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Data pubblicazione Scritto da Tiziano Bellucci
Categoria principale: Antroposofia
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Bologna, Febbraio 2012

 

 

 

“L’UOMO ALLA LUCE DI OCCULTISMO, TEOSOFIA E FILOSOFIA”

Rielaborazione delle dieci conferenze

tenute da R. Steiner nel giugno 1912 a Cristiania

 

 unicorno

A cura di Tiziano Bellucci

 

 

 

1° conferenza

 

La parola greca “anthropos” significa: colui che guarda in alto, che nelle altezze della vita cerca la propria origine”.

 

La conoscenza occulta fa giungere l’uomo ad una elevata visione d’insieme della vita: ma così come dall’alto di una montagna si può avere una visione più ampia della città, al contempo i dettagli, le sfumature, i particolari devono andare perduti, sacrificati. I dettagli si vedono con la coscienza ordinaria. La globalità appare con la coscienza sovrasensibile. Per realizzare una siffatta coscienza, occorre rafforzare le facoltà dell’anima, ampliare e aumentare energicamente le forze interiori dell’anima.

Per un discepolo dell’occultismo vi sono maggiori rischi di usare le forze occulte per egoismo: ordinariamente l'egoismo provoca diversi danni anche presso le persone comuni, ma si tratta di danni minimi, a confronto di ciò che quegli occultisti che -non adeguatamente preparati- procurerebbero con i mezzi della conoscenza occulta. Nel passato, nelle scuole dei misteri i discepoli venivano severamente educati a praticare ed ad attenersi a delle regole.

 

Nelle scuole dei misteri la conoscenza veniva divulgata non tramite il linguaggio ordinario, ma a mezzo di un linguaggio simbolico fatto di simboli: non venivano usate parole, ma gesti, movimenti, colori, vestiti, rituali.

 

 

Seconda conferenza

 

Le regole e i “giuramenti” entro le scuole misteriche

Nel passato la conoscenza veniva impartita solo in scuole occulte e a uomini prescelti, predisposti.

Chi entrava a far parte di una scuola dei misteri doveva sottostare ad alcune fondamentali regole.

Il primo obbligo che veniva imposto ad un aspirante discepolo dell’occultismo era “rinunciare all’uso dei poteri -che avrebbe acquisito- per vantaggi personali”. Si tratta di un giuramento che presupponeva una “rinuncia all’uso della propria volontà” nei confronti degli eventi del destino.

Questo giuramento veniva anche chiamato “riconciliazione” con il proprio karma.

Egli doveva promettere di continuare a fare esattamente quello che faceva prima, senza che si potesse percepire dall’esterno che egli stava lavorando ad una disciplina occulta: una persona esterna, un familiare, un amico doveva rimanere completamente all’oscuro delle sue pratiche occulte, della sua evoluzione interiore. Nessun alone di mistero e di ambiguità doveva trapelare.

La cosa fondamentale era che pur essendo dotato di facoltà fuori dalla norma, doveva rassegnarsi a non trarre alcun profitto dalle situazioni della vita per mezzo dei mezzi occulti che disponeva.

Il maestro gli diceva: “non devi servirti della tua evoluzione occulta per un vantaggio, per una vita migliore rispetto i tuoi simili, ma devi continuare a seguire la stessa linea di destino che avevi prima di diventare un occultista. Egli doveva completamente rimettersi al karma, aderire alla volontà del suo destino.

In tal modo egli rinunciava coscientemente alla soddisfazione della sua volontà egoistica: questo fatto, questa rinuncia consapevole realizzava con il tempo una trasformazione totale sull’atteggiamento e nella disposizione del discepolo. In altri termini: egli sapeva di potere, aveva i mezzi per realizzare mète ed obiettivi superiori alla media umana, ma volutamente vi rinunciava, continuando ad essere ciò che era prima. Non usavo l’occulto per modificare il suo destino.

Doveva compiere completamente il suo dovere di uomo comune.

Coloro che si ribellavano a questo giuramento, e usavano i poteri per trarne vantaggi, erano considerati “traditori” ed erano esclusi dalle scuole occulte.

Il lasciare “compiere” il destino, senza approfittare dei poteri portava al discepolo l’apertura di un mondo interiore straordinario, in cui l’uomo prima non si era mai trovato. Questa apertura determinava una infinità capacità di amore: perché la “potenza” controllata donava una maggiore misericordia, tolleranza e pietà nei confronti degli altri esseri umani.

 

La seconda regola o condizione che veniva imposta al discepolo era “l’educazione dell’intelletto emancipato dalla volontà” (astensione dalla critica).

Egli non poteva usare le sue facoltà per agire nella vita, ma poteva usarle per giudicare, pensare sulle cose del mondo fisico: poteva applicare le conoscenze occulte, ma solo nell’ambito della vita del pensare e del giudicare, senza attuarle in un azione.

Ad esempio con le facoltà occulte si può venire a capire se si ha a che fare con un individuo moralmente inferiore: si “percepiscono” cose e caratteri che prima non erano visibili. L’intuito è affinato e subito si è in grado di capire l’interiorità delle persone e il procedere degli eventi.

Un discepolo dell’occultismo, pur avendo perfettamente intuito con chi ha a che fare, e dove sarebbe “andato a finire”, doveva per deliberazione interiore continuare a fare quello che avrebbe fatto senza conoscere chiaroveggentemente ad es. un uomo amorale. Bisognava ciononostante tollerare socialmente cosa egli ci avrebbe spinto a fare, così come lo si avrebbe tollerato prima di acquisire facoltà occulte.

La rassegnazione qua è elevatissima: il discepolo deve comunque seguire le vie del destino, pur intuendo che esse lo porteranno in una direzione per lui meschina, dolorosa. Non si tratta di stupidità o ingenuità: occorre pur conoscendo cosa si potrebbe evitare, eseguire comunque le azioni così come li avremmo eseguite prima di acquisire le facoltà occulte: con la consapevolezza accresciuta dalla veggenza.

I discepoli dovevano per molto tempo imparare ad osservare con la propria facoltà di giudizio occulto sia gli uomini che gli altri regni della natura e continuare a seguire lo stesso tenore di vita di prima, la medesima condotta morale di prima.

In tal modo essi imparavano a non disporre dei vantaggi che le facoltà occulte avrebbero potuto offrire: veniva come estirpato l’ambizione, l’egoismo.

Se l’uomo impara ad escludere se stesso come essere egoico usando la mente per essere consapevole delle potenzialità e dell’utilità di una cosa o di un uomo, rinunciando ad “approfittare” di esso con le azioni, per trarne vantaggi personali, ecco che egli ottiene grossi risultati. La sua mente si affina e la sua capacità di giudizio diviene sempre più forte. Si tratta “dell’educazione dell’intelletto emancipato dalla volontà”.

In altre parole il discepolo deve in un certo senso tornare ad agire in modo altrettanto sciocco, quanto scioccamente avrebbe fatto prima di sviluppare le sue capacità occulte. Ossia: deve compiere azioni che lo porterebbero anche a fallimenti, sapendo di sovrintenderli con coscienza.

Ed ecco che ciò era collegato con la terza regola a cui sottomettersi: dominare la volontà non porta ad annichilirsi, ma ad un suo rafforzamento. Dominare, domare la volontà impedendosi di intervenire là dove le proprie intuizioni ci direbbero di agire in modo contrario, significa potenziare la volontà. Impedire all’ego di venir soddisfatto, evitare di poter sviluppare la volontà egoistica, realizza nell’anima la capacità di conseguire una perfetta calma.

Il discepolo doveva limitare il godere nell’anima del suo ego, dei vantaggi che avrebbe potuto conseguire, e questa limitazione produceva un estinzione dei desideri, dei propri ricordi: appariva una abissale quiete animica.

Veniva prodotto il vuoto nell’anima: e da quel vuoto poteva affacciarsi un nuovo mondo.

 

 

Terza conferenza

 

Le prime 3 esperienze occulte che incontra il discepolo occulto

-          La luce immanifesta

-          La parola impronunciabile

-          La coscienza senza oggetto di conoscenza

 

La coscienza immaginativa: sconnessione dal cervello o pensare libero dai sensi

L’aspirante occultista, deve arrivare a poter pensare senza usare il corpo, senza usare il cervello e il sistema neurosensoriale. Quando ci si libera del cervello, si penetra in una coscienza costituita da immagini: si conosce solo tramite forme, immagini e colori. Ciò che veniva pensato tramite il cervello appare allora come un attività passiva, priva di vita, ombrosa, rispetto la vivacità e la profondità sperimentata con la coscienza immaginativa.

Di fatto tramite la coscienza immaginativa l’uomo sperimenta tramite corpo eterico, astrale e organizzazione dell’io, senza mediazione dell’organismo fisico. Gli arti superiori vengono come “spremuti” fuori dal corpo fisico.

 

La luce inimmanifesta

Quando si realizza e si penetra nella coscienza immaginativa, si sperimenta un ampliamento di forza e vivacità interiore: inoltre, tutto ciò che ci circonda appare intessuto di una sostanzialità più sottile. Il mondo, le sue cose, i suoi esseri ci appare come pervaso, compenetrato da un mare di “luce risplendente, fluttuante”. Non si creda che si “vede” come fluttuare luce: ma è più un sentimento interiore, uno stato. Si vive “nella luce” del pensare divino, vivente.

Questo sentimento di “vivere nella luce” dapprima ci coglie in modo tale da indurci come uno stordimento, una sensazione di annullamento: penetrando in quel mare di luce ci sentiamo come se, ogni cosa –noi stessi compresi- fosse destinata a “scioglierci”, lacerarsi, disperdersi, dissolversi nella luce, per diventare parte di essa, come raggi di luce indifferenziata.

Questo è il primo evento che ci accade: il senso di annientamento dentro la luce sfavillante.

“Chi entra a far parte della luce deve divenire anch’esso luce”.

Chi non avesse praticato preventivamente una corretta disciplina di pensiero si troverebbe di fronte ad un serio ostacolo penetrando nella “luce” della coscienza immaginativa: di fatto ciò che ci sostiene e ci protegge dallo “sfasciarsi” interiore è la natura delle forze che si sono state sviluppate e fortificate tramite gli esercizi preliminari di pensiero e di discernimento. Quelle forze che si sono edificate, non hanno nulla a che fare con il pensare ordinario razionale e il giudizio: non usiamo là dialettica o giudizi: le forze interiori immaginative sviluppatesi ne sono l’essenza, il prodotto spirituale di cui siamo divenuti provvisti a mezzo del lavoro preparatorio.

La luce immanifesta o “luce fluttuante” è l’esperienza di espansione entro il tessuto di pensiero (corpo eterico) in cui si viene a sperimentare il discepolo quando ascende alla coscienza immaginativa.

 

Le figure sorgenti dalla luce: le forme immaginative

Si può dire che l’essersi dedicati a pensieri esoterici e spirituali, a giudicare rettamente secondo sano discernimento, ci sostiene dall’annientamento, e inoltre fa si che dalla luce diffusa di cui ci sentiamo immersi mano a mano possano sorgere delle forme, delle figure che riconosciamo non parte né nella nostra memoria, né della nostra fantasia. Vediamo sorgere figure autonome che hanno vita propria, indipendente. Al principio esse sono deboli, tenui: ma con il tempo diveniamo sempre più capaci di distinguere, di separarle e identificarle dalla luce generale che sperimentiamo nel fluttuare interiore e nella visuale spirituale. Come se divenissimo capaci di farle emergere, e di “sostanziarle”, riconoscendole come immagini, caratterizzandole come enti a sé stanti.

La natura di quelle immagini che sorgono dalla luce, non ha però un carattere simile a quello che sperimentiamo di fronte ad una percezione esteriore fisica. Si tratta di immagini pensiero, di esseri di pensiero: hanno la particolarità di emanare una sorta di “familiarità” con la nostra anima, pur non essendo parte di noi. Pur essendo pensieri, non ci si palesano come qualcosa che “stiamo pensando”.

Li sentiamo come parte di noi, seppur si tratti di entità indipendenti dalla nostra anima. Si tratta delle entità di pensiero che vivono dietro il mondo dei sensi.

Nella coscienza ordinaria, queste entità non appaiono quali esseri vestiti di luce, quali entità indipendenti, ma li sperimentiamo come idee, “contenuti”, come i concetti che ordinariamente usiamo per definire oggetti o esseri. Durante la vita quotidiana li sentiamo come gli ordinari nostri pensieri che usiamo per pensare e riflettere sul mondo.

Nella coscienza immaginativa essi smettono di essere pensieri “pensabili”: divengono esseri con una loro volontà, distinta dalla nostra.

Contemporaneamente tali entità vivono entro di noi, costituiscono anche i nostri ricordi, i concetti che abbiamo assimilato nella vita: pur avendo vita indipendente, esse vivono nel nostro corpo eterico come ricordo di pensiero, ed è questo il motivo che il quale possono emergere e comparire come figure dalla luce che percepiamo interiormente: essendo essa nient’altro che la sostanzialità eterica di cui siamo costituiti. Vivere nella “luce mentale” è avere l’esperienza della coscienza immaginativa.

 

Tramite il cervello, le idee della filosofia divengono esperienza di veggenza inconscia

Il filosofo non arriva a vedere le forme di luce sopradescritta aleggiare dal mare della sostanzialità lucente del corpo eterico; non può vedere le immagini, ma le “pre-sente”, le riceve indirettamente, prive di forma e le reinterpreta secondo canoni dialettici, razionali.

Il filosofo vede l’immagine mentale riflessa, l’ombra del vivente; l’iniziato vede l’essere di pensiero vivente reale.

 

Nel cervello dimorano e operano come eco le forze delle passate incarnazioni planetari

Si deve essere coscienti che nella sostanza fisica cerebrale risiede un eco di azioni spirituali: un eredità di antiche forze spirituali saturnie, solari, lunari che operarono per arrivare a configurare sulla terra l’organo del cervello attuale. Quelle “azioni” di entità antiche, permangono ancora tutt’ora dentro il cervello come immagini riflesse nella coscienza e sono proprio tali immagini che possono emergere entro la coscienza del pensatore come “idee astratte filosofiche”. Ciò che compirono Dèi entro la sostanza nervosa è depositato come ricordo inconscio entro il sistema nervoso: il filosofo può giungere alle sue “intuizioni” filosofiche in virtù di tali reminescenze antichissime entro la sua corporeità. Una sorta di “veggenza” inconscia, indiretta, comunicata dalla spiritualità insita, incantata come eredità dentro la materia stessa.

 

La separazione della luna dalla terra ha reso possibile il filosofare

Questa eredità spirituale “filosofica” saturnia, solare e lunare non potrebbe agire però se non fosse intervenuto un evento importante entro l’evoluzione terrestre.

La possibilità di “riflettere” (ossia di osservare l’eredità di immagini spirituali riflesse presenti nella coscienza dall’antichità cosmica) si è originata nell’uomo solo dopo la separazione della luna dalla terra.

La luna riflette la luce solare.

L’entità di Javhè è connessa con la possibilità di filosofare: rende possibile l’esplicarsi dell’attività “riflessiva” entro l’anima. Il filosofo sente l’azione di Javhè quando riesca a sentirsi ispirato dalle reminescenze di forze pre terrestri che vivono nel suo cervello.

Il filosofo è un chiaroveggente inconsapevole, che si riferisce ad immagine di pensiero astratte.

 

La filosofia non può afferrare il Cristo

Tramite i concetti filosofici, tramite le ombre reminescenti entro la cerebralità si può soltanto arrivare ad intuire l’operare della “forza neutrale” che opera nell’universo, nello spirito impersonale, astratto della filosofia.

 

La parola, linguaggio o suono“impronunciabile” o esperienza dell’io (sé): la Parola Cosmica

Mentre nella luce fluttuante si aveva la percezione come di “fusione” in essa, di espansione, se si ascende con la coscienza ancora, se si rafforza l’attività interiore. si arriva a vivere una condizione che si presenta dapprima come se vi fosse tutt’intorno del movimento, qualcosa si muovesse, si avvicinasse a noi.

Si avverte la presenza di un linguaggio, di un suono extraumano che ci attornia, che ci circonda, ci viene incontro. Si avverte il risuonare di un idioma, inconosciuto sulla terra.

Suoni cosmici pregni di significato sconosciuto ci vengono incontro.

In realtà, in questi eventi sonori, si mostra un avvenimento stupefacente: sta accadendo che la nostra vera e reale entità si sta manifestando a noi. Stiamo per “diventare” il nostro sé, stiamo per diventare il “vero uomo”, il quale “ci viene incontro”.

In realtà noi siamo solo apparentemente (per illusione) rinchiusi dentro la pelle come entità umana, quando viviamo come esseri fisici: in verità il nostro vero essere riempie sempre l’intero mondo (è in unità con lo spirito universale) e ci viene incontro ad un determinato momento dell’ascesa di stato della coscienza.

 

Le forze del cuore e la coscienza ispirata (uso del cuore eterico)

Non esiste solo un retaggio di forze che lavorarono in tempi preterrestri nel cervello, ma anche una reminescenza di forze che lavorarono anticamente sul cuore, sul sistema ritmico.

Per vedere la “luce fluttuante” occorre realizzare la coscienza ispirata liberando le forze animiche dal cervello: si tratta di fuoriuscire con gli arti superiori dalla testa fisica, lasciandoli però al contempo connessi con le rimanenti parti del corpo.

Per produrre la coscienza ispirata occorre invece fuoriuscire dalla regione mediana, legata al cuore e al ritmo. Fuoriuscire dal cuore fisico, permette di sperimentare tramite il cuore eterico. Sperimentare coscientemente le forze eteriche (organo cardiaco soprafisico) che agiscono e sono legate al cuore fisico egli comincia ad udire la “parola impronunciabile”.

-          Emancipare gli arti superiori dal cervello permette la percezione della luce spirituale;

-          Emancipare gli arti superiori permette la percezione della parola cosmica.

 

Il diventare Filosofi e Antroposofi

Così come si diviene filosofi in virtù della percezione inconscia delle forze che hanno edificato anticamente il cervello, si diviene “antroposofi” grazie al retaggio di forze che hanno costruito il cuore fisico. Chi si occupa di antroposofia si sente maggiormente influenzato dalle forze che agiscono nel suo cuore. La parte spirituale che riecheggia nel cervello è maggiormente paralizzata dalle forze minerali terrestri, rispetto il cuore: a cagione di ciò l’antroposofia appare più accessibile al sentire umano.

 

 

 

Quarta conferenza

 

L’oblio della propria egoità è necessario per l’indagine spirituale

La coscienza di veglia dell’uomo consiste nello sperimentarsi come un “io” attorniato da una realtà costituita di oggetti. Penentrando nel mondo spirituale, l’uomo rischia di perdere questo tipo di coscienza, di relazione interiore/esteriore. Tuttavia se il discepolo vuole avere esperienze occulte, deve necessariamente rinunziarvi, “sacrificarla” per accedere oltre.

Tutte le antiche religioni provengono da discepoli che una volta iniziati da maestri iniziatori, sono giunti per virtù propria, rinunciando all’affermazione del proprio ego, a ricevere rivelazioni spirituali. Si tratta di “profeti, boshisattva, illuminati, mistici”. Questi iniziatori di religioni (Buddha, Zaratustra, Pitagora) dovettero passare attraverso un oblio di sé, un annullamento della propria egoità per poter ricevere rivelazioni spirituali.

Vi sono tuttavia vari “tipi” di mistici.

 

1-      I mistici del “cervello

2-      I mistici del cuore

3-      I mistici del cuore/cervello

4-      I mistici della coscienza vuota

 

I mistici del “cervello (filosofi)

Possiamo annoverare fra questa categoria coloro che ricevono rivelazioni solo in modo astratto, tramite gelidi e aridi pensieri, come pura contemplazione mentale: come accade nella filosofia di Hegel o dei filosofi che arrivano a concepire la presenza dello “spirito neutrale dell’universo”.

 

I mistici del cuore (sentimentalismo religioso)

Costoro non amano usare il pensiero per esprimere la loro veggenza; non tollerano, non ammettono che il pensiero venga usato per illustrare i risultati della loro estasi. Si esprimono solo tramite esperienze ed immagini di sentimento, prive di logica pensante, come San Francesco d’Assisi, il quale come in un senso di “unità” che non ha bisogno di essere spiegato razionalmente o dialetticamente. “Nulla vi è nell’uomo che già lui non sappia”.

 

I mistici del cuore/cervello (teologia)

Si tratta di individui che escono fuori di sé in estasi: conservando però la capacità di rivestire e tradurre in pensieri razionali le immagini spirituali che percepiscono durante l’estasi: Meister Eckart, Plotino (i neoplatonici) Scoto Eriugenia.

 

I mistici della coscienza vuota (erotismo estatico)

Qua ci troviamo all’estremo, dove l’individuo non usa né cuore, né cervello.

Si unisce allo spirituale, fondendosi con esso, abbandonandosi all’ebbrezza e alla beatitudine. E’ il caso di S. Teresa d’ Avila, Ildegarda von Bingen, Matilde di Madgeburgo. Qui si può chiamare di “erotismo mistico”. Si ha solo amore ardente per lo “sposo” Gesù. L’attività di conoscenza non contiene elementi razionali o sentimentali. Vi è solo un ardore erotico nuziale.

 

Si può dire che i mistici tendono all’esperienza della “coscienza priva di oggetto do conoscenza”, ma senza giungervi in modo consapevole: non la attuano in modo attivo, ma con totale abbandono.

 

 

Quinta conferenza

 

Il mistico non riesce ad arrivare alla coscienza intuitiva (coscienza priva di oggetto di conoscenza), perde la coscienza: uno stato di ebbrezza sopravviene e lo stordisce, facendolo sprofondare nell’incoscienza.

In linea generale i mistici pervengono a realizzare queste esperienze, perché “vi sono come portati”, da fattori che non sono provenuti da una necessità dell’io dell’uomo, ma da cause anche ereditate per atavismo, oppure tramite circostanze esteriori, come la devozione nei confronti di un dipinto, di una statua, della sacra scrittura, o ancora l’aver ricevuto impulsi religiosi o filosofici esterni che hanno suscitato la necessità di una “contemplazione della divinità”.

 

L’ io eterno e l’io “immagine”, riflesso

L’occultista riesce ad uscire da se stesso, abbandonare la coscienza ordinaria, ma riuscendo a conservare qualcosa di sé, entro il quale ha le sue esperienze intuitive.

Fonda la sua indagine non su fattori esterni, ma sul proprio io: attinge la forza da quell’elemento definibile come “io”, che mantiene insieme la coscienza generando una sorta di “coesione” interiore.

L’io rende possibile che gli elementi dell’anima come il pensare, sentire e volere restino collegati l’un l’altro.

L’io è quel “qualcosa” che permane sempre in noi, che non ha tempo, che non diminuisce e non aumenta.

In realtà se l’io fosse eterno e permanente, non sperimenteremmo interruzione, l’annullamento della coscienza come ad es. nel sonno. Esso sarebbe sempre presente, desto e attivo. Questo ci indica che noi non sperimentiamo quasi mai l’io come tale, non ne abbiamo un esperienza diretta: lo viviamo soltanto come idea. E’ corretto dire che identifichiamo la nostra coscienza non con l’io, ma con la sua rappresentazione. Tale rappresentazione è costituita da varie cose: l’insieme delle nostre azioni prodotte (memoria), i nostri sentimenti, pensieri e istinti. Tutto questo non è l’io, ma ciò che viene stimolato dalla sua presenza: vivendo intessuti nei suddetti processi, sorge in noi un sentimento di identificazione con essi, facendoci credere di “essere i processi stessi”. Ma noi non dovremmo identificarci nei nostri processi, dovremmo sentirci in ciò che li determina. In altre parole, ci “cogliamo” nell’immagine riflessa dell’io, non nella sua reale natura: ci si crede l’immagine che compare al di là la superificie dello specchio, dimenticando che esiste una reale entità che produce la forma rispecchiata. L’io.

 

La forma umana espressione dell’io e la forma del viso umano

Non vi è nulla nel mondo che può darci cognizione o percezione di cosa sia il nostro io; tranne una cosa: la forma umana. Come ogni animale rappresenta nella sua forma, la natura della sua anima natura, anche l’uomo la esprime nella sua forma fisica. Nel corpo umano si può leggere la natura spirituale dell’io. Tranne il volto. Il viso esprime la natura dell’anima, non dell’io: si palesa il frutto dell’ambizione, della presunzione, dell’orgoglio e della superbia umana. Se nell’uomo non vi fossero passioni inferiori, il suo volto apparirebbe con un altro aspetto.

 

Relazione fra forze zodiacali e forma umana

 

Analizziamo come è strutturata la forma umana; vediamo quali sono le forze che hanno creato e permettono alla forma umana di apparire come tale e di recare in sè determinate disposizioni o facoltà:

 

1-      La capacità di assumere la verticalità, una posizione eretta è conferita dalle forze dell’Ariete

2-      La disposizione a creare organi per l’articolazione del suono e del linguaggio è conferita dalle forze del Toro

3-      La presenza di elementi di simmetria negli organi e nelle membra è conferita dalle forze dei Gemelli

4-      La disposizione a creare la pelle, quale pellicola che separa, isola, delimita l’uomo dall’esterno è conferita dalle forze del Cancro

5-      La possibilità del creare organi interni come il cuore e il polmone, capaci creare un’attività di circolazione ritmica di aria, di ormoni, sangue e succhi, organi che sono in continua comunione e scambio con le forze del mondo esterno, è una facoltà conferita dalle forze del Leone

6-      La disposizione di creare organi interni (stomaco, fegato, milza, intestini, reni) responsabili del metabolismo della vita e che non comunicano direttamente con l’esterno, ma elaborano sostanze riconsegnandole al mondo completamente trasformate, è conferita dalle forze della Vergine

7-      L’organizzazione che tramite le anche crea un punto, una posizione in cui si realizza la possibilità di equilibrio fra le altre parti del corpo, affinchè l’uomo possa camminare e muoversi come essere terrestre, questa disposizione è conferita dalle forze della Bilancia

8-      La capacità riproduttiva, che necessita di essere collegata e di tornare in rapporto con il mondo esterno, è conferita dalle forze dello Scorpione

9-      La forma della coscia è conferita dalle forze del Sagittario

10-  La forma delle ginocchia è conferita dalle forze del Capricorno

11-  La forma delle gambe è conferita dalle forze dell’Acquario

12-  La forma dei piedi è conferita dalle forze dei Pesci

Sembrano mancare le mani in questa descrizione. Se ne parlerà nell’altra conferenza.

 

 

Sesta conferenza

 

I tre uomini in noi

E’ possibile suddividere, scomporre le 12 parti umane in “tre uomini” in sé distinti.

 

Il “primo uomo” è costituito da:

-          Possibilità di stare eretto; Ariete

-          Possibilità della Favella o facoltà di parlare; Toro

-          Disposizione ad essere formato da ambo i lati da parti simmetriche; Gemelli

 

Le braccia, i gomiti e le mani

E’ bene considerare come parte del capo, le braccia e le mani. Si tratta di arti che eseguono la volontà dei pensieri che si attuano entro il capo umano: sono come una continuazione prensile del capo umano, una testa che continua se stessa negli, che mette in azione e realizza le proprie determinazioni. Occorre a tal punto una ulteriore suddivisione:

-          Fra la spalla e il gomito operano le forze del Sagittario

-          Nel gomito le forze del Capricorno

-          Negli avambracci le forze dell’Acquario

-          Nelle mani le forze dei Pesci

Sommando queste 4 parti con le 3 parti citate sopra, abbiamo un “primo uomo” settemplice.

 

Il “secondo uomo” è costituito da:

-          Disposizione a creare la pelle delimitante; Cancro

-          Disposizione a creare organi interni per la circolazione e respirazione; Leone

-          Disposizione a creare organi interni per il metabolismo e il ricambio; Vergine

 

L’uomo ha un secondo cervello tubulare, sottile, allungato: il midollo spinale. Esso è responsabile di tutti i movimenti involontari, mentre il cervello regola le percezioni e i movimenti volontari.

-          La spina dorsale contenente in midollo e con attaccata la gabbia toracica esprimono le forze del Cancro

-          La parte che sta sotto la gabbia ed è delimitata dal diaframma esprime le forze della Vergine

-          Le anche esprimono la bilancia

-          Gli organi sessuali esprimono le forze dello Scorpione

 

Il terzo uomo

Vi è anche qui un altro “cervello” rappresentato dal sistema nervoso simpatico, entro il plesso solare; connesso con i reni e le vie urinarie è responsabile dei processi metabolici interni. Regola la vita negli organi interni: esprime una “saggezza” formatrice e vitale.

-          Le cosce sono legate al Sagittario

-          Le ginocchia sono legate al Capricorno

-          Dal ginocchio alla caviglia opera l’Acquario

-          Nei piedi agiscono i Pesci

 

(Per schema dettagliato sui “tre uomini” vedi il libro a pag. 124-125)

 

 

Settima conferenza

 

 

La scissione della personalità

Quando nel libro Iniziazione si dice che l’uomo uscendo da sé, sperimenta una scissione dell’uomo in tre parti distinte, si intende che le tre anime, anima senziente (anima del sentire), anima razionale (anima del pensare) e anima cosciente (anima del volere) divengono indipendenti, appaiono come una realtà a lui esterna, separata e oggettiva.

I “tre uomini” di cui si è parlato sopra, appaiono come qualcosa che non appartiene all’essenza umana, ma qualcosa che si “ritira” dall’uomo stesso e ritorna ai propri mondi, ai propri “signori”.

Il discepolo deve cercare di conservare l’integrità della coscienza, di preservala dallo “sfasciamento”

 

 

Si può dire che l’uomo intero è costituito di “3 uomini”: uno superiore, uno mediano, uno inferiore

I “3 uomini” sono suddivisi ognuno in 7 parti.

Si tratta quindi di 21 parti totali.

 

L’uomo superiore (del capo): la coscienza di veglia

L’uomo superiore è responsabile di tutti i processi di edificazione della coscienza di veglia: raccogliendo tramite i sensi le impressioni che provengono dall’esterno, riesce tramite l’interazione del cervello, arrivare a creare l’ordinario stato di coscienza umano. I pensieri, le rappresentazioni sorgono grazie alle impressioni dei sensi.

Quando con l’uscita del corpo astrale e dell’io di notte, le impressioni esterne vengono tacitate, quando smettono di agire entro il cervello, la coscienza di spegne: si esaurisce la possibilità di formare rappresentazioni e pensieri coscienti.

L’uomo mediano tramite i processi di respirazione e circolazione, nutre l’uomo del capo, il cervello.

 

L’uomo mediano e la coscienza di sogno: controimmagine dei processi e malattie del corpo

Durante il sonno, è l’uomo mediano a continuare e regolare i processi di circolazione e respirazione, nonostante la coscienza sia spenta.

Egli è in parte responsabile della vita di sogno, delle immagini oniriche che sorgono durante il sonno. I processi che si svolgono entro gli organi del corpo possono palesarsi nella vita di sogno, tradotti in simboli. Il cuore può avere aritmie, ed ecco che si sogna una musica dissonante, irregolare. Oppure si può avere mal di pancia, e si sognano serpenti. Un mal di testa notturno può apparire rivestito nella visione di trovarsi in una caverna, sotto un portico, o davanti la volta celeste, sotto il soffitto di una stanza: la volta cranica appare in queste rappresentazioni.

Le indisposizioni fisiche, i malesseri o malattie degli organi si tramutano in simboli onirici e appaiono nei sogni con quel tipo di forma che può simbolicamente esprimerle.

In particolari stati, può accadere addirittura che gli organi possano avvisare, fornire anticipatamente in forma “preveggente” il segnale dell’insorgere di malattie future, ora ancora solo in germe, inespresse fisicamente. L’immagine di sogno è quindi spesso espressione di dolori, disagi interiori fisici, scorretto o patologico funzionamento degli organi.

 

E’ l’interazione con il cervello che produce rappresentazioni simbolico/fantastiche sui sintomi di malattie: vengono scelte immagini attinte dall’esperienza sensibile che vanno a “sostanziare” il disagio o il sintomo del malessere.

Si può dire “nei miei sogni osservo i miei processi interiori”.

 

L’iniziato e la coscienza di sogno: percezione della luce e della forza del sole

L’iniziato può allo stesso modo e in termini consapevoli arrivare ad osservare, a percepire i suoi organi dall’interno. Che significa percepire l’azione della forza del sole entro di sé.

In realtà l’uomo mediano può esistere solo in virtù del fatto che si nutre e si alimenta tramite l’aria, che viene suscitata dalle piante a mezzo della fotosintesi, la quale accade tramite i raggi, la luce solare. Ogni cosa sulla terra esiste e dipende dall’azione del sole.

Nell’intessersi dei processi di respirazione, di elaborazione delle sostanze nel sangue che irrora tutti gli organi, l’iniziato arriva a cogliere la presenza della luce del sole che si intesse dentro di se, tramite l’aria, l’ossigeno. Al contempo “vede” che vi è un nesso fra la luce che illumina le cose esterne, e la luce che irradia dentro di sé. Avverte che esiste dentro di lui un sole interiore.

 

Il “sole a mezzanotte”e la volta celeste

Il discepolo dell’esoterismo ad un dato livello, arrivava a sperimentare sia la presenza del sole interiore nella sua parte mediana che irraggiava luce, e sia la presenza della cielo stellato, sopra di sé nell’uomo del capo. Questa esperienza significava: “vedere il sole a mezzanotte (di notte, con le stelle). Vi è infatti una relazione quale essere solare, nella parte mediana dell’uomo e una corrispondenza quale essere stellare con la parte superiore dell’uomo.

 

Stelle e cosmo: uomo del capo

Sole: uomo mediano

 

Le religioni solari e stellari

I fondatori di religioni che dovevano trasmettere la loro dottrine presso popoli dotati di coraggio, di valore, di alto sentimento, fondarono religioni solari.

Coloro che invece condussero popoli più predisposti al pensare diffusero culti legati alla “madre costellata di stelle” a Sofia, Iside, Madonna.

 

La luna e Javhè, il percepire sensorio e l’antica veggenza

L’uomo può avere una vita percettiva che si basa sulle impressioni dei sensi in funzione del fatto che la Luna esercita su di lui un peculiare effetto esterno. Essa influisce sull’attività del cervello, dei sensi e dei nervi: determina e incide sulla natura delle rappresentazioni sensibili.

Essa cominciò ad agire sin dall’antichità, quando l’uomo aveva ancora capacità chiaroveggenti: nella fase ascendente di luna piena, la chiaroveggenza tendeva ad aumentare e raggiungeva il suo culmine al 14° giorno. Poi col calare della Luna, essa si spegneva, sino a scomparire. Poi ciclicamente riprendeva.

Ai popoli che erano predisposti ad avere una veggenza atavica, venne offerto il culto lunare di Javhè.

La proibizione di “farsi un immagine di Dio” tendeva a voler cancellare la tendenza a vedere “per immagini” le divinità. Doveva instaurarsi un sistema che sradicasse la chiaroveggenza atavica.

 

 

Ottava conferenza

 

Meditare sulla forma umana: indicazioni esoteriche

Iniziare a meditare partendo dalla contemplazione o dall’idea della forma umana (e sul mondo vegetale) è un buon punto di partenza. La forma umana è l’oggetto più sicuro su cui fondarsi per giungere ad esperienze occulte, è quella meno “contaminata” da influenze di entità ostacolanti: su di essa Lucifero e Arimane hanno pochissima influenza.

Partendo da una tipologia di osservazione “goethiana” occorre osservare, “fissare” una persona e poi chiudere gli occhi: la forma si deve cercare di conservarla viva, ricordandola come una ricca immaginazione interiore. L’eco, il riverbero di luce e forma che permane nell’interiorità a occhi chiusi è dapprima un processo fisico, legato all’impressione della retina: ma deve venir superato; deve diventare un processo eterico, non fisico. Ciò che è importa a tutta prima, è cercare di trattenerla in sé come immagine viva entro la coscienza a occhi chiusi.

Poi, occorre concentrarsi e indirizzarsi sulle sensazioni, sui sentimenti, sulle impressioni che l’anima può ricevere dall’osservazione di quella figura umana. Si deve porre attenzione a ciò che “resta” come impressione entro la visuale interiore.

Dopo averla lasciata agire nell’anima per un po’, si deve quindi smettere di interessarsi della sua forma mnemonica di luce e colore, occorre superare quell’immagine ricordo, ricercando “qualcosa” che vi è dietro di essa: che è qualcosa di più simile ad un impressione sonora, o “vibratoria”.

E’ un vero e proprio “addestramento” quello che si deve fare: attendendo che svanisca l’impressione fisica rimasta sulla retina, così facendo si arriva a sperimentare non più un “ricordo fisico” ma si percepisce usando il proprio corpo eterico. Esaminare il contenuto di sensazioni e sentimenti che risiedono “dietro” la forma fisica e mnemonica, porta a “sintonizzare” la presenza di sé in direzione dell’uso del corpo eterico e non del cervello fisico. Che equivale a sperimentare se stessi entro il corpo eterico. Si ha un esperienza eterica, immaginativa.

 

Si può decidere sia di percepire una figura esterna, sia di percepire il senso corporeo di sentirsi entro la propria figura umana cercando di evocare entro di sé la stessa impressione che avrebbe prodotto la retina una volta chiusi si occhi.

 

Particolarità del vedere veggente: prolungato o istantaneo

La forma umana è intoccabile, essendo immagine della divinità.

Il meditare partendo da proprie esperienze animiche interiori, da meditazioni interiori si riescono ad avere visioni del mondo spirituale abbastanza lunghe, ma si è più soggetti a subire interferenze luciferico/arimaniche.

Il partire dalla contemplazione della forma umana offre invece un risultato d’indagine fulmineo: si ricevono visioni per tempi straordinariamente brevi. Non rimangono a lungo: occorre infatti sviluppare una presenza di spirito eccezionale per poterle cogliere e trattenere in sé.

 

Immaginazione della morte e di Lucifero

Quando il discepolo riesce a sperimentarsi entro il corpo eterico e quindi ad arrivare ad un esperienza immaginativa, essa si presenta a tutta prima come un esperienza duale, non resta unitaria. Ciò che risulta ad esempio dall’immaginazione suscitata dalla contemplazione della forma umana, appare scissa in due tipi di esperienze. Una esperienza di pericolo e una di tentazione.

La prima esperienza è legata alla sensazione del “morire”, alla paura della morte; si avverte un sentimento di questo tipo: “la paura di ciò che potrebbe venire dopo, se andassi oltre questa fase mi riempie di terrore, m’impedisce di andare oltre questa esperienza; non so cosa mi attende. Ho la sensazione come che potrei perdermi, sfasciarmi, potrei morire”. L’uscire cosciente dal corpo fisico suscita nell’anima la paura di non poter più ritornar dentro all’involucro fisico.

La seconda esperienza è invece connessa con Lucifero, essa dice: “Il tuo fragile corpo, la tua figura umana mortale ti è stata data dagli Dèi. Che mi sono nemici.” Continua in modo seducente: “Prova ad immaginare cosa rimane di te dopo che la tua figura è andata in pezzi, si è dissolta, decomposta. Ecco cosa ti hanno dato gli Dèi. Un cadavere in decomposizione. Guarda invece cosa saresti se non avessi ricevuto un corpo mortale: saresti di natura eterna, immortale. Se gli Dèi non ti avessero rivestito di un corpo fisico, tu saresti come me e loro, immortale. Se tu rinnegassi di vivere questa vita nel corpo e volessi vivere solo di una vita eterna come spirito, io potrei aiutarti.

Ma occorre non cedere a queste parole, perché sono una tentazione, un illusione.

Se infatti si rifiuta la tentazione si viene ad un immagine di sé che ci spiega quale la reale azione che Lucifero ha prodotto sull’uomo. In realtà Lucifero mente: l’uomo è mortale anche a causa sua. E lo è perché ha inserito in lui la disposizione al bramare e al desiderare. Appare quindi un'altra immaginazione che ci svela la reale azione di Lucifero.

Toro, Leone, Aquila e Drago

Solitamente, il discepolo arrivato a questo punto se è maschio sente di essere più affine alla natura e alle sembianze del toro, mentre la donna si sente più simile alla natura e la forma del leone. Se però si fondono insieme le due immagini appare un immagine che le sintetizza: quella dell’Aquila, che simbolizza entrambi i sessi (l’andgino?). Queste tre immagini rappresentano l’uomo superiore. Se si osserva bene si scopre in se che verso il basso vi è una continuazione: si scorge come delle spire, come un corpo serpentino. Questa è la fonte del mito del drago. E questa forma rappresenta l’influsso luciferico in noi.

Lucifero può promettere l’immortalità, ma un immortalità in cui dobbiamo assumere una forma anfibia, serpentina, demoniaca. Possiamo divenire immortali, ma come demoni luciferici, fra le sue schiere.

Si tenga presente che queste impressioni occulte sono molto fugaci e rapide: occorre grande presenza di spirito per afferrarle.

 

Il piccolo guardiano della soglia luciferico

La figura delle 4 bestie, drago compreso, corrisponde alla visione della tremenda e animalesca bruttezza del guardiano della soglia, che è l’effetto prodotto da lucifero in noi. Tramite tale  visione si impara a conoscere cosa si è diventati durante l’evoluzione terrestre per opera dell’influsso luciferico. Si viene a vede che la propria figura immortale (luciferica) è fatta di una terribile bruttezza.


Il Cristo: l’aiuto per ricordare il proprio “io”

Tutte le volte che si esce dal corpo in senso iniziatico si presentano queste due immaginazioni: “la paura della morte” “e la tentazione dell’immortalità di Lucifero”. Ovviamente non si tratta di una norma: si arriverà ad un momento in cui si supererà questa fase.

Il suo superamento si basa sullo smetter di fondarsi sulla “materialità” del corpo e neppure sulla “immortalità” luciferica. Si tratta di fondarsi sul sentimento dell’io, che ci dice: “Un tempo sulla terra tu sei stato un sé autocosciente”. Conservando questo pensiero (un po’ come svegliarsi in sogno e partecipare al sogno in veglia) si creano le uniche premesse per proseguire oltre. E’ però difficile, perché accade che una volta penetrati nel mondo spirituale, la rappresentazione dell’io che si ha sulla terra viene dimenticata: diviene come un sogno l’io stesso.

Oltre la soglia serve un aiuto per ricordare “di aver avuto un io”. L’aver vissuto sulla terra l’impulso del Cristo, aiuta ad avere il ricordo dell’io.

L’aver coltivato e vissuto il concetto del Cristo, aiuta a sviluppare una chiara coscienza dell’io.

 

Il Cristo non è mai stato iniziato da nessuno, pur essendo un iniziato

Le narrazioni delle gesta del Cristo nei vangeli sono state descritte con dei parallelismi ricavati dagli antichi rituali di iniziazione. Ogni suo gesto o fatto narrato riproduce culti o prove legate ai processi iniziatici che dovevano essere attraversati durante il cammino esoterico nei misteri. Quello che i discepoli attraversavano nelle loro scuole occulte è stato come illustrato nei vari quadri dei Vangeli. Leggendoli e osservando le scene, si è di fronte ad avvenimenti interiori, che venivano suscitato o attraversati dall’iniziando. Gli eventi della vita del Cristo sono “tanti processi di iniziazione”.

Non si può parlare dell’Iniziazione di Cristo: non è mai avvenuta perché Egli rappresenta la somma compenetrazione dell’autocoscienza divina mai avvenuta prima in un corpo fisico. Non dovette attraversare nessun gradino. Anche la Sua resurrezione non è stato un atto d’iniziazione: non è stato destato da un altro iniziato, ma in virtù della forza divina che gli fu comunicata tramite il battesimo sul Giordano.

 

Nona conferenza

- L’uomo del capo, appartiene alle stelle e alla luna: soggetto all’influenza di Javhè;

- l’uomo toracico è in rapporto con il sole;

- l’uomo inferiore delle membra è in rapporto con Venere degli astronomi (mercurio esoterico) e lucifero

Il pianeta Venere astromico è il regno di Lucifero.

Javhè agisce maggiomente sull’uomo del capo durante il novilunio (luna nera, che non riflette la luce solare). E di nuovo agisce sull’uomo inferiore, del ricambio, durante il plenilunio tramite la luce solare riflessa.

Anche Venere compie ”fasi” simili a quelle lunari:  si deve sapere che esiste una cooperazione in cielo, fra Luna, Sole e Venere. I tre astri sono in rapporto uno con l’altro.


Così come agiscono entità entro la forma fisica e le parti del corpo umane, vi sono entità che operano al’interno dei movimenti interiori dell’uomo:

- Saturno suscita la tendenza ad assumere la posizione eretta, verticale;

Il secondo gradino dell’iniziazione

Per arrivare al primo gradino dell’iniziazione si partiva dalla contemplazione della figura umana, giungendo a sperimentare la morte e Lucifero.

Per conseguire il secondo gradino dell’iniziazione, si parte dall’osservazione dai “movimenti” interiori all’uomo, dai “moti” dinamici che avvengono dentro al suo corpo. Si tratta di portare l’attenzione e la presenza di sé in direzione di tutti i movimenti vitali interiori. Si tratta di imparare a viverli consapevolmente, imparando ad ascoltarsi in modo più sottile, “distinguendoli” l’uno dall’altro. Occorre discernere i moti, cercando di sentire ciò che avviene al proprio interno: una volta afferrato un movimento, bisogna sforzarsi di trattenere l’impressione, concentrando l’attenzione su di essa. Questo tipo di contemplazione interiore conduce ad avere un incontro con l’entità planetaria che governa un determinato movimento:

1-      Movimento nell’erigersi nella posizione eretta; Saturno

2-      Impulso a parlare; Giove

3-      Il movimento del cervello; Marte

4-      Il moto del sangue; Sole

5-      Il moto del respiro; Mercurio

6-      Il movimento dei succhi ghiandolari, degli umori e dei vasi sanguigni; Venere

7-      Il movimento della riproduzione (spermatozoi e ovulazione); Luna/Javhè

 

Si accenna che al 2° gradino (ispirazione) Lucifero cambia veste, non appare più come un entità ostacolante, ma come “fratello di Cristo”, abitante di Venere.

 

Buddha

Il Buddha conseguì la libertà di non incarnarsi più sulla terra; gli venne affidata un'altra missione: divenne il “messia” per gli esseri che vivono su Marte. Gli abitanti di Marte ebbro bisogno di un sacrificio simile a quello del Golghota. Necessitavano di un “liberatore”.

(mio: sembrerebbe che quando vi fu la migrazione di anime su altri pianeti, non tutte ridiscesero sulla terra dopo l’espulsione della Luna. Alcune conseguirono il gradino umano in condizioni di vita non terrestri, su altri pianeti. Di che tipo di entità si tratta?)

 

 

 

 

Decima conferenza

 

La divinità indiana di “Shiva” rappresenta la forza di Lucifero non ancora vinta.

 

Il piccolo guardiano

Al primo livello dell’Iniziazione Lucifero propone una grande tentazione: egli si mostra come l’archetipo della grandezza divina. Si può superare tale tentazione, però osservando la forma del proprio “doppio” o “guardiano della soglia” che è di fatto, la spaventosa figura animalesca che si è prodotta a causa della nostra condotta umana di incarnazione in incarnazione. “Condotta” mediata, influenzata dall’influsso luciferico. Il piccolo guardiano della soglia è l’essere luciferico in noi che ci appare in una forma frammischiata di leone, toro, aquila e serpente. L’aver conosciuto il Cristo durante la vita, ci dà speranza e conforto, possibilità di sostenere la terribile immagine che ci appare.

 

L’incontro con il Cristo nel deserto

Superando l’immagine mostruosa del guardiano della soglia e della sensazione di morte, di “disfacimento” che si ha della propria entità (che si attua uscendo dal corpo) si ha un'altra esperienza. Ci si trova di fronte alla scena che nei Vangeli viene descritta come “la tentazione del deserto”. Quando appare questa scena, significa che si è in grado di sviluppare la “coscienza senza oggetto”. Superato questo gradino, lucifero cessa di essere il “diavolo” consueto; appare in un'altra veste. Ci si presenta come il “signore del regno di Venere”, completamente trasformato. Appare come il reggente di uno dei 7 pianeti. Cristo appare addirittura come “fratello di Lucifero”.

 

L’indagine delle Ere antiche nell’Akasha

E’ possibile indagare

- i fatti accaduti nell’antica Luna, tramite la coscienza immaginativa (sogno/animale) entro il piano astrale;

- i fatti dell’antico Sole con al coscienza ispirata (sonno/vegetale) entro il devachan inferiore;

- i fatti dell’antico Saturno con la coscienza intuitiva (trance/minerale) entro il devachan superiore.

Esistono anche stati di coscienza superiori a questi tre.

Se si osservano i fatti dell’antico Sole si troverà che là Lucifero e il Cristo era unita da una “fratellanza”: parte dei 7 fratelli Planetari. Allora Lucifero era un essere maestoso, ma dotato di un immenso orgoglio: fiero della sua figura di luce. Luciferò andò sempre più perdendo al sua sovranità su Venere sull’antico Sole, a causa della sua necessità di godere di sé, ma divenne pieno “ribelle” solo sull’antica Luna.

 

Gli influssi delle gerarchie durante le ere planetarie

Durante le 3 passate evoluzioni planetarie si possono contare 7 flussi di influenza delle Gerarchie sull’essere umano: 21 influssi totali. Si tratta di 7 influssi X 3 ere. Ogni “influsso” (ventunesimo) ha impresso e lasciato nell’uomo una traccia. Si tratta di 3 settemplici forze.

Ad esempio i 7 movimenti interiori, derivano dalle 7 influenze che l’essere umano ha ricevuto sull’antico Sole. Entro il fisico e l’eterico. La forza che è alla base dei movimenti interiori è il corpo eterico: gli effetti fisici di cause eteriche sono i “movimenti” interiori nell’uomo.

Espressione invece dell’uomo astrale” ossia di ciò che risulta dalle 7 influenze dell’antica Era Lunare, è il pensare, sentire e volere.

 

Era solare, mercurio e venere

Nell’epoca iperborea il sole fuoriuscì dalla terra portando con sé mercurio e venere. Questi si separarono dalla massa solare più tardi.

 

Marte e gli uomini di marte

Si parla di uomini che “sono rimasti su marte” (come anime mai ridiscese sulla terra?) i quali non hanno un io. Sono tutto corpo astrale, quindi sono fortemente aggressivi. Essi necessitavano che il Buddha si sacrificasse per loro. Marte è una specie di “luna” reincarnata, nel senso che su di esso vi sono condizioni simili al periodo lunare. Il Buddha irraggiò gli uomini di marte di un impulso cosmopolita.

 

Fine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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