Alchimia
Paracelso, Raimondo Lullo, Tommaso d'Aquino, Pico della Mirandola, Nicholas Flamel, Michael Sendivogius, Michael Maier, Johannes Helvetius, J.B. van Helmont, Jacob Bohme, Basilio Valentino, Conte di S. Germain, Alberto Magno, Avicenna, Arnaldo da Villanova, Kristian Rosenkreutz, Fulcanelli
Davide Arecco (Università di Genova)

Nell’ambiente protestante tedesco a cavallo tra XVI e XII secolo, una delle figure più interessanti e complesse è proprio quella del grande mistico e teosofo Jacob Bohme. La complessità e la cripticità del messaggio teosofico di Bohme, ha impegnato per secoli cultori di filosofia e di studi religiosi ed esoterici. Influenze ermetiche e cabalistiche si innestano su di una speculazione teologica e su di un afflato mistico che rendono ancora oggi gli scritti di Bohme un affascinante ed attraente dedalo filosofico e religioso.
Figura svettante nella storia della spiritualità europea, grande mistico e poeta, nato ad Altseidenberg in Slesia nel 1575 e morto a Goerlitz per un accesso di febbre il 17 novembre del 1624, Jakob Boehme è tra le più importanti personalità della cultura tedesca di origine protestante all’inizio dell’età moderna. La sua influenza, un’influenza tuttora ampia e profonda, è paragonabile forse solo a quella di Paracelso. La sua fama oltrepassò da subito i confini tedeschi. Fra le discipline da lui coltivate vanno annoverate la poesia, la filosofia, la stessa religione.
Fra XVI e XVII secolo Boehme fu tuttavia più noto in Olanda, grazie alle traduzioni latine delle sue opere comparse già tra il 1632 e il 1651 ed olandesi a partire dal 1639, e in Inghilterra, ove venne tradotto dapprima da John Sparrow e William Law tra il 1645 ed il 1647, poi dai platonici di Cambridge Ralph Cudworth e Henry More e dove interessò il boehmiano re Carlo I, mentre Behmenists fu il nome con il quale si chiamarono gli adepti della setta costituita intorno alle figure di John Pordage e Jane Leade.
Il capo dei quaccheri George Fox, il quale lo fece conoscere in America settentrionale, e dopo di lui Milton, Newton e Blake furono segnatamente influenzati dagli insegnamenti del Philosophus Teutonicus.
I sette capitoli di Ermete
Questa traduzione dei Sette Capitoli attribuiti ad Ermete fu pubblicata nel 1911 sul fascicolo numero VIII\XI che concludeva le pubblicazioni della rivista Commentarium diretta da Giuliano Kremmerz. La traduzione è siglata P. C.. E’ stato omesso il corredo di note. Transcribed by Massimo Marra
Ecco quello che dice Ermete:
Durante il lungo tempo ch’io ho vissuto, non ho cessato di fare esperienze, ed ho sempre lavorato senza risparmiarmi.
Non ho ricevuto quest’Arte o questa Scienza che dalla sola ispirazione di Dio. Egli si è degnato rivelarla al suo Servo.
Egli ha dato a coloro che sanno bene usare della loro ragione il mezzo di conoscere la verità; ma non è stato mai causa che qualcuno abbia seguito l’errore né la menzogna.
Quanto a me, se non temessi il giorno del giudizio, e di essere dannato per aver nascosta questa Scienza, non ne avrei parlato affatto, e non scriverei punto per insegnarla a coloro che verranno dopo di me.
Ma ho voluto rendere ai Fedeli quanto loro dovevo, insegnando loro ciò che l’Autore della fedeltà
s’è degnato rivelarmi.
Ascoltate dunque, Figli dei saggi Filosofi nostri Predecessori, non corporalmente né inconsideratamente la Scienza dei quattro Elementi sui quali si può operare e che possono essere alterati e cangiati nelle loro Forme; e che sono nascosti con la loro azione.
Poiché la loro azione è nascosta nel nostro Elisir; perché questo non saprebbe agire se non sia composto dall’unione esattissima di questi stessi Elementi; e non è punto perfetto se non è passato per tutti i Colori, di cui ciascuno nota la dominazione di un Elemento particolare.
Sappiate, Figli dei Saggi, che v’è una divisione dell’Acqua degli antichi Filosofi, che la ripartisce i altre quattro cose. Una è a due, e tre ad una.
Ed al colore di queste cose, cioè all’Umore che coagula, appartiene la terza parte, e gli altri due terzi sono per l’Acqua. Ecco i pesi dei Filosofi.

GIROLAMO RUSCELLI – Proemio ai Secreti nuovi di maravigliosa virtu (Vinegia 1567)
I Secreti nuovi di maravigliosa virtù di Girolamo Ruscelli (Viterbo 1500 circa\Venezia 1566) escono a Venezia nel 1567, dopo la morte dell’autore, quando il presunto segreto dell’identità del misterioso Don Alessio Piemontese è ormai dissolto. Le raccolte di Secreti firmate dal Ruscelli sotto lo pseudonimo di Alessio Piemontese sono, a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo, probabilmente, le più diffuse in assoluto. Decine di edizioni in italiano, latino, tedesco, inglese e francese testimoniano il sicuro successo di quello che più di uno studioso ha identificato come vero e proprio prototipo di quei "libri di secreti" che tanta fortuna ebbero in questo periodo.
Intellettuale prolifico e dai molteplici interessi il Ruscelli curò l’edizione italiana della Geografia di Tolomeo, curò (assai spesso per l’importante editore veneziano Valgrisi) opere di poeti italiani (Ariosto, Boccaccio, Petrarca), scrisse autorevoli saggi sulla lingua italiana e, seguendo una moda diffusa tra gli intellettuali del tempo, un libro sull’ermeneutica delle Imprese.
Riservò solo ai suoi libri di Secreti (quasi come ad operette marginali nel quadro della sua produzione) lo pseudonimo di Alessio Piemontese. Pure, tra tutte le opere attribuite al geniale poligrafo, sono proprio queste raccolte di ricette e di Secreti ad ottenere un successo ed una diffusione con pochi precedenti.
Il proemio ai Secreti nuovi di maravigliosa virtù che trascriviamo di seguito ha un importante valore storico-documentario, poiché rappresenta una organica testimonianza dell’esistenza di una Accademia di carattere precipuamente alchemico nel regno di Napoli in pieno XVI secolo. La descrizione, non scevra da riferimenti di chiaro contenuto simbolico, rimanda ad un ambiente intellettuale assai fertile e probabilmente identificabile. Intorno al 1541 il Ruscelli si trasferisce dalla residenza romana del cardinale Grimani, nella residenza napoletana del marchese Alfonso D’Avalos. Con una ricostruzione puramente indiziaria ma non improbabile l’Eamon collega il Ruscelli all’ambiente intellettuale e scientifico raccolto intorno alla corte del principe di Salerno Ferrante Sanseverino, alleato politico del D’Avalos contro il comune nemico rappresentato dal viceré spagnolo Pedro da Toledo.
Purtroppo intorno all’accademia descritta dal Ruscelli, non abbiamo altre testimonianze. Nonostante ciò risulta spontaneo l’accostamento analogico con l’Accademia Dei Segreti che, intorno agli anni ’60 del secolo, il giovane Giovan Battista Della Porta fonderà e dirigerà a Napoli .
La trascrizione del brano che segue è stata eseguita con criteri conservativi, essendo rimaneggiata solo la punteggiatura.
Massimo Marra

In quanto studiosi della tradizione ermetica, tutti noi riconosciamo che l’opera alchemica si sviluppa su numerosi livelli: il lavoro fisico sulle sostanze, l’esperienza e la manipolazione delle forze eteriche, il lavoro interiore sull’anima, al pari degli aspetti cosmologico-planetari.
Questi differenti aspetti dell’opera si interconnettono e si sovrappongono l’uno con l’altro.
In effetti, in un certo senso, se i vogliamo fare qualche progresso nel lavoro alchemico, dobbiamo necessariamente perseguire parallelamente questi differenti obiettivi, affiancando lo sviluppo interiore al lavoro esteriore.
Un simbolo che si ricollega a questa molteplicità di aspetti dell’opera è quello del vaso alchemico. In questo articolo desidero sottolineare alcuni modi con cui possiamo usare questo simbolo per i nostri esercizi interiori.
La tradizione dello sviluppo interiore in alchimia, si persegue trasponendo le trasformazioni ed i procedimenti alchemici sul piano interiore. Come in ogni pratica esoterica, l’interiorizzazione dell’esperienza può produrre squilibri nelle potenti energie psichiche che noi evochiamo durante il lavoro interiore, a meno che non troviamo dei mezzi per contenere queste energie. Nella tradizione dei rituali magico-cerimoniali, gli operatori usano normalmente una apertura ed una chiusura del rituale che funge da struttura di contenimento e salvaguarda dalla dissipazione le energie suscitate durante il lavoro.
Similmente, in molte tradizioni meditative, un esercizio di apertura ed uno di chiusura (talvolta basati sulla ritmizzazione della respirazione) aiutano a riconnettere e riancorare il meditante con il normale stato di coscienza, così da non lasciarlo in uno stato di dissociazione ed instabilità, sospeso tra il mondo interiore e quello esteriore.
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