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Trasmissione di Maria Grazia Albanese in onda su Telestudio il giorno 25 dicembre 2011. In tre parti.

 

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Nelle università e nelle scuole molti studiosi e professori di scienze matematiche "conoscono" anche se ignorano l'ultima grande figura di un vero matematico del mondo antico come Pitagora. Usiamo il termine "ignorare" poiché nonostante tutti siano informati della figura storicamente esistita e di quei pochi elementi ancor oggi a lui attribuiti (il celebre teorema, la tabula ecc.) si preferisce non andare a fondo in quei frammenti pervenutici di seconda e più mani sulla sua vita e dottrina che non vengono meditati se non molto nozionisticamente, pena altrimenti la messa in discussione di tutto il traballante castello di carta delle scienze moderne e profane. Difatti vuole la leggenda, ma come tutte le leggende preserva un fondo di verità, che il maestro e antesignano delle moderne scienze algebriche-trigonometriche, avesse la consuetudine di pagare almeno tre oboli ai giovani purché si lasciassero insegnare la geometria affinché un giorno, da questi riconosciuta la validità e la nobiltà dell'insegnamento del maestro, fossero poi loro stessi a pagarlo. Già di per sé questo luogo che nei posteri divenne comune, a noi trasmesso da Giamblico, è un emblema di un diverso modo di fare scienza, di un diverso rapporto dell'allievo rispetto al maestro (a qual professore oggi passerebbe per l'anticamera del cervello l'idea di pagare gli allievi?). Ma che il sapere pitagorico, poi ulteriormente sviluppato dalla stessa scuola (in particolare i 3 libri di Filolao), riesumasse ancor più arcaiche tradizioni sapienziali, ci è ancor questo noto sempre da un altro frammento attestante la formazione geometrica egizia, aritmetico fenicia e astrologica caldaica di Pitagora, peraltro forse mutuata anche da una Temistoclea, sacerdotessa a Delfi.

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Tutte le tradizioni iniziatiche sono concordi nel descrivere lo stato originario dell’umanità come infinitamente più prospero e felice di quello presente; tutte sono concordi nel parlare di un evento rovinoso, una Caduta, che, ad un certo punto, segnò una brusca rottura dell’equilibrio e fu all’origine della storia; tutte sono concordi circa il fatto che, da allora, l’umanità non sta progredendo affatto, ma, semmai, sta regredendo.

Le religioni recano un ricordo di questa sapienza antichissima nei miti delle origini. Nel cristianesimo, ad esempio, si parla di una umanità felice prima della disobbedienza a Dio, indi di una cacciata dal giardino dell’Eden e di un radicale mutamento, in negativo, della sorte dei nostri progenitori e di noi medesimi.

Ora, la religione della modernità, ovvero la Scienza razionalista, strumentale e calcolante, che - a giudizio dei suoi cantori - ci avrebbe assicurato il dominio assoluto sulla natura, predica esattamente il contrario. All’inizio vi era una creatura scimmiesca, selvaggia, incapace di pensare, di parlare, di operare in modo consapevole; poi, lentamente, essa sarebbe evoluta verso l’uomo come lo conosciamo oggi: lottando contro la natura e contro i propri simili, non riconoscendo nulla di superiore a sé, con lo sguardo rivolto verso sempre nuove mete, ognora più ambiziose e avveniristiche.

È chiaro che una delle due concezioni deve ritenersi completamente falsa, e giusta quell’altra: «tertium non datur». Chi si inganna, dunque: la Tradizione, antica di millenni, o la nuova religione scientista, vecchia di pochi secoli?

La differenza tra le due concezioni non riguarda soltanto i contenuti del sapere, ma anche le sue origini.

Per la Tradizione, il sapere originario non è di origine umana; la Tradizione stessa, in quanto tale, non è di origine umana. Gli uomini la conservano e la custodiscono, allo scopo di tramandarla di generazione in generazione: ma non rivolgendosi a tutti gli orecchi, bensì solamente a quelli capaci di accoglierla (non diciamo di comprenderla, perché l’uomo non può comprendere sino in fondo un sapere che gli è di tanto superiore).

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