Simbolismo

L’Araba Fenice

 

Il mito più resistente alla prova del tempo. Dio del sole per gli egizi, Cristo che risorge per i primi cristiani



arabafeniceROMA – Che ci fa qui sotto? Come mai è finita a fiammeggiare anche qui dentro, al buio, in queste catacombe del Salario che suorine gentili, d’acciaio, proteggono sotto chiave. Eppure – un po’ sbiadita, ma salva – è proprio lei: l’Araba Fenice, quella già sacra per gli Egizi, che ora, però – in queste pitture del 250 d.C., in questa istantanea di Paradiso tutto nuovo, recente, cristiano – ha l’impegnativo compito di simboleggiare Gesù risorto.

A interpretare grandi storie quest’uccello mitico è abituato da millenni… Basti pensare che sul Nilo, la Fenice – ovvero l’uccello Benu, ovvero “lo Splendente” – non solo aveva un tempio a Eliopolis, a ricordo della sua Isola Sacra, “il posatoio emergente dalle acque dell’Abisso”, ma nei Testi più santi identificato addirittura con Osiride/Orione, il superdio del Sole al Tramonto – Signore dell’Occidente e dell’Aldilà – che, di tanto in tanto, Tifone/Seth smembrava, spargendone pezzi un po’ ovunque, in giro per il Mediterraneo.

Quel suo tempio di Eliopolis, nella zona del Delta, materializzò lì storie molto più antiche. Mica solo Graham Hancock ci sguazza dentro. Solo che lui, sciolto com’è, lo fa meglio di altri. In Egitto – giura Hancock, con i Testi sacri di Edfu in mano – il tempio simboleggiava non solo la Grande Collina Primordiale che emerge dalle acque di un diluvio, ma anche il vero luogo di provenienza dell’Uccello Risorto dove si svolgeva il rituale segreto della sua resurrezione. Se ne volava laggiù, ogni 540 anni, per bruciare e rinascere.

Dove sia da collocare quel suo “laggiù” occidentale, finora solo sospetti. Niente prove. Già Metastasio, comunque, ci giocava su: “Araba Fenice… Che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa”.

Eppure eccola qui, ora, in queste catacombe di Santa Priscilla: adesso, però, è una Fenice cristiana con tanto di raggi intorno alla testa. Tipo Mitra. E, per di più, senza esser passata attraverso l’iconografia dei Greci, i quali non avrebbero mai ritratto il portentoso uccello. Ne scrisse Erodoto dall’Egitto: ma sue effigi greche, zero.

Sosia di Osiride prima, sosia di Cristo poi: com’è arrivata in questo sotterraneo dove pregavano i primi convertiti romani? “Non la si trova solo qui…” avverte Fabrizio Bisconti, responsabile delle Catacombe per il Vaticano. E ti segnala gli studi sulle cento Fenici cristiane che ha già analizzato. Una mappa, la sua, che lega insieme il cuore d’Europa, il Nord Africa, l’Oriente… Fenici trionfanti in scene sacre, cristiane, sono presenti ai SS. Cosma e Damiano, a San Pietro, nell’abside di Santa Prassede, a San Giovanni in Valle a Verona… Ad Aquileia ce n’è tre. E sui sarcofagi, nei mosaici, nei frontoni, sulle palme… Una è atterrata a Poitiers a far più bella ancora la Cattedrale di lì, datata XIII secolo. Per lei Bisconti ha una predilezione iniziata con la tesi di laurea e consolidata, poi, con i mille studi che la simbologia paleocristiana si porta dietro. E sì, perché poi – dai e dai – è proprio vero che la Fenice non muore mai: vola nei secoli. Dalle piramidi alle monete di Adriano, alle catacombe; da lì finirà nel Romanico. Trionfa statuaria nel Gotico; diventa poema nell’Inghilterra medievale; si fa mascotte di chiunque si dedichi alla chimica dei metalli che – con parola araba – ancor oggi chiamiamo alchimia. A un certo punto – nel 1600 – diventa persino l’emblema dei Rosacroce, la setta rompicapo che, un secolo dopo, partorirà la massoneria francese.

L’Araba Fenice addirittura nel ruolo di Cristo, dunque. Perché professore? Bisconti risponde sicuro: “Già Marziale, Ovidio, Plinio il vecchio, Tacito la usano per esemplificare il concetto di eternità, di ritorno ciclico, continuo: fu la corrispondenza immediata con la resurrezione della carne che il suo mito presentava a spingere gli autori cristiani più antichi ad utilizzarlo. Il fatto che si usi una leggenda così esplicitamente pagana per esprimere il mistero fondamentale della loro religione può meravigliare, certo. Ma accadde spesso: si usarono anche Orfeo, Ulisse, Amore e Psiche… Tutto quello che poteva servire a comunicare in maniera semplice e accessibile concetti particolarmente difficili”. Figurarsi che il sacro uccello venne usato – da Rufino di Aquileia – a dimostrazione di quell’altro mistero che, allora, lasciava perplessi assai: Maria vergine ma anche madre. Rufino: “E d’altra parte perché sembra strano che una vergine abbia concepito dal momento che l’uccello d’Oriente, che chiamano fenice, si sa che nasce e rinasce senza coniuge e, nascendo e rinascendo, succede sempre a se stesso?”.

La Fenice grazie a quell’aggettivo “araba” rimaneva un prodigio esotico ma ormai targato sempre e solo Oriente. Giusto grattandone a fondo l’etimologia – oggi che si conosce il fenicio e l’accadico – potrebbe tornare ad essere il simbolo del Tramonto mediterraneo e di Osiride, com’era già per gli antichi Egizi. André Cherpillod nel suo Dictionnaire étymologique scrive: “Arabia? Potrebbe apparentarsi al radicale “garb” ovvero “Occidente, Maghreb…”. E siccome invita a guardarsi pure “Maghreb”, eccole le sorprese dell’arabo “Maghreb”: “… Apparentato all’accadico “erepu”, al fenicio “ereb”, all’amorreo “me’erab” ovvero “sera, ovest””. Proprio la stessa etimologia di Europa, ovvero Tramonto.

(21 agosto 2002)

 

athanor

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