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Pagine d'esoterismo

Quest'area raccoglie i contributi dei lettori.

Pubblicato 2012-03-29 Scritto da Francesco Lamendola
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Gurdjieff e il centro di gravità

Categoria: Pagine d'esoterismo
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Pubblicato 2012-01-08 Scritto da Giorgio Calcarci
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Queste informazioni sono il risultato dell'antica unione di dottrine mediche e discipline sapienziali gaeliche che ci permettono di delineare il ruolo del sacerdozio nell'Europa panceltica in età pre-romana. E tuttavia difficile, per la natura stessa delle fonti, liberare la base puramente gallica dei suoi insegnamenti dalla pratica generale che solitamente riconosciamo in ambienti, per esempio, di derivazione irlandese. Si può però avanzare che la medicina pre-romana (dunque gallica) si ispira in gran parte alle preistoriche basi del nostro continente, (dove non mancano peraltro rappresentazioni rupe¬stri di taumaturghi medicine-man risalenti all'età neolitica).
Chi raccolse questa eredità trasformandola in particolare dote furono i drui¬di, i "saggi": ma non furono i soli. A lato del sapere ufficiale operavano, nelle sconfinate e isolate campagne galliche, molti altri "guaritori" dei quali non si è mai saputo nulla, o quasi.
Del resto, come tutta la civilizzazione indoeuropea, anche la struttura sociale dei Gaeli seguiva il modello della tripartizione in caste e i druidi, con la loro funzione sacra, rivestivano proprio la casta più importante. Essi regolava¬no ogni tipo di rapporto tra la società umana e le potenze sovrannaturali, erano tutori della scienza e gli assoluti custodi dei grandi segreti della Natura, eserci¬tavano la giustizia e indicavano le vie dello Spirito...

Categoria: Pagine d'esoterismo
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Pubblicato 2011-12-25 Scritto da Francesco Lamendola
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aurora boreale

«Epifania», dal greco, significa «manifestazione»; e, se nel linguaggio cristiano designa il riconoscimento e l’adorazione di Gesù Bambino da parte dei Magi, più in generale essa indica la manifestazione di ciò che è nascosto, e ciò sia in un contesto di tipo religioso, sia nella dimensione della vita profana.
«La dodicesima notte» è anche il titolo di quella che, a giudizio di molti critici, è la più perfetta commedia di Shakespeare (titolo originale: «Twelfh Night»; sottotitolo: «Quel che volete», «What You Will»), il cui titolo ha fatto letteralmente impazzire generazioni di studiosi dell’opera shakespeariana: che relazione vi è tra esso e il contenuto della commedia stessa, anche considerato che questa pare sia stata rappresentata proprio il giorno dell’Epifania del 1601?
L’interpretazione più largamente accettata è che la notte dell’Epifania, cioè la dodicesima notte dopo quella del Natale, non abbia alcun significato in senso religioso; ma che l’epifania, intesa nel senso profano, alluda alla sarabanda di avvenimenti inconsueti, imprevisti e imprevedibili, che caratterizzano l‘azione scenica.
Tempeste, separazioni, scambi di persona, situazioni erotiche ambigue (una ragazza che si traveste da paggio e che, in tale veste, suscita la passione irrefrenabile di una gentildonna, a sua volta amata dal padrone della ragazza), agnizioni (la ragazza e il suo fratello gemello si ritrovano, dopo essersi creduti morti l’uno per l’altra), buffonate intrise di saggezza e saggezza che degenera in follia, inganni, macchinazioni e tradimenti: tutto corre allegramente, come una perfetta macchina teatrale, verso lo scioglimento finale, dove ogni cosa torna al suo posto e si risolve nell’immancabile, ma non banale, “happy end” della riconciliazione conclusiva.
Eppure, per noi Europei del terzo millennio, nonostante la concezione laica e immanente del teatro di Shakespeare e il suo impatto sul pubblico da quattro secoli a questa parte, la notte dell’Epifania rimane essenzialmente quella cristiana, con l’immagine dei tre misteriosi personaggi venuti dal lontano Oriente per adorare il Salvatore del mondo ancora avvolto nelle fasce, e con quella particolare atmosfera di sospensione, di trepidante attesa, che sa di infanzia e che ha il profumo inconfondibile delle cose antiche, da sempre sapute ma non del tutto spiegabili razionalmente.
Noi sentiamo che in quella notte, così come nelle undici notti precedenti, si consuma un grande mistero; sentiamo che il tempo sembra fermarsi, forse anche per il fenomeno astronomico del solstizio d’inverno che, appunto poco prima del Natale, pone fine al progressivo, inesorabile accorciarsi del dì e segna l’inizio del lento, dapprima quasi impercettibile, allungarsi delle ore quotidiane di luce.
Sentiamo che, in quelle dodici notti colme di stupore, qualche cosa di grandioso accade nel mondo della natura, e anche al di sopra di esso; che un evento indicibile, inesprimibile, ineffabile, aleggia su ogni cosa e pervade l’atmosfera con il suo alito impalpabile, avvolgendo noi e tutto il creato in una dimensione sacrale.
Esistono delle tradizioni popolari, diffuse specialmente nell’Europa centrale, secondo le quali, nelle dodici notti sante, la natura si rivela agli uomini in una maniera assolutamente nuova e misteriosa, dopo che il ciclo vitale, a partire dalla notte di San Giovanni (24 giugno), è giunto nella sua fase cruciale, mentre l’autunno non è che la preparazione graduale a quella pienezza finale; si dice anche che gli animali, le piante e persino le pietre non rimangano estranei a questo soffio di vita segreta, il quale percorre come un fremito tutta la creazione.
Si sa inoltre che, in numerose tradizioni iniziatiche, dodici è un numero magico, che indica il ritorno al punto di partenza e il completamento di un ciclo cosmico, così come i dodici mesi dell’anno scandiscono l’orbita della Terra nello spazio intorno al Sole.
Herbert Hahn, professore, conferenziere e saggista del circolo antroposofico, così esprimeva questo concetto in forma di piccola leggenda (in: H. Hahn, «Pedagogia e religione. La sorgente delle forze dell’anima»; titolo originale: «Von den Quellkräften der Seele», 1948; traduzione italiana di Mario Tabet, Filadelfia Editore, Milano,1974, pp. 71-72):
 

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Pubblicato 2011-12-25 Scritto da Francesco Lamendola
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141200b orizzonte-perduto-visore

L’uomo e la donna: che coppia formidabile sarebbero, se solo lo volessero; se solo fossero capaci di comprendere fino a che punto hanno bisogno l’uno dell’altra.
Che cosa non riuscirebbero a fare; quali ostacoli non saprebbero superare; quali mete potrebbero restare al di là della loro ambizione, se solo potessero levarsi la benda agli occhi e riconoscere, al primo sguardo, che sono fatti per procedere insieme e per darsi l’un l’altra il meglio di cui sono capaci, e non già, come troppo spesso avviene, il peggio.
Insieme sono una forza, una forza quasi irresistibile: si stenta a immaginare il limite, a pensare a quello che sarebbe troppo per loro; i fardelli più pesanti, i sacrifici più eroici, l’amore e la dedizione più puri, scaturiscono dal loro accordo, dalla loro sintonia.
Ma cos’è, esattamente, che impedisce loro di unire le forze, di farsi del bene, di donarsi la propria parte migliore?
Tutto ha avuto inizio quando la cultura della modernità ha insinuato in loro il serpente della diffidenza, del sospetto, della gelosia; quando, in particolare, la donna ha incominciato a sentirsi defraudata dei suoi “diritti”, a considerarsi un semplice oggetto nelle mani dell’uomo (la Nora di Ibsen, quanto male ha fatto il suo esempio!) e a rivendicare una impossibile “uguaglianza”, che altro non è se non la negazione della propria specificità ontologica.
Da quel malaugurato giorno, niente è più stato come prima fra l’uomo e la donna; ciò che prima veniva fatto con spontaneità, con naturalezza, con trasporto, è divenuto materia di una contabilità minuziosa, è stato registrato sulla partita doppia del dare e dell’avere, è stato messo in conto all’altro, come una cambiale in attesa di riscossione.
Intendiamoci: non che prima il rapporto fra uomo e donna fosse sempre e solo  idilliaco; talvolta non era nemmeno rispettoso: ma questa era l’eccezione, non la regola; e la solidità delle famiglie di una o due generazioni fa, i figli cresciuti con amore e con sani principi, i nipoti accolti con gioia, tutto questo ne è la prova migliore, perché basata su di una realtà che moltissimi di noi hanno conosciuto e non pochi hanno avuto la fortuna di vivere in prima persona.

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Pubblicato 2011-12-14 Scritto da Giovanni della Croce
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Notte Oscura


di Giovanni della Croce


dellacroce{AF}Spiegazione delle strofe che mostrano come l’anima debba comportarsi nel cammino spirituale per arrivare alla perfetta unione d’amore con Dio, quale è possibile raggiungere in questa vita. In queste strofe vengono, altresì, esposte le proprietà di colui che ha raggiunto tale perfezione. Tutto questo è a firma di fra Giovanni della Croce, carmelitano scalzo, autore tra l’altro delle suddette strofe.{/AF}

 

PROLOGO AL LETTORE

In questo libro vengono innanzi tutto riportate le strofe che intendo esporre. In seguito verrà spiegata ogni singola strofa, posta prima del suo commento; dopo verranno spiegati i singoli versi, sempre citandoli prima. Nelle prime due strofe si descrivono gli effetti delle due purificazioni spirituali, rispettivamente della parte sensitiva e di quella spirituale dell’uomo. Nelle altre sei si illustrano i diversi e meravigliosi effetti dell’illuminazione spirituale e dell’unione d’amore con Dio.

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