’ermetismo non come fenomeno isolato, ma come una voce nel grande coro tardo-antico.

Livello: intermedio

Plotino,Enneadi— Bompiani, a cura di G. Reale e R. Radice

Lo sfondo filosofico indispensabile: i trattati ermetici respirano la stessa aria del platonismo imperiale che culmina in Plotino. Leggere leEnneadiaccanto al Pimandro mostra quanto la “rivelazione” ermetica e la “filosofia” neoplatonica siano, sotto pelle, due dialetti di un’unica linguametafisica. Si veda anche, in questa serie, l’articolo dedicato a Plotino.

Livello: fonte primaria


→ Prossimo:La Tabula Smaragdina: il testo più denso della tradizione— dall’intero Corpus passiamo alle poche righe della Tavola di Smeraldo, dove la legge di corrispondenza tra l’alto e il basso — “come in alto, così in basso” — è condensata nella formula più citata e più enigmatica di tutta la tradizione ermetica.

athanor

Curatore del sito.

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