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Advaita Vedanta

Shankara, Ramana Maharshi, Ramakrishna, Raphael, Sri Yukteswar, Non Dualità

Data pubblicazione Scritto da Anonimo
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How to Realize the Self Discrimination

Categoria: Advaita Vedanta
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Data pubblicazione Scritto da Michel Hulin
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LE RADICI DEL PENSIERO FILOSOFICO

Michel Hulin

 

SANKARA E IL VEDANTA

Sommario:

1. Le Upanishad
2. Chi era Sankara
3. Sankara come commentatore e teologo
4. Il pensiero filosofico di Sankara
5. Il principio pensante e non pensante:cit e acit
6. I continuatori di Sankara

 

DOMANDA: Lei ci ha parlato dei darsana. Vuole adesso, tornando al Vedanta, parlarci di Sankara ?

Per parlare di Sankara è necessario innanzi tutto riportarsi molto indietro nella storia della filosofia indiana, perché egli non si presenta come un rivoluzionario, come un pensatore che pretende a un ricominciamento, facendo "tabula rasa"del passato. Egli è inserito, al contrario, in una lunga tradizione, tradizione che è in primo luogo quella delle "Upanishad", di cui è il commentatore più celebre. Dunque mi sembra opportuno soffermarci sulle "Upanishad".

Le "Upanishad" sono un insieme di testi, gli uni in prosa, gli altri in versi, i più antichi dei quali risalgono all'inizio del I millennio a.C. Il termine "Upanishad" è di per se stesso rivelatore. E' rimasto a lungo oscuro per la filologia occidentale, ma si è finito per trovare l'accordo su un'interpretazione che posso riassumere brevemente così: le "Upanishad" sarebbero la scienza esoterica delle corrispondenze di ogni specie, che reggerebbero i diversi livelli della manifestazione. Più in particolare le "Upanishad" si presenterebbero come la scienza dei parallelismi, delle omologie, che si possono stabilire tra il corpo o più esattamente tra la persona umana, il sacrificio e il cosmo. Soprattutto nelle "Upanishad" più antiche un gran numero di passi ci mostrano che una certa realtà della persona corrisponde a una certa parte del sacrificio, corrisponde a una certa struttura del cosmo, nel senso, per esempio, in cui si può dire che il respiro dell'uomo corrisponde alle correnti cosmiche che fanno muovere gli astri, i pianeti o che l'occhio dell'uomo, con la luce che vi brilla, è omologo al sole, eccetera.

Come è stato possibile, a partire da queste premesse, delineare una metafisica? Perché dopo aver fatto corrispondere gli elementi costitutivi della persona, del sacrificio e del cosmo ci si è chiesti se non ci fosse un'origine comune di quelle corrispondenze, si è cercato in particolar modo, riguardo alla persona umana, se l'intimo principio della sua unità non dovesse essere, a sua volta, comparato a un altro elemento sottostante a tutti i fenomeni esterni, all'unità che sottostà ai fenomeni esterni.

Così si sono enucleate due nozioni assolutamente fondamentali, da una parte quella dell'atman, del "sé", di ciò che dall'interno unifica la persona, costituisce l'origine unica dei suoi atti, dei suoi pensieri, dei suoi comportamenti in generale. Dall'altra, prolungando la speculazione dei "Brahmana", sul sacrificio in particolare, la nozione di qualcosa che sarebbe come il fondamento nascosto dei fenomeni, il fondamento nascosto dell'organizzazione dei fenomeni in un cosmo unico, e si è chiamato brahman questa entità.

La mossa decisiva delle "Upanishad" è consistita, dopo aver messo in parallelo, l'atman e il brahman, nel superare la tappa seguente, cioè nel porre con una arditezza straordinaria il principio della loro unità. Da quel momento prendeva senso l'idea che la persona umana non fosse semplicemente un'entità minima, perduta nel divenire universale, ma che possedesse una dignità ontologica, perfettamente identica a quella dell'assoluto. Quindi le "Upanishad", almeno nelle parti più speculative dei testi, sono piene di una specie di ebrezza mistica, dell'allegrezza in cui si esprime la meraviglia di scoprire che, in un certo modo, l'interno contiene già l'esterno, che la persona umana è in un certo senso uguale alla totalità del cosmo.

Categoria: Advaita Vedanta
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Data pubblicazione Scritto da Prof. Paolo Scroccaro
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L'Advaita Vedânta è il Vedânta (compimento dei Veda) della Non-Dualità, solitamente considerato il vertice della spiritualità indù, poiché per la sua universalità non intende contrapporsi alle altre correnti ortodosse (darshana, cioè punti di vista), ma le "comprende" e le rispiega a partire da un angolo visuale più ampio.

Il Platonismo è l'espressione più completa della Metafisica nell'Occidente tradizionale, e come tale ha permeato per molti secoli la civiltà greco-latina, più tardi influenzando anche i settori della Cristianità meno fideistici e più sensibili a valide istanze realizzative. Il suo influsso nel Sufismo è stato ancor più considerevole, non a caso in tali ambienti Platone viene onorato quale "imam della sapienza".

Advaita Vedânta e Platonismo sono per lo più accostati ai nomi di Shankara e Platone, quasi come se essi fossero gli escogitatori di tali dottrine; in realtà, tali dottrine sono radicate in tradizioni preesistenti, ed essi furono semplicemente importanti interpreti o codificatori di esse, al pari dei Saggi delle Upanishad, di Gaudapâda, dei successori di Shankara, al pari di Licurgo, di Pitagora, di Plutarco, di Porfirio, di Giuliano Imperatore, ecc.

In quanto massime espressioni dellaSophia Perennis, Advaita Vedânta e Platonismo presentano straordinarie convergenze sulle nozioni fondamentali, talvolta espresse con formulazioni diverse, che in ogni caso si lumeggiano a vicenda. Ci soffermeremo su alcune importanti convergenze, tra cui quelle sotto segnalate, che contrassegnano l'a-b-c della Metafisica in quanto tale.

La funzione dei miti e dei simboli: l'approccio "esoterico" ad essi è indispensabile per oltrepassare le ristrettezze del letteralismo, tipico della religiosità inaridita, poiché non vivificata da istanze d'ordine intellettivo e metafisico.

Platone, Shankara e i rispettivi discepoli hanno denunciato apertamente l'attaccamento insipiente alla semplice lettera dei testi sacri e degli antichi miti, così come il ritualismo incompreso. È noto che Platone ha fatto un uso magistrale dei miti per supportare l'intuizione della dottrina, mentre Shankara ha commentato in modo altrettanto magistrale i simbolismi vedici. La denuncia di cui sopra è importante anche oggi, considerando lo stato d'ottusa solidificazione in cui versano le forme religiose attuali.

Non-dualità: tale espressione vuole indicare che la metafisica, in quanto apertura all'Infinito, è esente da Dualità, da contrapposizioni rigide e da qualsiasi riduzionismo unilaterale (cioè da qualsiasi tentativo di ridurre la ricchezza del reale ad un solo termine).

Infinito: cioè il Reale per eccellenza, che in quanto tale nulla lascia fuori di sé e che quindi sussume qualsiasi altra realtà, necessariamente parziale e finita; esso è detto anche Brahman nirguna (cioè senza qualità limitative), Âtman, Sé, Bene (v. Platone), Uno sovraformale (v. Plotino e Porfirio)...[1]

Come aprirsi all'infinito? Tale apertura è il senso ultimo di qualsiasi sâdhanâ (disciplina, sentiero realizzativo). L'esistenza ordinaria è "prigionia", poiché incatenata al Finito, cioè alle Forme limitative (ego, ricchezza, oggetti di consumo etc.); la disciplina del Non attaccamento è premessa indispensabile per superare l'attaccamento incatenante, che spinge a dare valore assoluto a ciò che è relativo, il quale diventa così sovrapposizione velante (MâyâUpâdhi, le Ombre della caverna di Platone).

Aspetti della disciplina realizzativa: le varie scuole possono utilizzare metodi molto diversi, tuttavia permangono alcune linee generali, compendiabili nella nozione di Purificazione (dall'ego, dal contingente). In questo contesto, emergono sostanziose analogie tra le Virtù cardinali del Platonismo e le regole ascetiche vedantine, supporti indispensabili per una trasformazione interiore salvifica e pacificante (metànoia).

Buddhi-nous: nel processo d'espansione coscienziale rivolto all'Infinito, vengono messe in gioco le diverse capacità conoscitive, tra le quali esiste una gerarchia non arbitraria: in ultima analisi, essa poggia sui diversi gradi d'apertura coscienziale connessi alle varie facoltà. Buddhi per il Vedânta, Nous per il Platonismo, occupano il vertice di tale gerarchia perché capaci, almeno in potenza, di un'apertura totale (il mito della caverna di Platone esemplifica in modo insuperabile quanto sopra).

Il conoscere sovraindividuale: ovviamente, qualsiasi trasformazione spirituale ha come punto di partenza l'individuo, considerato nella sua globalità corporea e animica. In tale stadio iniziale, è giocoforza che l'io tenda a privilegiare le facoltà meramente individuali (sensi, manas, ragione ...), capaci di una conoscenza per lo più egocentrica o comunque antropocentrica, poiché funzionale ai calcoli dell'io o di certi gruppi umani. Tuttavia, nel corso dell'itinerario realizzativo, ciò che inizialmente prevaleva, viene via via ridimensionato a favore di un'istanza universale sovraindividuale (Sé, Atman, Intelletto universale, Buddhi ...).

Contemplazione e realizzazione: solo il sostare dell'anima, cioè il permanere nel silenzio interiore, nella sospensione mentale esente da desideri-attaccamenti-passioni-turbamenti... , permette l'esperienza contemplativa quale sguardo disinteressato e distaccato sull'essere, non condizionato dagli intenti manipolativi che caratterizzano le esperienze ordinarie e quelle della tecno-scienza (che appartengono al dominio di manas-ragione). L'esperienza contemplativa può allargarsi e volgersi all'Assoluto, non nel senso che l'Assoluto diventi oggetto di conoscenza: essendo Infinito, non può diventare "oggetto" di qualcos'altro, altrimenti non sarebbe tale. Solo l'Infinito può conoscere l'Infinito. La coscienza buddhica-noetica, in quanto capace d'espansione totale, può sperimentare l'Infinito in quanto lo realizza interiormente.

Yoga, cioè Unione o Identità suprema con l'Infinito-universale, è il fine ultimo della metafisica vedantina e platonica (e di qualsiasi metafisica in quanto tale).

Coscienza cosmica-universale: il saggio realizzato si colloca stabilmente nello stato di pura coscienza osservante, di puro testimone (Âtman, Intelletto sempre in atto) di ciò che i mortali considerano gli eventi del mondo. Lo sguardo cosmico del saggio è impassibile-inamovibile; lo sguardo dei mortali è sempre fluttuante, iperagitato, selettivo: essi focalizzano certi contenuti a discapito di altri, assecondando l'instabilità delle preferenze del momento; essi scrutano con inquietudine l'apparire e lo scomparire degli enti, in base alle loro particolari esigenze, che comportano necessariamente la polarità attrazione-repulsione, piacere-dolore (di qui la mancanza di universalità e la presenza di Dualità-Dvaita a vari livelli).

Equanimità: la coscienza pura di cit-intelletto sempre in atto, essendo eterna apertura universale, è Accogliente nei riguardi di qualsiasi Ente, senza preclusioni; in tale posizione coscienziale, o anche solo in prossimità ad essa, in luogo dell'attrazione-repulsione, o di altre polarità consimili, appare l'Equanimità, congiunta ad un proporzionato grado di beatitudine (ananda), nella misura in cui nessun evento può alterare l'imperturbabilità dell'osservatore equanime, che è tale poiché trascende qualsiasi forma di contrapposizione dualistica (il compimento perfetto di tale trascendimento coincide con il Nirvana, in quanto estinzione del soffio agitante)[2].



[1] Nei manuali liceali e universitari, troviamo a questo proposito quasi sempre incredibili distorsioni interpretative, che impediscono una corretta comprensione della dottrina.

[2] Certamente, si potrà obiettare che tale orizzonte realizzativo appare inattingibile, non essendo alla portata delle esistenze ordinarie intrappolate nella caverna-mâyâ, e quindi nei flussi delle polarità oppositive; tuttavia, poiché vi sono diversi gradi di condizionamento e di decondizionamento, ognuno dovrebbe chiedersi: Qual è la cosmicità della mia apertura coscienziale? Qual è la consistenza dei miei attaccamenti? Di quanta equanimità sono capace nei riguardi degli esseri umani e non umani?

La semplice risposta a queste domande procura una consapevolezza che può garantire ulteriori sviluppi e favorire la dialettica ascensiva di quel "pensiero alato" che conduce all'Iperuranio, là dove sono piantate le nostre radici (v. Timeo 90 a-b) e quelle dell'intera vita cosmica (v. Katha Upanishad, II, VI, 1).

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Data pubblicazione Scritto da Associazione Vidya Bharata
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Sosan Hsin Hsin Ming: il Libro del Nulla

[tradotto dall'originale cinese da Richard B. Clarke, maestro Zen ai Living Dharma Centers, Amherst, Massachussets e Coventry, Connecticut - tradotto dall'inglese all'italiano da Andrea Mosca webmaster di www.ebooks4free.net]

La Grande Via non è difficile per coloro che non hanno alcuna preferenza. Quando Amore e Odio sono entrambi assenti ogni cosa diviene chiara e viene svelata. Ma fai la più piccola distinzione, e paradiso e terra saranno infinitamente lontani. Se desideri vedere la verità non parteggiare a favore o contro. La lotta tra ciò che uno vuole e ciò che non vuole è la malattia della mente.


Quando il profondo significato delle cose non viene compreso la pace essenziale della mente è disturbata senza alcun vantaggio. La via è perfetta come un vasto spazio in cui nulla difetti e nulla sia in eccesso. In realtà, spetta a noi decidere se accettare o rifiutare il fatto che non vediamo la vera natura delle cose. Vivi né nelle trappole delle cose esterne, né nei sentimenti interiori di vuotezza. Sii sereno senza forzare l'attività nell'interezza delle cose e tali erronee convinzioni scompariranno da sole. Quando provi a interrompere l'attività per conseguire la passività il tuo stesso sforzo ti pervade di attività. Fino a che rimani in un estremo o in un altro non conoscerai mai l'Interezza. Coloro che non vivono nella singola Via trascurano sia attività che passività, affermazione e negazione.

II
Negare la realtà delle cose è non cogliere la loro realtà; asserire la vanità delle cose è non cogliere la loro realtà. Più parli e pensi a ciò, più ti allontani dalla verità. Smetti di parlare e pensare e non ci sarà nulla che non sarai in grado di sapere.

III 
Il ritorno alle origini serve a trovare il significato, ma basarsi sulle apparenze significa lasciarsi sfuggire la causa. Al momento dell'illuminazione interiore c'è un andare al di là dell'apparenza e della vacuità. I cambiamenti che apparentemente avvengono nel vuoto mondo noi li chiamiamo reali solo a causa della nostra ignoranza. Non cercare la verità; smetti solo di avere opinioni. Non rimanere in una condizione dualistica; evita con cura tale perseguimento. Se vi è una traccia di questo o quello, il giusto e l'errato, la Mente-essenza verrà persa nella confusione. Sebbene tutte le dualità provengano dall'Unico, non avere attaccamento nemmeno ad esso. Quando la mente esiste indisturbata nella Via, niente al mondo può nuocerle, e quando una cosa non può più nuocere essa cessa di esistere nella vecchio modo. Quando non sorgono pensieri discriminatori, la vecchia mente cessa di esistere.

IV 
Quando gli oggetti del pensiero svaniscono, il soggetto pensante svanisce, poiché quando la mente sparisce, gli oggetti svaniscono. Le cose sono oggetti a causa del soggetto; la mente è tale a causa delle cose. Comprendi la relatività di questi due e la realtà basilare: l'unità della vacuità. In questo Vuoto i due sono indistinguibili e ognuno di essi contiene in sé il mondo intero. Se non fai differenza tra il grezzo e il fine non sarai tentato al pregiudizio e all'opinione.


Vivere nella Grande Via non è né facile né difficile, ma coloro che hanno punti di vista limitati sono timorosi e irrisoluti: più essi si affrettano, più lentamente essi vanno, e l'attaccamento non può essere evitato: anche il mostrare attaccamento all'idea dell'illuminazione significa andare fuori strada. Semplicemente lascia che le cose siano così come sono e non vi sarà né andare né venire. Obbedisci alla natura delle cose (la tua stessa natura), e camminerai libero e indisturbato. Quando il pensiero è in catene la verità è nascosta, poiché tutto è confuso ed oscuro e la gravosa pratica del giudizio porta molestia e stanchezza. Quali benefici possono derivare dalle distinzioni e separazioni? Se vuoi andare nell'Unica Via non disdegnare neppure il mondo delle sensazioni e delle idee. In verità, accettare pienamente essi è identico alla vera Illuminazione. L'uomo saggio non si sforza per il raggiungimento di alcun fine, ma lo stolto si ostacola da solo. Esiste un solo Dharma, verità, legge, non molti; le distinzioni nascono dal bisogno di attaccamento degli ignoranti. Identificare la Mente con la mente discriminante è il più grande errore di tutti.

VI 
Calma e inquietudine derivano dall'illusione; con l'illuminazione non vi è ciò che si preferisce e cio che è sgradito. Tutte le dualità provengono da deduzioni inconsapevoli. Esse sono come sogni di fiori nell'aria; è sciocco cercare di afferrarli. Guadagno e perdita, giusto e sbagliato: questi pensieri devono finalmente essere eliminati immediatamente. Se l'occhio non dorme mai, tutti i sogni cesseranno naturalmente. Se la mente non discrimina, le diecimila cose sono così come sono, di sola essenza. Comprendere il mistero di questa Unica-essenza significa essere liberati da ogni impedimento. Quando tutte le cose sono considerate imparzialmente, l'Auto-essenza è raggiunta. Nessuna comparazione o analogia è possibile stato privo di causa e relazioni.

VII 
Considera fermo il movimento e l'immobilità nel movimento, ed entrambi gli stati di movimento e di quiete scompariranno. Quando tali dualità cessano di esistere l'Interezza stessa non può esistere. A tale definitiva finalità non può applicarsi nessuna legge o descrizione. Per la mente unificata in accordo con la Via tutte le aspirazioni provenienti dal sé finiscono. Dubbi e indecisioni svaniscono e la vita in pura fede è possibile. Con un solo colpo siamo liberati dalla schiavitù; niente si attacca a noi e noi non tratteniamo niente. Tutto è vuoto, chiaro, auto-illuminante, senza l'uso dell'energia della mente. Qui pensiero, sensazione, conoscenza e immaginazione sono di nessun valore.

VIII 
In questo mondo di Similitudine non esiste nemmeno il sé o l'altro-dal-sé. Per entrare direttamente in sintonia con questa realtà quando i dubbi sorgono dì semplicemente "Non due." In questo "non due" niente è separato, niente è escluso. Non importa quando o dove, illuminazione significa penetrare questa verità. E questa verità è al di là dell'estensione o diminuzione del tempo o dello spazio; in essa un singolo pensiero dura diecimila anni.

IX 
Vacuità qui, Vacuità lì, ma l'universo infinito rimane sempre davanti ai nostri occhi. Infinitamente grande e infinitamente piccolo; nessuna differenza, poiché le definizioni sono scomparse e non si vedono limiti. Così pure circa l'Essere e il non-Essere. Non perdere tempo in dubbi e discussioni che non hanno nulla a che vedere con ciò. Una cosa, tutte le cose: si muovono e si mescolano, senza distinzione. Vivere in questa realizzazione significa essere privi di ansietà circa la non-perfezione. Vivere in tale fede è la strada al non-dualismo, poiché il non-duale è uno con la mente fiduciosa. Parole! La Via è oltre il linguaggio, poiché in essa non c'è 
Nessun ieri 
Nessun domani 
Nessun oggi.

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Data pubblicazione Scritto da Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati Thakur
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Originariamente pubblicato su “The Harmonist”, Dicembre 1928


La cerimonia di diksa, o dell’iniziazione, è quella per la quale il precettore spirituale ammette una persona allo stato di neofita sul sentiero spirituale. La cerimonia è intesa a conferire l’illuminazione spirituale attraverso l’abrogazione della colpevolezza. La sua efficacia dipende dal grado di cooperazione da parte del discepolo e, quindi, non è uguale in tutti i casi. Essa non preclude la possibilità di una regressione del novizio allo stato non-spirituale, se questi diviene negligente o si comporta malamente. L’iniziazione mette una persona sul giusto binario e impartisce anche un impulso iniziale per procedere. Non può, tuttavia, continuare a far proseguire per sempre una persona, a meno che questa non scelga di sforzarsi volontariamente. L'efficacia dell’impulso iniziale varia anche in accordo alle condizioni del recipiente. Tuttavia, sebbene la misericordia del buon precettore ci rende capaci di intravedere per un attimo l’Assoluto e la via del Suo raggiungimento, il seme che viene così piantato richiede una cura molto attenta sotto la direzione del precettore, affinchè germogli e diventi un albero capace di dare frutti e ombra. A meno che la nostra anima, di sua volontà, non scelga di servire Krishna dopo aver ottenuto un’idea generale della sua reale natura, non può trattenere a lungo la Visione Spirituale. L’anima non è mai obbligata da Krishna a servirLo. 

Tuttavia l’inziazione non è mai completamente futile. Cambia la visione del discepolo della vita. Se egli pecca dopo l’iniziazione, può cadere in un degrado ancora più profondo dei non iniziati. Ma anche se dopo l’iniziazione molti indietreggiamenti possono avvenire, generalmente non impediscono la liberazione finale. Il più piccolo barlume della reale conoscenza dell’Assoluto ha potere sufficiente per cambiare radicalmente e permanentemente l’intera nostra costituzione mentale e fisica e questo barlume è incapace di venire totalmente estinto, ad eccezione di casi straordinariamente sfortunati.

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