Bologna, Agosto 2010
Rielaborazione individuale de
“l’Antica e moderna Iniziazione"
dalle 8 conferenze tenute a Dornach
dal 1° gennaio al 19 febbraio 1922 da R. Steiner
A cura di Tiziano Bellucci

1
L’uomo è il punto di equilibrio fra i due pesi della bilancia: l’essere che tiene in equilibrio forza arimanica e luciferica.
Egli è esposto continuamente a due pericoli: direzionarsi da un lato verso lo spiritualismo più fanatico e verso l’altro lato, nel materialismo più cristallizzato.
E’ come se egli fosse posto sulla cima di un aguzzo monte, circondato da due baratri: l’abisso della passione luciferica e dell’aridità arimanica.
Nell’ambito corporeo esistono due polarità: forze calde fluide, che soprattutto nella fanciullezza tendono a fare ringiovanire (luciferiche) e altre forze fredde sclerotizzanti, che nella senilità tendono al fare invecchiare (arimaniche). Si tratta delle forze del crescere (della nascita), e le forze del deperire (appassire), della morte.
Tutti gli organi tendono a surriscaldarsi e a raffreddarsi: ad essere più o meno irrorati di sangue.
Le forze arimaniche diventano attive cominciando dalla parte superiore del corpo, dalla testa, soltanto verso i 7 anni, quando comincia il cambio dei denti.
La scienza dovrà arrivare a trattare e parlare di forze arimaniche e luciferiche alla stessa stregua di come oggi si parla di magnetismo positivo e negativo, senza pregiudizi e misticismi.
Nell’ambito animico Arimane domina l’elemento intellettuale, analizzando tutto con angusta pedanteria ed arida unilateralità.
Lucifero invece esalta l’uomo ad innalzarsi al di sopra di se stesso: esso fomenta il rinnegare la materia e il superamento della propria umanità: la soffocante mistica di sé o ascetismo.
Al contempo Lucifero è colui che ci sprona ad essere artistici. L’aspirazione luciferica è di allontanare l’uomo dalla realtà dell’esistenza terrestre, per riportarlo indietro ad altre epoche remote: a ritardarlo.
Arimane invece tende alla fretta, all’urgenza, alla rapidità, all’accelerazione.
Al riveglio mattutino, per farci penetrare nella coscienza di veglia operano massimamente forze arimaniche che sono “incarnanti”; all’addormentamento invece penetriamo nella coscienza di sonno tramite forze luciferiche, “escarnanti”.
La forza arimanica si esprime maggiormente nel nostro pensare; la forza luciferica nel volere.
Si può dire che dal 400 d.c. e per tutto il medioevo, sino al 1500, l’uomo subiva soprattutto l’influenza luciferica, doveva difendersi da essa.
Dal 1500 sino all’epoca attuale operano invece le forze arimaniche: ci attaccano.
2
Il Cristo non è un Dio del popolo, né un Dio di razze o di un gruppo, ma una religione dell’uomo singolo. E’ un Dio individuale, personale.
L’occidente ha il compito di fornire una nuova comprensione del concetto e del sentimento di “Dio padre”, a lato delle entità del Figlio e dello Spirito Santo: nel passato tale concetto era ineffabile, inafferrabile e indefinibile. L’occidente ha la missione di “svelare” in altri modi alla coscienza umana la figura del “Dio Padre”.
L’oriente invece tende a voler comprendere la figura del Figlio.
In mezzo vi è lo Spirito, che vuole equilibrare le due figure.
Da un lato nell’occidente si palesa il sapere, nell’oriente la fede.
Occorre che il centro “sia mediatore” di una conoscenza che sorga fra “sapere e fede”.
Wladimir Solovijev è un degno portatore di questa nuova corrente, bilanciatrice.
3
La religiosità nell’antica epoca Indiana.
Vi era un profondo legame con il divino; il sentimento religioso era per quei popoli seducente quanto lo sono oggi per noi i nostri concetti scientifici ordinari. Allora imperava nell’anima un “sapere immaginativo”: significa che in quegli uomini viveva una religiosità non intessuta solo di fede, di sentimenti di credo, ma di immaginazioni. L’uomo aveva una grande conoscenza di come era stato edificato l’universo, che si presentava in precise e chiare immagini. Non si trattava però di una riproduzione visiva di fatti meccanici, di avvenimenti fisici: non era qualcosa di paragonabile al modo di indagare tipico dell’astronomia o dell’astrofisica attuale, dove l’universo appare come un gigantesco meccanismo che si regge su leggi impersonali, statiche e prevedibili.
Negli antichi indiani queste leggi erano “entità divine”.
L’antico indiano leggeva la scrittura occulta scritta nelle stelle
Ecco la differenza fra sapere scientifico e conoscenza immaginativa: per l’antico indiano chiaroveggente gli astri, le stelle e i pianeti non erano masse fisiche calcolabili ed osservabili, ma simboli di un alfabeto occulto. Egli vedeva dietro ad essi una “scrittura vivente” che rimandava a fatti e processi occulti.
Esempio: si immagini di partecipare ad una festa, ad un avvenimento con altre persone dove si facciano cose bizzarre, particolari e movimentate: poi si immagini il giorno dopo, di leggere sul giornale il resoconto di quell’evento. Si noterà come poco vivente sarà l’impressione che si riceverà leggendo la scrittura, rispetto a quanto di grande si aveva vissuto in prima persona il giorno prima.
Qualcosa di similare veniva sperimentato nell’anima dell’antico indiano: le costellazioni erano per lui come i “segni grafici”, di un resoconto scritto nel cielo, che narrava di fatti cosmici accaduti nell’antico passato a cui ogni uomo aveva partecipato. Queste immagini stellari suscitavano in lui un vivo sentimento di amore e devozione, perché lo rimandavano a tempi in cui si viveva immersi nella grazia e nell’armonia. L’uomo sentiva i suoi arti costitutivi compenetrati dal divino: sentiva vivere nei suoi pensieri, nel suo coraggio, nei suoi desideri la volontà divina. Era consapevole che entità spirituali pensavano, sentivano e volevano in lui: l’antico indiano sapeva che il divino esigeva che la sua Volontà venisse compiuta tramite lui.
L’epoca paleo persiana
L’indiano che guardava nel cielo sentiva ovunque singole entità, diverse entità una affianco all’altra: tanti abitatori del mondo spirituale. Ma il progresso dell’evoluzione umana consiste nel fatto che dapprima si doveva sempre più sbiadire il sentimento di religiosità, si diminuisse la sensazione di essere inseriti nel cosmo. E così fu andò a prepararsi nella seconda epoca, quella paleopersiana. Per la coscienza umana, piano piano tutto ciò che appariva singolo sbiadì: ciò era “individualità spirituale”, si “raggruppò” con le altre individualità andando a costituire una totalità, formando per l’uomo, un “tutt’uno”. E’ come se le entità del mondo spirituale si fossero “allontanate” dalla percezione interiore umana. Si immagini da una prospettiva ravvicinata, di stare osservando uno stormo di uccelli: si vedrebbero i singoli uccelli. Man mano che ci si allontana tutto diviene una massa confusa, addirittura un ente omogeneo, una forma globale unitaria.
Significa quindi che più gli uomini si allontanarono il cosmo spirituale divenne sfuocato e andò a costituirsi in una unità.
Epoca egizio caldea
La realtà spirituale continuò a sbiadirsi ulteriormente. L’egizio e il caldeo non vedeva più la singola immagine spirituale, ma poteva comprendere la generale volontà divina leggendola, traducendola dall’interpretazione dei movimenti delle stelle e dei pianeti.
Si originò così la conoscenza astrologica, nella quale veniva interpretato il destino degli uomini e dei popoli, come determinazioni scaturite dalla volontà divina. La vita interiore dell’egizio era collegata con gli eventi cosmici e naturali: fasi lunari, orbite planetarie, stelle, piene del Nilo. La condotta di vita, le leggi del popolo provenivano dall’interpretazione dei movimenti stellari. Essi traevano indicazioni per come condurre la loro vita dal cielo e dalla natura. Nella luce del giorno non sentivano “sostegno”; piuttosto di notte giungeva a loro “chiarezza” interiore. Come se solo durante la notte poteva restaurarsi una complicità con il mondo spirituale, come se le stelle notturne potessero “consolare” gli umani con la loro presenza, che nell’interpretazione dei loro moti, fornivano al caldeo e all’egizio sicurezza per la vita.
“Il sole diurno abbagliava e accecava la coscienza umana; solo la delicata luce delle stelle vi irraggiava saggezza”.
Epoca greco romana
I greci cominciarono a “invertire” il processo di influenza dello spirituale: essi cominciarono a ravvisare più nel sole le forze che potevano fornire aiuto piuttosto che l’oscura luce notturna. Tutto divenne filosofia razionale: cosmosofia, filosofia, religione.
Tutta la filosofia greca tendeva a far affezionare interiormente l’uomo alla terra, a farlo sentire unito alla terra. Anche nella religione non si voleva creare una separazione netta fra mondo spirituale e mondo fisico, ma anzi una correlazione, una interdipendenza. Si vedeva il divino vivere e scendere fra gli uomini. Gli Dèi si relazionavano con gli umani sulla terra, con rapporti diretti.
Periodo attuale
La cosmosofia greca dal 15 secolo si trasformò in sola cosmologia e geologia. E la filosofia divenne filologia. La religione, smise di Ri-congiungere l’uomo con il cosmo, ma lo spinse a unirsi, a sottomettersi al dominio della chiesa. Tutto divenne astratto.
4
La conoscenza, i Misteri, il pensare autonomo e Arimane
Più si retrocede nella storia, più si percepisce che l’umanità viveva una coscienza visionaria istintiva. Man mano regredì la capacità umana di penetrare spontaneamente nei mondi spirituali, sino ad arrivare in un punto in cui si giunse alla totale incapacità di averne coscienza sia in vita, sia dopo la morte fisica. A tal punto si ebbe bisogno di un nuovo impulso per risollevare l’umanità verso una nuova possibilità di contatto con lo spirituale. Accade il mistero del Golgota.
Prima del Golgota, chi avesse voluto accedere ad una qualche visione o esperienza sovrasensibile doveva rivolgersi ad una istituzione, ad una scuola occulta. I cosidetti “misteri”. Solo successivamente l’uomo potè arrivare ad appropriarsi di talune conoscenze tramite un proprio sapere autonomo, senza l’aiuto dei misteri. Tale possibilità gli conferita da quell’entità definita anche “principe di questo mondo (della Terra)”: Arimane.
Arimane dominava il corpo fisico umano.
Dopo il sacrificio del Golgota, egli si trovò a dover dividere la supremazia che aveva sul corpo fisico umano con il Cristo.
Da quel momento infatti il Cristo non influenza sola la parte eterica ed astrale dell’uomo, ma anche la parte fisica e propriamente la parte intellettuale, razionale.
Egli opera anche lì.
Prima del Golgota non era possibile arrivare a rivelazioni di fatti occulti tramite il pensare.
Il pensare si rese autonomo solo dopo l’avvento del Cristo.
La bevanda dell’oblio e l’assenza di spirito nel cervello
Nei misteri, l’iniziando doveva ad un dato momento bere la “bevanda dell’oblio”. Tramite un infuso fatto di sostanze fisiche, si produceva un oblio della sua memoria. Egli dimenticava la sua biografia. Si realizzava una amnesia totale, una perdita di memoria. Oggigiorno questo “oblio” può essere prodotto animicamente prima evocando in un grande quadro la propria biografia e poi reprimendola volutamente con sforzo interiore.
L’obiettivo non era però il dimenticare: in realtà il dimenticare rendeva il pensare più mobile, più intenso. Diventava anche però più ottuso e sognante. La bevanda dell’oblio costringeva il discepolo a pensare tramite il liquido cerebrale piuttosto che con la massa solida del cervello.
Il cervello è un organo che per sua natura è predisposto a non essere compenetrato dalla parte animico spirituale umana. All’interno del cervello non troviamo né l’anima né lo spirito umano. Per questo si rende possibile il pensare mediato dalla percezione dei sensi.
Il cervello non può accogliere ciò che nel’uomo è eterno.
Tramite l’assunzione della bevanda dell’oblio il discepolo poteva far penetrare nel cervello la parte animico spirituale, in via eccezionale.
Lo spavento e il fuoriuscire del corpo eterico
La paura crea un irrigidimento dei muscoli, ha un effetto paralizzante.
Con tale irrigidimento l’animico spirituale esce libera dai muscoli.
Subito dopo aver somministrato la bevanda dell’oblio del discepolo (che faceva penetrare lo spirituale nel cervello), si tentava allora con artifizi, di provocare al discepolo un terribile spavento. Lo shock determinava la fuoriuscita della parte animico spirituale, tranne che dal cervello. (Questo shock veniva causato anche tramite tentativi di annegamento o di soffocamento) Questo creava al discepolo, la possibilità di entrare nel mondo spirituale: sperimentare la propria essenza animico spirituale significa penetrare, entrare nei domini del mondo spirituale, nel regno unitario ove la nostra anima è parte di esso.
Il discepolo diveniva cosciente di avere una parte divina, che era esistita prima della sua nascita.
Questo tipo di artifizi non sono più praticabili oggigiorno. Dal quindicesimo secolo in poi l’uomo si è strutturato in modo che tali pratiche produrrebbero in lui qualcosa di patologico.
Arimane e il blu del cielo
L’elemento arimanico diffuso nell’atmosfera determina la sensazione del “blu”.
Il freddo è sempre bluastro. Anche nell’uomo pallido e freddo vi sono venature bluastre.
L’avvertire il freddo è l’azione arimanica, l’arrossire è l’azione luciferica.
L’uomo deve aver ben chiaro che non è possibile raggiungere un certo grado di chiaroveggenza o di iniziazione mediante l’ordinario atteggiamento dell’anima. Questo non è ottenibile con l’abituale educazione e la vita di tutti i giorni.
5
Usualmente l’uomo pensa usando il corpo, il cervello.
Tramite gli esercizi occulti si arriva a pensare senza fare uso dell’organo cerebrale. Tramite la disciplina l’anima diviene tanto forte da non aver bisogno del corpo su cui appoggiarsi per pensare. L’anima pensa poggiando su se stessa. L’anima deve diventare capace di deporre il corpo.
Scopo dello sviluppo dell’immaginazione è conservare una parte di noi che pensa e critica usando il cervello ordinario, mentre contemporaneamente insieme ad questo primo essere, sorge un secondo essere che pensa senza usare il cervello. Dal primo uomo se ne sviluppa un secondo.
Per l’iniziazione moderna è dannosa ogni visione spirituale priva di pensiero. Il pensare verace, esatto che abbiamo sviluppato nel mondo fisico va accompagnato e trasposto nella conoscenza superiore. E fondamentale per questo sviluppare un pensare esatto, corretto.
Un pensare esatto si educa cercando di osservare senza intromissioni di sensazioni, giudizi o emozioni. Si tratta di limitarsi a considerare solo ciò che si sta osservando. Considerare solo ciò che si vede.
L’occhio fisico deve essere altruista, per poter compiere bene il suo lavoro. Deve essere trasparente. Allo stesso modo, il nostro corpo fisico deve diventare trasparente per l’anima. Si vede nel mondo spirituale soltanto quando si guarda attraverso se stessi.
Per giungere nel mondo spirituale occorre guardare in se stessi.
6
Il pensare ordinario ci consegna solo una parte superficiale circa la realtà delle cose del mondo: è un riflesso. Come un ombra di un pensare superiore.
Prima che l’uomo si incarni, egli vive in un pensare vivente, attivo e mobile.
Si potrebbe dire: il confronto fra l’esperienza del pensare che sia aveva prima di incarnarsi e quello attuale equivale all’ avere davanti a sé una persona e poi all’osservare la sua ombra.
Il pensare ordinario è a confronto con il vero pensare come un ‘ombra nei confronti di un uomo reale.
Di “vero” pensare si può parlare solo prima della nostra venuta nella carne, prima della nostra nascita fisica. Prima viviamo il pensare vero, dopo osserviamo la sua ombra.
Prima della nascita fisica si vive nel tessere del pensare diffuso in tutto l’universo: si partecipa alla vita generale del pensare cosmico. Come se si avvertisse il dialogare di tutti i cori angelici, uniti in un unico pensare vivo, musicale.
Si può dire che il pensare ordinario è pensare cosmico “contratto” in un punto.
Poco prima di incarnarsi l’anima comincia a sentire stanchezza della vita extraterrestre. Compare un sentimento simile al voler “fuggire dall’universo”; l’uomo prova una sorta di timore, di paura sentendosi nell’elemento in cui è inserito. Sente come un condizione di estraneità per l’universo, come se quella condizione non gli servisse più a nulla. Aspira a “contrarsi” in una corporeità umana.
L’anima si deve scegliere un involucro. Tende ad avviarsi verso quel cervello, quel feto che contenga in sé la massima somiglianza con la configurazione stellare, con la costellazione nella quale l’anima si trova prima di discendere sulla terra.
Ciò che compare entro il corpo (l’anima) lo si potrebbe chiamare “paura del cosmo” compressa.
L’elemento spirituale umano, per penetrare nel corpo deve compiere due trasformazioni. Il primo è il seguente.
Quando muore qualcosa, rimane sempre il suo cadavere. Quando l’uomo si incarna sulla terra, provenendo dallo spirituale “muore” per il mondo spirituale; il cadavere che resta a testimoniare questa morte, è ciò che poi diventa il pensare ordinario.
Così come il cadavere fisico si scioglie e si scompone in elementi fisici, muorendo l’animico nel mondo spirituale esso si dissolve diventando pensieri fisici.
Così come la terra assorbe il cadavere fisico deposto, così durante tutta la nostra vita terrena assorbiamo in noi il cadavere di pensiero che abbiamo deposto prima di venire sulla terra. In altre parole: l’uomo può pensare perché usufruisce della “sostanza” del cadavere che costituiva il suo “corpo” di pensiero prima di incarnarsi. L’espressione del pensare umano è in realtà, un “esalazione di elementi spirituali putrefatti”.
L’altro elemento che metamorfosiamo giunti sulla terra è il desiderio di partecipare alla vita e al sentire insieme agli altri. L’ interesse, la meraviglia, l’attrattiva verso un fiore, una pianta o un umano ci è dato da una forza in noi predisposta, che ci portiamo dalla vita preterrena: il condividere, il prendere parte è un residuo di una disposizione proveniente dalla vita prima di incarnarci.
Quindi si può dire che: ciò che viveva in noi e si esprimeva quale essere spirituale prima della nascita lo si può rintracciare:
- nel nostro “mondo morto dei pensieri” che si palesa nella nostra attività pensante durante la vita;
- nello stimolo ad interessarci del mondo, a parteciparvi.
E la sensazione di “paura” che si prova verso la fase finale della vita preterrena si esprime sulla terra come:
- Sentimento di sé (forza di coesione interiore)
Una volta penetrati in un corpo fisico, la paura si metamorfosa in quello che avvertiamo in noi come “sentimento di noi stessi”; la sensazione di sentirsi sostenuti da qualcosa di interiore è la sensazione di paura quando l’uomo vuole fuggire il mondo spirituale.
La paura si trasforma anche in qualcosa d’altro: ogni nostro impulso volitivo, ossia la nostra volontà è paura metamorfosata.
Gli esercizi del libro Iniziazione aiutano a supportare la paura che apparirebbe in ciò che per noi sono sentimento di sé e la volontà. Esiste in noi dunque nel nostro sentire di noi stessi e nella nostra volontà, una “nascosta paura” del cosmo spirituale.
In ogni percezione vi è il germe dell’intuizione
La forza di pensiero vivente che diviene poi in noi durante la vita terrena il pensare morto, è la stessa che da lontananze cosmiche configura poi i nostri stessi organi fisici. Si tratta del “pensare universale”. Questa forza universale, o pensare vivente cosmico, penetra nel nostro piccolo organismo con la nascita fisica, come contraendosi in un punto.
Mentre compiamo un osservazione, le cose del mondo vorrebbero penetrare in noi: vorrebbero farci diventare loro. Di fatto, ogni atto percettivo è un intuizione inconsapevole. Se non agisse qualcosa nell’uomo, durante ogni osservazione si assorbirebbe l’altro, ci si fonderebbe con l’oggetto osservato. La nostra organizzazione è però costituita in modo da preservarci dalla “fusione” con gli oggetti osservati. Non rende possibile “l’intuizione”. Di fatto la “fusione” fra noi e l’oggetto accade comunque, restando però inconsapevolmente non registrata dalla coscienza. Infatti si attua una “riflessione” della forma osservata e non una “penetrazione”. Di fatto le cose esterne tenderebbe sempre a far si che ci trasformiamo in loro, che diventiamo loro.
Osservando una cosa, essa vorrebbe nascere in noi, farci prendere la sua forma, la sua essenza. Il nostro cervello si oppone però a questo, creando l’effetto “specchiante”. La cosa osservata di proietta nel cervello solo come riflesso, senza possibilità di “trasformare” il cervello. In realtà lo spirito che pervade ogni cosa, tenderebbe a rendere simile a lui ogni osservatore; lo “ingloberebbe” facendolo parte di sé.
Il cervello “rigetta” sempre indietro l’attività di trasformazione dello spirito nei nostri confronti: il cervello rifiuta l’intuizione. Crea il riflettere. Perdendo la possibilità di diventare l’oggetto, quindi di incontrarlo come essere vivente, il pensare cosmico dell’oggetto scade in pensare astratto: appare in una forma fisica. Una caricatura della sua vera essenza.
Il “corpo” di pensiero che si ha dopo la morte
Giacché partecipiamo alla vita terrestre, con il nostro sentimento di noi, scambiando e condividendo pensieri con altri umani, edifichiamo in noi una sorta di “corpo di pensieri” (corpo mentale?) che diviene di nostra proprietà nella vita dopo la morte.
Mentre nella vita terrestre tramite l’esperienza che traiamo dal nostro sentimento di sé sappiamo di vivere solo entro noi stessi, dopo la morte impariamo a vivere dentro alle altre entità delle gerarchie superiori. Questa vita “negli altri” ci serve anche per rafforzarci interiormente, per accogliere altissimi contenuti morali.
Quando siamo sulla terra, la natura non ci richiede di “diventare” parte di lei. Quando osserviamo un albero, esso non ci chiede di penetrare o trasformarsi in lui, di diventare parte della sua linfa, del suo legno. Invece nel mondo spirituale, la condizione naturale della vita è di immergersi in tutto, di diventare partecipi con la propria essenza, dell’essenza degli altri.
Il sentimento di sé che abbiamo, ci serve quando saremo là: esso ci preserva dall’annullamento. Tramite esso ci immergiamo negli altri, ma riusciamo a conservare un po’ della nostra coscienza di essere stati umani. Si deve però fare attenzione a distinguere il sano sentimento di se dall’egoismo. Infatti non è l’egoismo che ci aiuta in questo. Il sano sentimento di sé si edifica in noi solo se abbiamo realizzato nella vita terrena sani principi morali.
Paganesimo e Antico testamento
Il paganesimo aveva un culto politeista, con infinite immagini delle divinità; l’antico testamento predicava un solo Dio.
Il pagano si occupa più delle leggi di natura, come leggi morali esterne ordinatrici. Non si interessava di sapere se anche quelle leggi vivessero in lui, nella sua anima e agissero in lui come norma morale.
L’ebreo invece non si occupava di vedere Dio agire nella natura; lo vedeva solo come esterno legislatore di se stesso.
Il paganesimo tendeva a conservare la coscienza per immagini (contemplazione di idoli); l’ebreo invece ricercava la coscienza ispirata, svuotandosi dalle immagini.
7
Attraverso la nascita, viene trasportato dall’esistenza preterrestre:
- Il pensare vivo che si presenta come pensare morto e sentimento di partecipazione;
- La paura di vivere nell’universo si presenta come sentimento di sé e volontà di agire.
Nella forza che compenetra il nostro pensare, nel suo astrattismo, sperimentiamo ciò che fu la nostra vita prenatale, che si presenta come un cadavere.
L’anima viene come “uccisa” penetrando nella vita fisica; nel senso che essa deve essere come bloccata, fissata in una forma. L’anima cessa di poter partecipare al continuo fluire della vita dello spirito. Vita che è come fluire e condividere l’esistenza comunitaria in un mare spirituale, in cui eravamo goccia; goccia che per diventare cosciente di sé ha dovuto condensarsi in un cristallo: il corpo fisico.
Nei tempi antichi non si pensava soltanto, in senso astratto. Si viveva intimamente ciò che si pensava. L’uomo era ancora capace di cogliere l’elemento vivente che promanava dalle cose, la loro essenza. L’uomo percependo una forma non ricorreva alla logica, alla memoria associativa; non “aggiungeva” i suoi concetti alle cose, ma lasciava che le cose consegnassero a lui la conoscenza di se stesse, i propri contenuti.
Dal 1413 in poi il pensare raggiunse il punto di maggiore “astrazione”, di aridità.
Per l’uomo andò perduto il sentimento di partecipazione con la natura che nell’antichità era esperienza comune. Partecipazione che indicava l’unione di base che esiste innatamente fra lo spirito dell’uomo e ogni cosa, che era reale esperienza nel prenatale.
Nell’epoca moderna, si ebbe la sparizione di tutti gli spiriti elementari nella natura: realtà che invece era condivisibile in forma istintiva nell’umanità prima del 1400.
La testa espressione della vita precedente
L’organizzazione della testa è la ricostituzione metamorfica dell’organizzazione delle membra e del ricambio. Sia per quanto riguarda la forma fisica, che quella animica.
La forma esteriore (guscio) è la metamorfosi delle membra e delle dita accavallate su stesse(cranio, mandibola, denti); il suo contenuto (cervello) è la metamorfosi degli intestini.
Ciò che abbiamo fatto in merito ad azioni in questa vita, si esprimerà nella prossima vita come qualità del nostro pensiero. I pensieri che facciamo oggi, sono un “eco” di azioni compiute nella vita precedente. Ciò che facemmo in una vita, si riverbera oggi in noi come tendenza a pensare in un determinato modo.
Il sistema ritmico e la vita prenatale
Nell’organizzazione del torace abbiamo l’effetto delle esperienze avute in comune con altri essere spirituali, nella vita prenatale. Nel sentire vivono, riecheggiando, ricordi di esperienze cosmiche trascorse nel prenatale.
Nella nostra respirazione e circolazione attuale continua a vibrare l’eco di quelle Entità in cui eravamo intessuti nella vita spirituale. La sensazione del nostro tono “vitale”, il nostro senso della vita, è una reminescenza di ciò che in noi continua ancora ad agire, come vita passata nello spirito.
Nel sistema del ricambio vive l’io
Se vogliamo capire invece cosa agisce nel ricambio, dobbiamo sapere che in particolare nelle punte delle dita e dei piedi vive il nostro io. L’io vive attualmente nelle estremità del corpo.
Osservando chiaroveggentemente la testa di un uomo si viene riportati alla conoscenza della sua vita precedente; osservando la sua parte mediana si vede la sua vita prenatale; osservando le dita e i piedi si afferra l’io che agisce nel presente.
Il greco pagano antico
Il greco vedeva l’agire soprannaturale degli esseri della natura e delle forze del destino; allora non era ancora concepibile una possibilità della scelta umana, del libero arbitrio. Tutto era regolato dagli dèi, dalla “Fortuna” (destino).
L’Ebreo
Per l’ebreo invece non poteva esistere una scienza della natura, ma solo un attenersi alle regole divine. Non riconosceva una saggezza nella natura.
Si eliminò il politeismo perché si volle cancellare nell’uomo la possibilità di indagare il mondo elementare, degli esseri della natura.
8
Il mistero del Golgota può essere compreso solo in quest’epoca: epoca in cui il pensare è morto. Ma la sua comprensione è legata alla “vivificazione” del pensare morto. Esso si rivifica soltanto tramite l’acquisizione di qualità superiori dell’anima, superando l’ordinario pensare.
Si può dire che l’uomo dei sensi e dei nervi vive in un ambiente terreno (ossa) e acquoso (liquido cefalico).
L’organizzazione ritmica vive fra acqua (sangue) e aria (respirazione).
L’organizzazione del ricambio vive nell’aria (interna ed esterna) e calore (interno e esterno), infatti muovendo o camminando bruciamo l’ossigeno in noi e negli alimenti che assumiamo.
La testa può essere studiato solo tramite la facoltà immaginativa;
il ritmo tramite la facoltà ispirativa;
le membra a mezzo della facoltà intuitiva.
L’uomo resterà sempre una entità misteriosa sino a quando non verrà studiato a mezzo dell’immaginazione, ispirazione e intuizione. Si deve tendere a superare l’ordinaria capacità di conoscenza.
Fine
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