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Il significato generale dei Misteri.
Prima di entrare nel merito dei Misteri di Eleusi è bene chiarire al lettore il significato generale che, nel mondo classico, si attribuiva al sostantivo “Mysteria”. Esso designa i segreti, ossia conoscenze inaccessibili, in ragione stessa della loro natura e della loro profondità, alla maggioranza degli uomini e riservate solo a quei pochi, dotati delle qualità intellettive e della sensibilità spirituale necessarie per accoglierle ed interiorizzarle. Un livello di conoscenza riservato a pochi eletti (ossia persone scelte secondo un criterio rigorosamente selettivo), quindi esoterico nel senso pieno del termine ed iniziatico in quanto concernente il percorso interiore per l’inizio di una nuova vita. Gli antichi Elleni non concepiscono che si possa partecipare a chiunque, indistintamente e senza precauzioni, le dottrine spirituali e la stessa impostazione aristocratica – nel senso qualitativo dell’espressione – riguarda l’accesso alle arti ed alle scienze. Per essi la medicina e la stessa filosofia, nei suoi aspetti più profondi, restano scienze segrete. Per la medicina, abbiamo la testimonianza di Sorano, il quale nella sua Vita di Ippocrate, scrive:
“Ippocrate insegnava la sua arte a coloro che erano qualificati per apprenderla, facendo loro prestar giuramento… Infatti le cose sacre si rivelano a uomini consacrati: i profani non possono occuparsene, prima di essere stati iniziati ai sacri riti di questa scienza” (in V. Magnien, tr.it. I Misteri d’Eleusi, Edizioni di Ar, Padova, 1996, p.21).
Questo riferimento alla medicina può apparire estraneo all’argomento specifico delle religioni misteriche, per chi guardi le cose dal punto di vista della mentalità scientifica moderna che separa rigorosamente scienza e religione, ma non lo è affatto se ci si cala nella mentalità degli Antichi per i quali l’essere umano è un tutto unitario che si articola nei tre elementi costituitivi di soma, psyché e nous (corpo, anima e mente); la salute del corpo e dell’anima sono strettamente connesse, ogni squilibrio fisico riflette un disordine più profondo. L’accesso alle dottrine spirituali più segrete è quindi la base per una migliore e diversa armonia dell’essere umano, anche sul piano fisico, poiché, come spiega Plotino nelle Enneadi, i piani dell’Essere sono distinti ma collegati. Per la filosofia sono illuminanti le testimonianze di Clemente d’Alessandria e di Giamblico sui Pitagorici e su Platone, nonché quella dell’imperatore Giuliano sugli Stoici.
“Non soltanto i Pitagorici e Platone – scrive Clemente d’Alessandria – nascondono la maggior parte dei loro princìpi dottrinali, ma gli stessi Epicurei dicono di avere dei segreti, e di non permettere a chiunque di consultare i libri nei quali sono esposti. D’altra parte ancora, secondo gli Stoici, Zenone scrisse alcuni trattati che essi non danno da leggere facilmente ai loro discepoli” (Stromata, V, 9).
“I più importanti e universali princìpi insegnati alla loro scuola – dice Giamblico – i Pitagorici li conservavano sempre in loro stessi, osservando un perfetto silenzio, in guisa da non svelarli agli exoterici, e affidandosi senza l’ausilio della scrittura, come divini misteri, alla memoria di quelli che dovevano succedere loro” (Vita di Pitagora, edizione Nauck, 32, par.226).
“Si ingiungeva a quelli del Portico di venerare gli Dei, di essere iniziati a tutti i Misteri, e di essere perfezionati dalle più sante iniziazioni (teletài)” (Giuliano, Orazioni, 108 a).




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Tratto da: "Introduzione alla Magia" - volume I -
Gruppo di Ur (diretto da Julius Evola)
Secondo Dante (Convivio 11, 1) le «scritture si possono intendere e debbonsi sponere per quattro sensi»: il senso letterale, il senso allegorico, il quale, dice Dante, è «una verità ascosa sotto bella menzogna», il senso morale, e quello anagogico. Questo senso anagogico è «quando spiritualmente si pone una scrittura, la quale, ancora nel senso litterale, eziandio per le cose significate significa delle superne cose dell’eternale gloria »; ossia è il senso riposto di una scrittura la quale, anche nel suo senso letterale, tratta argomenti di ordine spirituale; e va nettamente distinto dal senso allegorico e da quello morale che, in suo paragone, hanno, almeno dal punto di vista spirituale, un’importanza di gran lunga secondaria. Sia detto di passata: l’ interpretazione anagogica della «Commedia» è ancora da farsi.
Dante chiama sovra senso questo senso anagogico. L’an-agwghè infatti il condurre o portare in su, l’elevazione; e come termine tecnico marinaresco designa l’atto di levare l’ancora e di salpare. Metaforicamente, riferita agli argomenti spirituali, l’anagogia indica quindi l’elevazione spirituale, il levarsi in alto da terra; e, nel simbolismo dei «naviganti», indica il salpare da quella «terra» cui gli uomini stanno tenacemente ancorati, dalla terra ferma, come loro sembra, per alzar le vele e correr miglior acqua, mettendo il naviglio per «l’alto sale ».
Dante si riferiva alle scritture dei «poeti»; ma la distinzione dei quattro sensi può indubbiamente venire applicata anche agli scritti sacri ed iniziatici e ad ogni altro mezzo di espressione e raffigurazione di fatti e dottrine spirituali. Il senso supremo, il sovra senso in ogni specie di simbolismo, secondo tale distinzione, sarà dunque il scuso anagogico; la comprensione piena dei simboli consisterà nella percezione del senso, anagogico in essi racchiuso; e, anagogicamente intesi ed adoperati, potranno anche contribuire alla elevazione spirituale. In questo senso i simboli sono dotati di una virtù anagogica.
Naturalmente, non tutti i simboli sono dotati di tale virtù. Per estensione, invero, si dà talora il nome di simboli a delle semplici sigle o caratteri, aventi, unicamente o quasi, solo valore di rappresentazione. Cosi, i simboli della matematica e della chimica non posseggono, almeno come tali, simile virtù anagogica; ed è possibile, in questi campi, attribuire uno stesso senso a simboli ben diversi; per esempio, l’operazione della moltiplicazione algebrica la si può indifferentemente indicare col simbolo usuale della croce e con quello del punto. Ma la parola simbolo, presa nella sua accezione più propria, ha un senso assai più preciso e complesso, come risulta facilmente dalla stessa analisi etimologica.




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SONO PRATICABILI, OGGI,
LA DOTTRINA E GLI INSEGNAMENTI
DI
LOUIS-CLAUDE DE SAINT-MARTIN ?
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Più volte, dei fratelli, non solo fra gli Associati, li ho sentiti porsi la domanda se il pensiero, ovvero la dottrina con i relativi insegnamenti del Filosofo d’Amboise, e conseguentemente la via da lui tracciata, siano sempre attuali. Questa domanda, che anch’io mi sono posto tanti anni or sono, è da ritenersi più che appropriata, specialmente se si considera l’epoca in cui stiamo vivendo: un’epoca in cui il tempo non ha più tempo, un’epoca in cui tutti rincorrono gli attimi, senza accorgersi che con essi se ne va il proprio esistere.
C’è tanta voglia di tempo, e nel continuo desiderio di dare un senso alla nostra esistenza, la nostra vita sembra essersi trasformata in una corsa affannosa verso un traguardo che si rivela sempre impossibile da raggiungere e che ci riporta alla mente le parole di Quelet, figlio di Davide, re di Gerusalemme (Quelet 1:14): «Ho meditato su tutto quel che gli uomini fanno per arrivare alla conclusione che tutto il loro affannarsi è inutile. È come se andassero a caccia di vento».
In questo mondo in cui ha preso il sopravvento la scienza e la tecnologia a seguito del grande sviluppo del pensiero razionale, non siamo più in grado di prendere i giusti provvedimenti che ci riguardano e di riflettere sul passato, sul presente e sul futuro; e via via che i ritmi della vita moderna continuano ad aumentare ci sentiamo sempre più scollegati dai ritmi biologici del pianeta e sempre meno in grado di vivere un rapporto diretto con l’ambiente naturale. Il ritmo del nostro tempo non è più in armonia con il sorgere ed il tramontare del sole, con il flusso e riflusso delle maree, con l’avvicendarsi degli equinozi e dei solstizi, col calendario lunare e con quello solare, insomma è venuto meno il rapporto tra microcosmo e macrocosmo. Tutt’al più il nostro rapporto con la natura e con il mondo che ci circonda si limita all’osservazione del cielo da una finestra prima di uscire di casa, per stabilire se è il caso o meno, di portare con noi un ombrello.
Oggi, l’impotenza dell’uomo, così come dice il filosofo rumeno, Emile Cioran, è giunta al punto «di dover affrontare una sventura inusitata, e cioè quella di non avere diritto al tempo».
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