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Bologna, Luglio 2010
Osservazione Esperimento Matematica
(I gradi di Conoscenza della ricerca spirituale)
Libero studio e sintesi delle conferenze delle 7 conferenze di R. Steiner tenute a Stoccarda dal 16 al 23 marzo 1921
A cura di Tiziano Bellucci

1° conferenza
Tutte le passate, antiche forme di conoscenza si basavano sul principio dell’osservazione della natura: l’osservazione dei fatti, l’analisi dei fenomeni in sé già completi.
L’attuale metodo di conoscenza (scientifico) si basa sull’esperimento: che significa predisporre premesse d’indagine già note, per arrivare ad un medesimo risultato ripetibile da chiunque altro.
Goethe ha cercato di rivalutare e ricostruire in forma moderna una sintesi fra i due metodi.
Come spiegheremo oltre, egli “non usava la ragione per ricercare qualcosa dietro i fenomeni, ma per osservarli in modo che si spiegassero a vicenda e si componessero in una unità”.
Secondo la scienza sia nell’osservare che nell’esperimento devono venire introdotti concetti matematici, risultati matematici: e così possiamo sentirci al sicuro.
Usare la matematica infonde sicurezza; si tratta di una caratteristica, di un esigenza dell’attuale pensiero scientifico.
La matematica riproduce un circuito chiuso, delimitato, il quale può essere circoscritto entro leggi che danno l’impressione di afferrare una visione totale di un processo. Che appare avere un inizio ed una fine.
Per questo la matematica da sicurezza nella ricerca.
Una “legge” è la condizione per cui, taluni fatti possano ripetersi secondo una logica prevedibile
Il vedere sistematicamente ripetersi un processo, significa riconoscervi operante in esso una legge.
Hume: “è un abitudine dell’anima riunire secondo leggi i fatti che ci si presentano: in virtù di questa abitudine ci “immaginiamo” certe leggi di natura. Ma tali leggi non sono qualcosa di oggettivo che esistono di per sé: non sono nient’altro una riunione di fatti operata secondo un istinto della nostra anima”.
La legge di gravità è per noi immaginare una forza (legge) che trascina verso il centro della terra gli oggetti. Per il fatto che infinite volte un sasso cade verso la terra (ripetizione) immaginiamo che qualcosa governi le ripetizioni e a questa condizione di “ripetizione” diamo il nome di “legge di gravità”.
Di fatto però non entriamo in contatto con la “legge in sé” ma con la rappresentazione che noi stessi ci edifichiamo di essa. Ci fermiamo quindi all’apparenza, non al contatto con la forza in sé: non l’afferriamo mai nel suo intimo, ma affermiamo la sua esistenza tramite le sue manifestazioni. La sua attività ci rimane occulta. L’ordinare le sue manifestazioni secondo schemi di pensiero è creare una legge: deduciamo che dietro al decorso dei fatti vi sia una forza che li determina.
Ecco: questa legge, come viene presentata nei libri scientifici, l’abbiamo creata noi. La forza che fa cadere i sassi a terra esiste, ci siamo “accorti” che qualcosa fa cadere i sassi. Abbiamo “scoperto” l’agire di qualcosa. Che non significa avere l’incontro con la “forza di gravità”.
Per questo prima è stato detto che “non afferriamo mai la legge in sè, ma la rappresentazione che noi stessi ci edifichiamo di essa.”
L’uomo deduce, ossia cerca di spiegarsi i fenomeni. La scienza “è un tentativo di spiegare il mondo.” Più o meno riuscito. E fino a quando non si aggiunge una nuova osservazione, forse più attenta della precedente, ogni risultato dell’osservazione viene chiamata “legge”.
Il fatto che spesso una legge possa nel tempo mostrare contenente degli errori, significa che però non era l’essenza della legge perfetta quella che abbiamo argomentato: ma la sua espressione che avevamo accolto in maniera ancora non perfetta.
Quindi non è scientifico affermare che si “è scoperto una nuova legge”. E’ più corretto dire che “si è giunti provvisoriamente ad una determinata spiegazione” di taluni fatti. La vera essenza della Legge non la si può mai incontrare sul piano dell’esperimento e della matematica. Perché si tratta di un Entità vivente, che non è soggetta alle leggi della matematica, ma a quelle del vivente, dell’astrale o dello spirituale.
La maggior parte degli errori e delle unilateralità del pensiero scientifico dipende dal fatto che si applica per ogni campo della conoscenza il medesimo principio matematico, il quale invece è valido solo in un campo specifico. Usare il medesimo criterio per comparare campi diversi significa voler forzatamente attribuire ad una legge un valore universale.
Come se la caduta verticale di un oggetto verso la terra dovesse accadere allo stesso modo anche sulla luna, senza riconoscere che qui vi una legge, là ve ne è un'altra.
Il campo dell’inorganico ha le sue leggi che possono essere anche quelle matematiche; ma il campo dell’organico, del vitale ha leggi diverse, come allo stesso modo vi sono leggi diverse all’interno dell’anima e ancor più dissimili dello spirituale.
Usare lo stesso riferimento (matematico) per convalidare, raffrontando esperienze nei vari campi, significa il contrario della scientificità.
La matematica
Ciò che viene costruito e dedotto secondo schemi matematici è una edificazione interiore operata dalla nostra mente. Non appartiene mai al mondo esteriore: è qualcosa che vive solo nella nostra attività animica. Essa ci dà la sensazione di possedere l’oggetto d’indagine. Non perché siamo in esso: ma perché il modo in cui costruiamo il percorso dei concetti ci conferisce l’illusione di afferrare pienamente ogni fenomeno.
Associare, collegare fatti esterni applicandovi comuni regole generali istituisce il canone “matematico”: che significa attribuire (dedurre) ai fatti esterni empirici l’operare di una “ripetizione” ritmica derivata dall’azione di una “legge”.
L’osservazione pura e la matematica
E’ andato perduto l’antico metodo di osservazione: quello che donava una conoscenza “artistica” del mondo.
Si deve essere consapevoli che procedere nell’indagine del mondo secondo il canone scientifico attuale, significa creare un collegamento fra i fatti empirici esteriori (osservazione) e qualcosa di costruito in modo completamente interiore (leggi matematiche). E’ l’uomo che “inventa” o suppone una logica che opera nei fenomeni.
Il “bello” del conoscere tramite la matematica è che in virtù del processo di creazione interiore matematica che l’uomo compie, se ne riceve la sensazione che si ha a che fare con una conoscenza che ci svela il segreto del mondo. Senza accorgersi che si tratta di una realtà costruita dall’umano, che non ha nulla a che fare con la realtà operante fuori di lui.
Sarebbe al quanto diverso se fossimo in grado di applicare un tipo di osservazione che ci facesse abbracciare la totalità dei fenomeni: se insieme alle esperienze visive, sensoriali (coscienza immaginativa) potessimo unire le nostre formule matematiche (coscienza di veglia), vedremmo splendere di nuova vita le nostre formule, le quali si andrebbero ad arricchire di vita e di contenuto. Avremmo così penetrato il fenomeno e non l’avremmo solo dedotto. Avremmo incontrato l’essere spirituale che sovrintende i fatti empirici: avremmo davanti a noi i mondi spirituali. Ma questo non accade mai. Contentandoci della matematica delle cose, perdiamo la piena realtà.
La matematica e l’antroposofia
Tuttavia, una nuova scienza è concepibile solo se fissata su 3 punti:
1- Osservazione fisica della natura
2- Conoscenza matematica (astratta) della natura
3- Conoscenza spirituale della natura (antroposofia)
La coscienza matematica è per il tempo attuale, la base da cui partire per edificare una conoscenza superiore. Infatti solo un anima in grado di sperimentare e di comprendere come in lei sorga e si produca lo sforzo matematico, solo quest’anima è in grado di elevarsi alla comprensione e applicazione di una scienza spirituale antroposofica.
Platone e la matematica
Non invano Platone chiedeva una ottima preparazione in geometria e matematica. Non esigeva la conoscenza di singole nozioni aritmetiche, ma voleva discepoli che avessero l’esperienza di ciò che si prova nell’anima mentre di “matematizza”, cosa avviene quando si studia matematica e geometria.
Egli dicendo: “Dio sempre geometrizza”, non intendeva dire che Dio crea usando la geometria, ma che Egli crea con una forza interiore simile a quella che si produce nell’uomo quando viene compiuto uno “sforzo” per risolvere un problema o un’operazione matematica.
2° conferenza
Partiremo da uno studio dell’uomo di come egli percepisca se stesso quando osserva e indaga il mondo esteriore.
L’organizzazione umana è strutturata in modo triplice: ogni parte è dotata di una certa indipendenza.
1- Il sistema nervoso-sensorio (pensare): che ha la sua sede nella testa, ma si espande in tutto il corpo essendo i nervi, distribuiti lungo tutto il corpo;
2- Il sistema ritmico (sentire): che si esprime nel ritmo polso/respiro/cuore
3- Il sistema del ricambio (volere): ha la sede negli organi di riproduzione, di ricambio e negli arti.
E’ errato rappresentarsi che ognuno dei 3 sistemi abbia una collocazione spaziale definita: non è possibile metterla una accanto all’altra.
- Il pensare è a tutta prima in relazione con il vedere con gli occhi (rappresentazioni di pensiero).
- Il sentire con il movimento delle mani e delle braccia (espressione del sentimento).
- Il volere con il camminare (espressione del destino).
Lunghezza, larghezza e profondità
Con la vista, la relazione visiva con i corpi, appaiono le tre dimensioni: altezza, larghezza e profondità. Le prime due sono dimensioni per le quali siamo predisposti a “registrarle” mentalmente: la profondità è un’attività semi cosciente; per produrla la ragione deve produrre un’azione ulteriore.
Con l’attività del vedere si esprime la sensazione della dimensione della lunghezza.
La sensazione della simmetria ci viene trasmessa dalla rotazione orizzontale delle nostre due braccia (quindi nella dimensione della larghezza): dalla rotazione dei movimenti corrispondenti simmetrici (contemporanei) del braccio destro e sinistro. In altri termini possiamo sentire la simmetria solo se siamo consci del rapporto dei movimenti fra braccio destro e sinistro, tra mano destra e sinistra. Così come incrociamo gli assi visivi, incrociamo le braccia. Questa ci dona anche la sensazione della profondità.
Quando camminiamo invece compare la sensazione dell’altezza.
3° conferenza
Il pensiero matematico
Pensando in modo matematico, abbiamo l’impressione di trovarci all’interno degli avvenimenti, di sentirci immersi in essi.
La consequenzialità del pensiero matematico infonde lucidità e sicurezza.
Sentiamo di trovarci in un campo che ci dà garanzie di sicurezza. Ci sentiamo come padroni di noi stessi.
La sensazione di sicurezza che si ha durante l’atteggiamento matematico è uguale in colui che aspira a sviluppare la conoscenza immaginativa.
In realtà è possibile applicare la procedimento matematico solo nei confronti dei fenomeni del mondo minerale. Già applicarla nel regno vegetale, non ci sorregge più.
La matematica, la concentrazione e l’immaginazione
L’essersi dedicati alla matematica, averla studiata e esercitata risolvendo problemi ed operazioni è una buona base da cui partire; ma l’importante non è l’aver studiato le singole leggi o regole, le conoscenze matematiche: è fondamentale sperimentare chiaramente ciò che fa l’anima umana quando si muove fra forme matematiche. Questa attività cosciente, astratta ma lucida, deve venire applicata non più ad operazioni o problemi, ma indirizzata in un altro ambito: durante la concentrazione. Si deve dirigere l’attenzione verso un oggetto o un tema e analizzarlo, compiendo lo stesso sforzo suscitato durante l’attività matematica. In altre parole si può dire che per suscitare la facoltà immaginativa occorre partire da un concentrazione attiva permeata da sforzo matematico.
In tal modo la concentrazione diventa la via d’introduzione alla facoltà immaginativa.
Deve esservi durante la concentrazione, un’atmosfera “matematica” che vibra nell’anima: uno sforzo attivo che miri a dominare in modo perfetto l’attenzione, l’analisi. Una tensione che aspiri a realizzare una consequenzialità da pensiero a pensiero in modo severamente rigoroso, allo stesso modo di come dalle operazioni di addizione o divisione di numeri devono provenire risultati reali. L’applicazione delle forze di concentrazione devono essere della stessa natura di quando, seduti al banco di scuola, si era impegnati a risolvere un problema matematico. Soltanto che il “problema” ora non è composto da numeri, ma da pensieri: si praticano operazione fra pensieri.
In altre parole, si può dire che si tratta di partire dall’ordinario stato di coscienza e di superarlo tramite uno sforzo di “immaginatività matematica”.
Sub e Super coscienza
Si usa volgarmente il termine “chiaroveggenza” per indicare stati di coscienza “attutiti”, come l’ipnosi, la medianità; nulla a che fare con l’immaginazione, la quale è invece un innalzamento della coscienza.
In atri termini, stati come medianità, ipnosi, estasi sono stati di “sub coscienza”: l’immaginazione è “super coscienza”.
L’illusione della conoscenza scientifica in merito alla facoltà di vedere umana
Sia i filosofi che la scienza tendono ad affermare che le impressioni del mondo esterno penetrando nell’occhio stimolano il nervo ottico. Esso invia gli stimoli al cervello, il quale produce come reazione entro la coscienza umana, le forme e i colori che ogni uomo vede nel mondo.
Quindi non si è certi dell’oggettività dell’apparire del mondo: esso potrebbe mostrarsi diverso se percepito da organi sensori non umani. Ma questo modo di ragionare non porta da nessuna parte: questa non è scienza, ma fantascienza.
Indagando e osservando il modo tramite la facoltà immaginativa, il problema cambia aspetto.
Sino a quando osserviamo il mondo tramite la matematica (coscienza materiale) siamo nel regno dell’inorganico: possiamo muoverci solo fra forme fisiche e immagini che ritraggono la realtà fisica, minerale. Nell’occhio vi sono componenti fisici, minerali. E tramite questi elementi siamo in grado di rapportarci con gli altri oggetti fisici minerali, accoglierli, comprenderli, riconoscerli come elementi affini di natura inorganica. Tramite le sostanze inorganiche contenute nell’occhio e nel cervello (le stesse che troviamo negli oggetti del mondo) possiamo interagire e vedere apparire in noi una immagine fisica del mondo. Ed ecco che questa immagine del mondo che appare in modo fisicamente uguale ad ogni uomo, possiamo rivolgere l’indagine di osservazione matematica. Questo comporta una univocità di visione comune con gli altri umani. Al contempo però rivolgendoci con la matematica (coscienza materiale) verso il mondo possiamo indagare solo la natura inorganica: rapportarci soltanto con le medesime sostanze presenti in noi e nella natura esterna. Di fatto, il mondo inorganico è indagabile con la matematica. Perché le leggi che lo organizzano sono soggette ad una logica matematica. E tali leggi “abitando” nelle sostanze minerali, sono sia nell’uomo che nelle cose esterne. E proprio in virtù di questa affinità, di questa reciprocità ci è possibile rappresentarci, vedere soprattutto farci delle conoscenze sulle cose fisiche. Tramite la logica matematica, ci è possibile “riunirci” al mondo. Essendo il mondo inorganico “tessuto di matematica” l’osservazione dei fenomeni ci conduce “matematicamente” alla relativa comprensione meccanica degli processi fisici. Infatti il mondo inorganico si spiega da sé: basta osservarlo. La sua soluzione si trovo se si percorre in modo conseguente il pensiero che l’ha edificato. Come quando si osserva un meccanismo di automobile: si arriva a “dedurre” l’intenzione del meccanico che l’ha concepita.
Possiamo quindi dire che attraverso la matematica ci è data la comprensione del mondo minerale, privo di vita.
L’organizzazione eterica
Se nell’uomo vi fossero solo sostanze fisiche, l’uomo sarebbe condannato a conoscere solo le leggi fisiche: ma nell’occhio e nell’uomo vi è anche dell’altro.
Quando si ascende all’immaginazione non si usa più soltanto l’occhio e il cervello fisico costituiti di sostanze minerali: si usa l’occhio e il cervello eterico, composti di entità viventi eteriche. Possiamo quindi dire:
1- Tramite la coscienza matematica possiamo indagare il mondo minerale;
2- Tramite la coscienza immaginativa possiamo indagare il mondo vegetale.
Come si arriva a percepire il proprio corpo eterico
Non si tratta di arrivare a vedere contorni nebulosi, fantastici intorno a noi.
Occorre prima sviluppare la coscienza immaginativa e porsi in osservazione di un oggetto vivente. Si tratta di realizzare quella che viene chiamata: unificazione di percezione e concetto. Sintesi della rappresentazione fisica unificata con la sua idea. Che significa afferrare, di sorprendere in un atto singola l’essenza vitale contenuta nella forma contemplata.
E’ ovvio che ciò che qui è stato detto è al momento solo un concetto. Che deve essere realizzato tramite un lungo cammino.
Il corpo fisico e il mondo esterno
In realtà ogni nostro organo sensorio è una parte del mondo fisico che penetra in noi.
Come se il mondo esterno fosse un mare, si deve pensare che esso penetra in noi, al nostro interno dentro a delle “insenature”. Ogni “cavità sensoriale” che vi è in noi è in realtà un “proseguimento” del mondo fisico dentro di noi, che abita e continua processi chimico fisici in noi. Il mondo pratica la sua attività inorganica anche dentro di noi. Per tal motivo possiamo “afferrare” i concetti inorganici: perché accadono in ogni momento in noi.
Queste “insenature” sono compenetrate dal nostro corpo eterico. Tale corpo eterico non è separato, ma un unità con il mondo eterico (mondo spirituale). Così come il nostro corpo fisico è unito al mondo (come sostanze), anche il nostro corpo eterico è unito al mondo spirituale. Per mezzo della coscienza immaginativa, si arriva a sperimentare che cosa avviene in queste “insenature” che il mondo fisico produce nel corpo umano: si diventa capaci di osservare cosa sono i “sensi di percezione fisica” in senso occulto. Si conosce l’essenza dei sensi umani.
La stimolo al poterci spiegare il mondo ci è data da questa compenetrazione fra organi fisici ed eterici.
4° conferenza
La rappresentazione immaginativa differisce alquanto dalle consuete “combinazioni” della ragione.
La rappresentazione immaginativa si attua partendo dall’imitazione della rappresentazione matematica: sviluppo e analisi delle forme matematiche.
Immaginazione: sistema dei sensi/testa correlato al mondo vegetale
Per colui che è arrivato a elevarsi all’immaginazione, oltre a percepire l’essenza del sistema sensorio, arriva anche a richiamare alla mente l’essenza del mondo vegetale, così come attraverso l’ordinaria coscienza materiale, matematica, si arriva a percepire il mondo minerale.
Di fatto la penetrazione nella coscienza immaginativa rende possibile contemporaneamente la penetrazione nel mondo eterico: la quale palesa l’esistenza di un essenza del mondo vegetale in cui le singole piante sono singole parti di un tutto.
Si ha l’impressione come se il regno vegetale su tutta la Terra sia costituito di una singola unità e che compenetri omogeneamente ogni singola pianta.
La “vegetalità” della Terra appare come un essere, un organismo unico che da un lato durante la sua evoluzione ha distaccando da sé il mondo minerale e dall’altro lalto ha differenziato il regno vegetale in molteplici forme.
Ci si ricordi che la conoscenza della scienza dello spirito non si realizza tramite deduzioni o analogie: ma per visione diretta.
Oggigiorno si tende a parlare scientificamente della rosa come si parla del cristallo.
Di fatto il cristallo esiste di per sé, è delimitato entro i suoi limiti. La rosa è tale solo se collegata alla terra, al roseto. Senza la terra la rosa è nulla. Il cristallo si edifica invece con le sue proprie forze, senza trarle dall’ambiente circostante.
E’ quindi evidente che non si possano applicare le leggi dell’inorganico al vivente.
Il mondo vegetale esiste solo se inteso come un unità raggruppante le varie specie vegetali.
Il quadro (spaziale) immaginativo della propria vita
Oltre ad avere coscienza di cosa è l’essenza dei sensi umani e cosa è il mondo vegetale, assurgendo alla coscienza immaginativa si può arrivare inoltre un’altra notevole esperienza.
Solitamente noi disponiamo della facoltà di ricordarci della nostra biografia, rievocando i nostri ricordi. Dalla corrente delle nostre esperienze ci è dato di recuperare, in forma di immagine, questo o quel ricordo. Nel ripescare i singoli ricordi abbiamo l’esperienza di recuperarli come da un oscuro luogo, dove essi sono in qualche modo stati depositati. Tramite chiavi mnemoniche e associazioni possiamo risalire sino ad una certa epoca della nostra infanzia: di fatto avvertiamo come una “corrente” di immagini che scorrono lungo il tempo.
Con lo sviluppo della coscienza immaginativa ci si accorge che ciò che prima era disseminato nel tempo si dispiega lungo uno spazio. Il tempo si trasmuta in spazio.
Si ha la possibilità come di afferrare in un istantanea però vivente, tutta la propria vita passata.
Chi dispone dell’immaginazione, quando risale ai propri ricordi quindi cerca di ricordare la propria biografia, avviene un dispiegarsi in un'unica immagine di tutto ciò che egli ha sperimentato dalla nascita sino ad ora.
Anziché vedere apparire come usualmente i singoli ricordi, si ha la capacità di contemplare un panorama retrospettivo, dove insieme viene abbracciato tutto il contenuto della vita.
Abitualmente la forza della memoria nell’uomo diviene ricordo singolo, spezzettato: con l’immaginazione la memoria si trasforma in capacità di visione diretta del contenuto del proprio corpo eterico. Tramite la conoscenza materiale, vi è la possibilità solo di “sbirciare” entro la memoria globale eterica e si vedono soltanto “frammenti” o brandelli del contenuto del corpo eterico. Ora esso si “squaderna”, si srotola e fa apparire interamente la “scrittura” mnemonica, ossia l’incisione che si è prodotta nella sostanza eterica in merito ad esperienze terrestri: i ricordi appaiono tutti insieme.
L’esperienza della visione del quadro retrospettivo, viene presieduta in piena chiarezza di presenza dalla coscienza. E’ paragonabile al seguire in totale consapevolezza un operazione matematica, al sorvegliare in pieno stato di realtà un evento razionale, empirico e inconfutabile.
Il pensare vivente
Se ci si domandasse di cosa è composto quel panorama mnemonico che ci appare, si verrebbe a sapere una cosa singolare: esso è costituito di “forza vivente di pensiero” di “ragione” o razionalità accresciuta. Si impara a conoscere anche la missione della forza del pensiero e il suo ruolo nell’economia conoscitiva umana. In altri termini: ciò che solitamente appare “spezzettato” in singoli ricordi mnemonici, entro la visione del quadro immaginativo si affaccia come forza eterica vivente. Pensiero vivente. Come espressione della corrente di vita dell’universo che intesse con la sua trama, ogni cosa esistente nel mondo. Si viene a sapere che ogni cosa o essere è collegata, permeata dalla stessa corrente di vita unitaria. Il pensiero ordinario nell’uomo è una frammentaria e momentanea espressione di tale vita unitaria, che si mostra come facoltà di ragionare. “Scade” dalla sua natura vivente per metamorfosarsi in pensiero astratto.
Ma perché chiamarlo “pensiero vivente”, essendo come natura più affine alla natura di un qualcosa di vegetale, di impersonale, un qualcosa di così dissimile dal concetto di pensare umano, esprimente razionalità e intellettualità? Perché non chiamarlo in altro modo?
Invece è appropriato chiamarlo “pensiero” perché nella sua essenza reca più “intelligenza e saggezza” di quello che vi è nel pensare umano.
La natura del pensiero di fatto di palesa come un essenza titanica di vita fluente incessante, un tessuto sovrasensibile ove si intrecciano colloqui spirituali, deliberazioni di volontà promananti da entità divine: impulsi connotati secondo progetti e intenzioni di una saggezza sovrumana. In esso fluttua la “parola primordiale” cantata di coro in coro, di angelo in arcangelo.
Il pensiero usuale è quindi un “non pensiero” ossia, un cadavere. Ma deve divenire tale, per poter essere cosciente di sé. Deve diventare pensare umano, per essere ritrovato come pensare divino.
Quando si usa la coscienza ordinaria, si ha l’impressione di possedere i concetti, di “nuotarvi dentro”. Con la coscienza ordinaria la sensazione è diversa: si sperimenta non un sentimento di possessione, ma di affinità fra le immagini che appaiono e la nostra forza vitale, il nostro “senso della vita”: le immagini sono simili al principio di crescita che opera in noi e nel mondo. Questo proprio perché la natura del pensare che permea le immagini è “vivente” come descritto prima.
Si può quindi dire che si ha conoscenza diretta di ciò che opera nell’uomo come forza di crescenza.
Immaginazione, organi, mondo vegetale e medicine
Gli antichi prendevano dalla contemplazione di questa coscienza immaginativa la scienza medica: in questa nuova condizione appaiono infatti evidenti anche le correlazioni che esistono fra organi fisici e specie vegetali, con corrispondenti rimedi medici per curare le malattie fisiche.
Possiamo quindi dire che
Tramite la coscienza immaginativa possiamo indagare:
- il sistema neurosensoriale
- il mondo vegetale
- contemplare il quadro eterico mnemonico della nostra vita
- comprendere quali medicamenti sono appropriati per la cura delle malattie
Come si consegue l’immaginazione
Si deve essenzialmente meditare in modo non confuso, ma tecnico-metodico (vedi l’Iniziazione) presentando all’anima rappresentazioni molto semplici. E’ bene però che non si lavori su proprie reminescenze o si evochino ricordi propri, perché vi è il rischio di perdere l’elemento matematico, la coscienza oggettiva. Si tenderebbe ad avere una partecipazione troppo sentimentale con connotazioni troppo egoiche.
Dunque rappresentazioni semplici, o meglio ancora rappresentazioni simboliche (rosacroce, caduceo, centauro, frasi sagge, sentimenti puri, ideali)
E’ fondamentale l’esperienza animica, la forza di sentimento prodotta.
L’imitazione contraffatta del “ricordare”
Le immagini da noi prodotte a tutta prima sono simili alle immagini mnemoniche, quelle che appaiono nei nostri ricordi: in un certo senso meditando, imitiamo ciò che avviene nel processo del ricordo. Quindi in altri termini si potrebbe dire che si tratta di “un esercitazione, di una contraffazione della facoltà del ricordare” perché anziché rimembrare i propri fatti, i propri ricordi, si cerca di “ricordare” un fatto mai accaduto prima: un fatto che viene creato al momento tramite l’evocazione nella pratica meditativa. Ma la sensazione e la modalità, la “consistenza” delle rappresentazioni ha una natura simile a quella che si affaccia durante l’attività del ricordare.
Cercando di comprendere come si compie il ricordo in noi, come si configurano in noi le forze animiche durante la creazione di un immagine mnemonica, si diverrà capaci di mantenere volitivamente nella coscienza le rappresentazioni prodotte per il tempo che si desidera (alcuni minuti) e di contemplarle, facendole tranquillamente risuonare nell’anima.
E’ fondamentale tener presente che non è importante la qualità delle rappresentazioni, ma lo sforzo animico che si produce per realizzarle: non è importante la forma, ma la forza di dedicazione impiegata. E’ questa che crea gli organi della chiaroveggenza.
Così come senza sforzo non si producono muscoli di carne, senza fatica animica non si creano organi animici.
Al principio ci si potrà ingannare, quando ci si appresterà ad analizzare la qualità dei risultati prodotti con le meditazioni. Si potrebbero confondere i ricordi usuali con le immaginazioni che compaiono nell’anima: recando essi una natura esperienziale simile a quando ci si “ricorda” di qualcosa.
Ma vi è una differenza sostanziale. Le immagini mnemoniche dei ricordi sono da attribuirsi a fatti che noi stessi abbiamo prodotto; le immaginazioni ricevute invece non si riferiscono a nostre azioni, ma a fatti prodotti da altre entità del mondo spirituale, a processi spirituali. Non ci appartengono quindi, non fanno parte del nostro bagaglio biografico: anche se ci riguardano, perché palesano nessi, con valore di rivelazione in merito al nostro karma o al nostro essere. Appartengono alla super biografia e alle super esperienze del nostro Io superiore. In esse si pronuncia una prospettiva oggettiva, una soluzione e un giudizio sulle cose certamente universale.
Far progredire, lavorare attivamente, evocando immagini significa superare la forza del ricordo e portarla dunque allo sviluppo la facoltà immaginativa.
La coscienza ispirata e l’esercizio del dimenticare (oblio)
Così come potenziando ed esercitandosi parimenti a ricordare si arriva all’immaginazione (facoltà di vedere l’essenzialità eterica, il quadro mnemonico e il mondo vegetale), potenziando la possibilità di dimenticare si arriva ad una coscienza ancora più elevata.
Espellere dalla coscienza in modo volontario tutte le rappresentazioni matematiche ed immaginative genera l’oblio, lo svuotamento totale dell’anima.
I rischi delle indagini occulte nel mondo immaginativo
Quando si conseguono conoscenze superiori esiste il rischio di venire come trattenuti da quanto abbiamo evocato con la meditazione: l’immaginazione non è una facoltà alla quale ci si può fermare. Il rapporto di realtà e illusione che vive nel mondo immaginativo è altissimo. Con questo non si vuol dire che quel mondo è illusione. E’ anzi molto più reale del mondo fisico. Il rischio è che la possibilità di cadere nell’illusione, di poter prendere abbagli è lì più grande che nel mondo fisico. Le leggi sono difatti diversissime. E tutto lì è possibile. In effetti lo si potrebbe anche chiamare il “regno della fantasia assoluta”. Il termine “immaginazione” ha infatti un doppio valore: è un mondo con valore di immagine, dove la fantasia impera, è la forza stessa di quel mondo.
Quindi fermarsi a compiere osservazioni solo fondandosi sulle immagini percepite nel mondo immaginativo può generare i più abnormi errori e illusioni.
Ciò che si è visto in immagine tramite la facoltà immaginativa deve essere “vagliato” e convalidato a mezzo di un superamento di quella coscienza: le immagini devono venire dimenticate per essere “lette”, decodificate tramite l’ispirazione.
La lettura della scrittura occulta
Con l’applicazione del dimenticare si attiverà la coscienza ispirata: la quale è in sintesi, una forma di conoscenza capace di “leggere” o tradurre su una chiave spirituale superiore le immagini eteriche. La lettura della scrittura occulta, è una modalità esoterica di definire la coscienza ispirata. “Capacità di leggere i caratteri di cui sono composti i nomi divini”. Di fatto i “caratteri” di siffatta scrittura occulta sono proprio le immagini che sono apparse tramite l’immaginazione: esse devono venire composte insieme, o meglio dimenticate per poter far affiorare il significato globale di ciò che dietro ad esse vive e si può esprimere.
Anche nel linguaggio ordinario si deve smettere di prestare attenzione (dimenticare) della forma delle varie lettere alfabetiche che compongono una parola, se si vuole arrivare ad apprendere il senso che è espresso nella parola intera. Così come non porta a nulla considerare la forma della “C” o della “L” se si vuole arrivare al concetto della parola “cielo”.
L’akasha e il mondo immaginativo
Il mondo immaginativo è di fatto, un luogo ove sono inscritte tutte le azioni accadute nel passato del cosmo, prodotte da uomini o spiriti. Un “archivio” o biblioteca siderale dove tutto è rimasto registrato non il lettere alfabetiche, ma in poderose immagini di pensiero.
La “scrittura occulta cosmica” o akashica appare al discepolo dell’immaginazione. Ma la validità della realtà a cui essa si riferisce, è possibile verificarla solo tramite l’uso della coscienza ispirata. Solo “cancellando” le immagini e attendendo un responso dal cosmo, è possibile dare un significato a quelle immagini, che altrimenti rimarrebbero solo simboli privi di senso.
Molti veggenti immaginativi, riportando le immagini viste senza il vaglio della lettura tramite coscienza ispirata, trasmettono errori ed illusioni.
Infatti con l’uso dell’ispirazione le immaginazioni paleserebbero reali conoscenze chiaroveggenti: nell’ispirazione sono le entità spirituali ad “ispirare”, a tradurre i simboli e a riempire di reale conoscenza l’indagatore ; senza di essa, il discepolo fornisce attinge dalla sua stessa fantasia abnorme. Egli “inventa”, aggiunge e interpreta da sè stesso significati che non esistono e non hanno nulla a che fare con la realtà superiore.
Non sono le immaginazioni a contenere in sé menzogne o illusioni. Ma l’uomo che nell’incapacità di interpretarle le travisa, le altera. Vi aggiunge sue idee.
Occorre quindi sempre, rimettersi al consiglio del mondo spirituale in merito. Applicare la forza dell’oblio: dimenticarsi del senso peculiare delle immagini per lasciarsi “ispirare” il significato dei “simboli” occulti dalle entità spirituali stesse.
Esercizio dell’oblio o del dimenticare
Si può fortificare l’oblio, la forza del dimenticare tramite alcuni procedimenti.
Ciò che nella vita ci appare come forza dell’amore, volontà del dedicarci interamente all’altro, se portata ad alti livelli quindi fatta progredire a mezzo di una autodisciplina può portare molto avanti nello sviluppo della coscienza ispirata.
Occorre proporsi di cambiare in un dato tempo questa o quella abitudine. Imporsi di “cambiare” qualcosa in se stessi durante la vita, sviluppa una enorme forza di comprendere ed interessarsi al mondo, agli altri.
Capire gli altri, “comprenderli” significa amare.
Solo se capisco le necessità di un altro, cosa lo ha condotto nella sua biografia ad essere ciò che è, solo conoscendolo profondamente posso aiutarlo a migliorare il suo benessere interiore. E aiutare un altro è amare.
Ma questa capacità di “comprendere” che significa anche avere senso di “dedizione”, di dedicazione agli altri non nasce da sé. Va esercitata e praticata tramite forte autodisciplina.
Se scegliamo di cambiare, di smettere di avere atteggiamenti che ci caratterizzano e che ci piacciono, se decidiamo di cambiare una nostra abitudine, questo comporta ovviamente una rinuncia iniziale. Ma tutto ciò che facciamo in piena coscienza, per scelta deliberata interiore ha un effetto rilevante sull’anima. La nostra centralità egoica interna viene attaccata e aumenta, si libera la nostra forza d’amore verso la periferia, l’esterno.
Dopo aver operato dei cambiamenti (anche piccoli) in noi, diveniamo capaci di immergerci con più amore nel mondo, lo assaporiamo e lo comprendiamo (prendiamo con noi) in modo diverso.
Questo tendenza a “cambiare” se stessi significa anche volontà di rinunciare a se stessi, alla propria autoaffermazione. Che non può essere mai un annullamento, un annichilimento. Chi pensa così non ha capito bene di cosa si tratti. Si tratta di una volontà di abbandonare le parti impure e basse di sé, allontanare da sé la necessità per le cose non essenziali. Perché si sa che non si è quelle cose. Distinguere se stessi dai propri desideri è l’inizio del tendere a purificarsi. In altri termini si deve decidere di “eliminare quella provvisoria e non essenziale parte di sé” come per liberarsi di un fardello poco utile al proprio progresso spirituale.
L’amore come facoltà di conoscenza
Nel mondo spirituale la conoscenza superiore si da solo se si applica forza d’amore, volontà di dedicazione all’oggetto. Nel senso di iniziazione “bianca” non vi sarà mai un indagatore che potrà conseguire conoscenze superiori se non dimostrerà amore e interesse spassionato per i suoi oggetti d’indagine. Colui che indagasse nessi per i propri interessi egoici (anche d’amore personale) non riceverà nessun responso dal mondo spirituale. La natura ci si dà, si rivela soltanto se le nostre forze sono compenetrate da amore per la pura ricerca. Se non si sviluppa forza d’amore, si viene sempre ricacciati indietro dal mondo spirituale durante le indagini.
Imparare a rinunciare alle proprie abitudini, a cose che ci erano “care”, è un autodisciplina che ci rende più capaci di amare; imparare a rinunciare significa anche imparare a dimenticare, a slegarsi da qualcosa che era nostro: in questo senso si alimenta il potere dell’oblio, utile allo sviluppo della coscienza ispirata.
L’oblio di sé, accresce interesse per gli altri: meno interesse per ciò che vive nel proprio interno, maggiore interesse per ciò che vive all’esterno. Questo atteggiamento determina lo sviluppo della coscienza ispirata.
L’ispirazione svela il carattere provvisorio d’immagine della coscienza immaginativa, o meglio la completa, conferendole piena realtà.
5° conferenza
I sensi e il cervello
L’apparato dei sensi lo si deve concepire edificato dal mondo esterno. Ogni singolo senso è stato costruito da determinate entità, certe qualità presenti nel mondo esterno.
Il cervello e sistema neurosensoriale è vero che sono due formazioni fisiche, ma di fatto sono comprensibili solo se intese come immaginazioni diventate fisiche.
Un immaginazione è un entità o un insieme di entità che vivono nel mondo spirituale.
Subito appare evidente che ogni uomo reca in sé una totalità di esseri intessuti nel suo sistemo neurosensoriale.
Il mondo immaginativo lo si potrebbe anche definire: mondo dell’arte, creativo.
Ispirazione: il sistema ritmico, il sentire
Così come l’immaginazione ci consegnava la conoscenza dei misteri del sistema neurosensoriale e del pensare, l’ispirazione ci rivela i segreti del sentire e del sistema ritmico, del polso, del cuore e del respiro.
Ispirazione e anacronismo Yoga
La via dell’ispirazione, come descritta qui e nel libro l’Iniziazione può essere seguita solo dall’uomo moderno. Chi la volesse produrre o ottenere tramite lo Yoga, o dottrine antiche sarebbe in errore.
La disciplina dello Yoga non è più rinnovabile, è inadatta.
Lo Yoga lavora con forze che corrispondono ad un grado più antico dell’evoluzione umana.
Esso appoggia sul sistema ritmico umano: utilizza tecniche di respirazione che nell’antichità trasportavano il meditante in stati di coscienza alterati.
In altri termini:
- lo Yoga tende a sviluppare una coscienza superiore facendo leva su uno sforzo imposto all’organismo corporeo (respirazione e posizioni fisiche);
- la tecnica scientifico spirituale produce una coscienza superiore a mezzo di sforzi animico spirituali, tramite un attività di lavoro solo interiore.
Sarebbe contrario al senso della storia evolutiva umana se si volesse perseverare nel senso dello Yoga. In antichità lo sviluppo dell’uomo era curato in maniera più istintiva, e faceva appello a forze istintive, ataviche ancora disponibile nell’organizzazione umana. Allora l’uomo viveva in una condizione quasi totale di partecipazione con il mondo spirituale.
Oggigiorno, in special modo dopo il 1400 d.c. l’uomo ha compiuto un salto evolutivo tale da aver completamente scollegato le proprie forze dall’ordinamento e il collegamento cosmico.
Yoga e filosofia Vedanta
Lo yoga non può essere più rinnovato perchè non è più adatto alla costituzione moderna dell’uomo. Negli esercizi yogici si trattiene coscientemente il respiro, si espira ed inspira in modo diverso dal consueto. Oggi non si arriva a nulla in tal modo: non si assurge a quella facoltà che gli indiani sperimentavano in modo ispirato.
Tutta la cultura antica indiana produceva una coscienza ispirata trasferendo la coscienza nel sistema ritmico. Assimilando aria in modo particolare l’energia (prana) contenuto in essa cambiava la coscienza dell’antico indiano. L’indiano veniva trascinato verso il cuore, i polmoni. La coscienza tendeva a vivere non nella testa, ma nel cuore.
Si può dire che quasi tutta la letteratura dei “Veda” proviene da una coscienza ispirata prodotta a mezzo della respirazione controllata.
Di fatto, la respirazione trasformata dello yogi porta ad una conoscenza più “panteistica”, un esperienza monistica, di unificazione con il cosmo. Una conoscenza che tende a distinguere meno le singole cose. Vi è un abbandono, una dissoluzione nel cosmo. Si sentono le cose parte del “gran tutto”: come organi partecipanti alla vita totale del corpo Universo.
I possibili danni dello Yoga nell’uomo moderno
Nell’epoca attuale non è anelito generale il dissolversi, ma l’afferrarsi sempre più.
Non è più possibile immergerci nello Yoga perché l’attuale nostro pensare è più “duro” dell’antico pensare. La nostra ragione è più forte, spessa e dura. Ci percepiamo nella testa, la nostra coscienza è esclusivamente entro le sopracciglia, nella fronte.
L’indiano aveva un attività di rappresentazione meno rigida, più fluida. E anche la percezione che aveva del suo “io” non era esclusivamente nella testa. Egli riversava il suo “stato di presenza”, la sua coscienza dalla testa verso ed entro il cuore, tramite la respirazione controllata.
In altri termini, inspirando ed espirando eseguiva una “translazione” della coscienza della testa entro la zona cardiaca per penetrare nella coscienza ispirata.
Se oggi si volesse riversare direttamente il proprio pensare, la “rappresentazione dell’io” nel cuore tramite il sistema respiratorio, come faceva l’indiano, si produrrebbe uno stordimento o un disturbo dell’attività ritmica, circolatoria.
Il nuovo metodo per traslare la coscienza nel cuore
Cercando di attivare la facoltà del dimenticare (oblio) si tende come a discendere in un abisso, nel nulla si sé stessi. Il movimento di discesa verso il basso, verso l’abisso del sé, tende ad afferrare spontaneamente il respiro trasportandolo con la nostra coscienza verso il basso. Non è più necessario cambiare o controllare il proprio respiro. Esso si accomoda e prende spontaneamente il suo ritmo.
Di fatto il nostro volontario dimenticare, il produrre la coscienza vuota, non è un “perdere” la coscienza di sé, ma uno spontaneo trasferirla nella regione del cuore, entro il sistema ritmico. E’ una tecnica consapevole di “traslazione” della coscienza. Di fatto viene ripetuto in modo più cosciente il processo che l’indiano faceva incoscientemente avvalendosi della respirazione ritmizzata.
Immergersi con la propria presenza nel sentire è sperimentare l’ispirazione. Una volta superata la fase dell’abbandono di sé e trasferita la coscienza nel cuore, compare una chiarissima attività rappresentativa, ove anche il sentire è ancora più intenso. La sensazione è, quando si presiede alle visioni, come quando si è presi dall’entusiasmo durante un momento di creazione pittorica o musicale. Ci si sente come “ricolmi” di un contenuto che desideriamo portare a conoscenza, vogliamo come “esprimerlo” in termini di conoscenza umana.
I culti religiosi
Ogni culto è riproduzione esteriore di esperienze spirituali interiori, che sono state accolte durante indagini con coscienza superiore.
Si riproducono, si imitano con oggetti simbolici, parole, colori o vestiti ambientazioni, esperienze spirituali vissute in una altra coscienza.
I contenuti rituali, le parole e i gesti riprodotti nei culti possono essere compresi soltanto tramite la coscienza ispirata.
Nel corso della storia umana i culti sono sempre cambiati, mutati nel tempo.
Questo testimonia che l’anima si evolveva e le esigenze di esprimersi anche nei culti cambiavano di continuo. Le conoscenze e le rivelazioni erano diverse, adatte ai tempi. E quindi questo si riversava nelle modalità di eseguire i culti.
Gli antichi rievocavano con gesti cultici fisici esteriori le loro esperienze cosmiche interiori.
Gli uomini moderni cercano invece, di rievocare tramite l’esperimento ciò che vive nella loro interiorità.
L’esperimento è divenuto oggi in senso umano/microcosmico la contro immagine egoica di ciò che era in senso Divino/macrocosmico il culto religioso.
Oggigiorno di fatto, nelle università e nei laboratori, si crede di compiere un atto cultico ogni volta che ci si dedica al conoscere.
Così come il culto appagava il sentimento dell’uomo apportando religiosità, sicurezza e protezione dal cosmo, l’esperimento scientifico appaga la ragione umana consegnadole sicurezza matematica.
Una volta l’uomo viveva nel sentire e la religione lo appagava. Ora che vive nel pensare necessita della matematica per conferire sicurezza.
Religione: appagamento
Esperimento: sicurezza
6° conferenza
Il ricordare puro
L’immaginazione si sviluppa portando ad un livello superiore il processo della memoria.
Nella vita ordinaria è necessaria una certa auto concentrazione per arrivare a ricordare in modo puro, esatto e perfetto eventi della propria biografia: in modo che le immagini siano una fedele replica dell’esperienza.
Nel ricordare infatti vi può essere la tendenza ad “aggiungere” atmosfere di fantasia che possono alterare i veri ricordi.
Si deve tendere ad esercitarsi cercando di mantenere più fedeltà possibile nei ricordi. Come sappiamo, dalle forze della memoria si può ricavare qualcosa che può trasformarsi in qualcosa d’altro.
Per questa trasformazione occorre sempre più ritmicamente imparare a concentrarsi evocando concatenazioni di immagini semplici, suscitandole sempre a nuovo e trattenerle nella coscienza dominandole, gestendole a nostra volontà. Occorre riposare in esse, acquisire un sentimento di dominio e di controllo totale su di esse, come fa un giocoliere con le sue palline.
L’esercitarsi a concentrarsi istituisce nell’anima la tendenza ad assumere in sé fermezza e sicurezza, come uno stato di riposo cosciente della mente: col tempo si deve riuscire ad evocare tal sentimento a comando, anche senza concentrazione su oggetti.
In tal modo si arrivano a sperimentare interiormente delle immagini che in rapporto alla forma in cui appaiono assomigliano agli usuali ricordi, ma hanno contenuti e provenienza diversa.
Si potrebbe dire che prima con la concentrazione di deve realizzare una “immaginazione autoprodotta”, per giungere a sperimentare rappresentazioni di natura superiore, di grado più intenso. Si avverte chiaramente che queste immagini, seppur simili e “imparentate” come natura ai consueti ricordi, non si riferiscono a nessuna nostra esperienza passata avvenuta dalla nostra nascita ad ora. Sono come ricordi che affiorano sì dalla nostra memoria, ma non ci appartengono, non fanno parte della nostra attività del passato.
Si ha inoltre la forte impressione che dentro tali immagini vi sia una realtà più poderosa dei comuni ricordi.
Solitamente le nostre azioni vengono “impresse” nel nostro corpo eterico e possono venir richiamate a comando, successivamente. Possiamo “ripescarle” a piacimento perché si trovano contenute nella nostra memoria vitale/eterica. Non è così per le rappresentazione immaginative. Esse possiamo afferrarle solo per mezzo delle nostre forze animiche interiori. Perché esse non sono depositate nel nostro corpo eterico, ma altrove.
Goethe e il suo metodo di osservazione vivente
Per osservare le immaginazioni, non è bene utilizzare la ragione. Essa le distrugge.
Goethe aveva istituito un metodo di osservazione pura, in cui usava la ragione non per “ragionare” o dedurre significati intellettuali dalle cose: usava la ragione per leggere le cose.
Noi leggiamo formando un tutto con le singole lettere: ogni singola riga ci consegna un determinato senso o concetto. Analizzare le singole lettere non ci porterebbe a nulla. Dobbiamo operare una sintesi: dimenticarci della totalità delle lettere, per accogliere il significato che tutte insieme contengono, esprimono nella loro totalità.
Goethe faceva lo stesso con i singoli fenomeni della natura. Non filosofeggia sulle vibrazioni del suono, della luce, delle forze misteriose che potrebbero esistere dietro ad un processo. Non usa la ragione per speculare cosa opera dietro i fenomeni. Ma così come noile ggendo uno scritto dobbiamo collegare ogni lettera e dimenticarci dei particolari per cogliere il significato concettuale, egli riunisce tutti i singoli fenomeni in modo che sia possibile leggerli nel loro insieme. Goethe adopera il pensiero come un mezzo di “lettura cosmica”. Egli attende che la contemplazione dei singoli fenomeni lo porti a far si che essi si spieghino a vicenda componendosi in una unità. Non cerca qualcosa dietro al singolo fenomeno, ma cerca di “leggere” nei fenomeni che accadono spazialmente e nel tempo, un significato superiore. “Non si cerchi nulla dietro i fenomeni, sono essi stessi l’insegnamento.”
Per Goethe la ragione, il pensiero serve unicamente per:
- Organizzare le modalità e la serie degli esperimenti
- Mettere in rapporto i singoli fenomeni in modo da farli parlare da sé.
Si deve riuscire addirittura arrivare a superare lo stesso Goethe (che era il precursore di questo nuovo modo di indagare) per arrivare a conseguire un sentimento di unificazione con i processi stessi. Si deve voler vivere entro i fenomeni, desiderare di immedesimarsi in essi, vivendoli intensamente. In tal modo si realizza quell’atteggiamento di dedizione amorevole nell’atto della ricerca.
Il “ricordare” goethiano
Secondo le indicazioni di Goethe, dobbiamo quindi rieducarci alle fenomenologia e all’osservazione. Ma la vera novità dell’indagare goethiano sta nella fase finale.
Immaginiamo per esempio che l’indagine sia rivolta verso una determinata pianta o un dato minerale; anche se questo è applicabile anche ad eventi umani.
Dopo essersi familiarizzati con l’intero decorso spaziale/temporale dei vari fenomeni, dopo aver realizzato diverse e attende osservazioni del tema indagato, occorre ritrarsi in un ambiente appartato e silenzioso. Occorre cominciare a ricordare esattamente e chiaramente tutte le osservazioni compiute, tutti i singoli particolari indagati. Possibilmente senza usare le parole e la dialettica, ma solo evocando le immagini di ricordo le osservazioni compiute. Accade allora che fra i ricordi e unitamente all’attività del ricordare si affaccerà una nuova immagine ben densa e pregna, nella nostra coscienza. Si tratterà poi di cancellare tutto, di reprimere tutto per deliberazione interiore: attivando la coscienza ispirata. Si dirigerà ora l’attenzione soltanto verso la forza animica di dedicazione impiegata. La coscienza deve essere sgombra di immagini: impregnata solo dell’eco della forza di sentimento spesa sinora.
E si attenderà così pazientemente, un responso dal mondo spirituale. Che non tarderà ad arrivare al di là dell’abisso. Apparirà una conoscenza che mostrerà un altro lato dell’esistenza.
L’esercizio sarà quindi con questo ritmo: concentrazione, meditazione, costruzione delle immagini, cancellazione.
Il mandare via le rappresentazioni, il cancellarle è un esercizio che rafforza il sentimento di libertà interiore.
I ricordi sono come specchi
Ciò che è stato impresso nel corpo eterico viene trattenuto in modo tale che non vi si può guardare dietro. Come in uno specchio. Guardando i propri ricordi si ha l’impressione che sia la facoltà della memoria stessa a impedirci di conoscerla. Si auto protegge dal farsi conoscere. In realtà l’effetto “specchio” si genera perché in noi possa sorgere l’autocoscienza.
Tramite l’ispirazione si riesce ad eliminare l’effetto “specchio” generato dalla memoria: si arriva a conoscere l’essenza dell’organizzazione umana, negli organi. Ora che lo specchio è caduto, si impara a conoscere le forze che presiedono alle attività del polmone, dello stomaco, dei reni. Si penetra nella nostra organizzazione.
Molte narrazioni provenienti da santi e mistici risultano da una penetrazione che essi effettuavano inconsapevolmente all’interno di se stessi, dei loro organi.
Con l’ispirazioni è possibile arrivare alla comprensioni dei grandi misteri e connessioni fra il corpo umano (organi) e le entità abitanti negli astri, nel cosmo. Si palesano collegamenti con realtà spaziali planetarie, spirituali, astrali e temporali: si vengono a conoscere anche le Ere e i processi spirituali da cui quegli organi si sono formati. Si svela il rapporto fra l’organizzazione umana e il cosmo.
L’intuizione e la Fede
Andando oltre, e rafforzando l’immaginazione e l’ispirazione si sviluppa la coscienza intuitiva.
- La percezione sensoriale dona la visione del mondo fisico;
- L’intuizione è la percezione della manifestazione del mondo spirituale
Così come nel mondo dei sensi l’uomo ha coscienza dell’esistenza del mondo fisico, tramite l’intuizione ha la dimostrazione dell’esistenza di Dio.
L’intuizione è connessa con l’esperienza della fede, ma non come sensazione nebulosa e mistica, ma come certezza matematica e logica.
- Tramite la conoscenza immaginativa ci appare il panorama eterico di questa vita corrente;
- Tramite l’ispirazione ci appaiono le esperienze vissute nel mondo spirituale nel periodo prenatale, prima del concepimento e di ritornarvi dopo la morte;
- Tramite l’intuizione abbiamo la rivelazione delle nostre passate vite terrene.
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